martedì, 10 Dicembre, 2019

La cultura dell’anticomunismo riscrive la storia del dopoguerra.

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Grazie ad Elena Aga Rossi (L’Italia tra le grandi potenze. Dalla seconda guerra mondiale alla guerra fredda, il Mulino, Bologna, Euro 30), finalmente i lettori italiani (compresi molti dei docenti universitari colleghi dell’autrice) dispongono di una storia diversa, spesso radicalmente, da quelle tradizionali del secondo dopoguerra.
L’innovazione, con ampi accessi archivistici e una scrittura efficace e accessibile, riguarda i rapporti internazionali, il trattamento riservato dalle grandi potenze all’Italia nei primi anni del dopoguerra, insieme ad una narrazione non agiografica e compiacente della Resistenza e del ruolo dei comunisti negli anni della guerra fredda.
Elena Aga Rossi è stata a lungo una studiosa solitaria e poco conosciuta. Nella grande stampa e nei canali televisivi, dove si entra solo se si è raccomandati dalla più miserabile partitocrazia e si emana un aroma formidabile di analfabetismo di ritorno, la si è vista raramente.

Da noi la vocazione al conformismo compete con quella al più spudorato servilismo. Quindi per lei non c’è partita che possa giocare né nella rete pubblica né in quella privata. Questo riferimento alla televisione si spiega col fatto che ormai ciò che si legge, le idee di cui si discute, le interpretazioni, la stessa cronaca più minuta corrisponde, con qualche eccezione (come Report o le “lezioni” di storia di Paolo Mieli), a quanto viene scodellato nei programmi e nei talkshow dei canali Rai. Se vogliamo renderci conto del perchè hanno potuto avere successo movimenti come Cinque Stelle e anche la Lega, e possa passare per statista un forsennato dilapidatore dei molti consensi ai “grillini” come Luigi Di Maio, la ricerca va orientata nella brodaglia di cultura da suburra esibita 24 ore su 24 dalla televisione. In realtà Aga Rossi si è marginalizzata da sola, anche tra gran parte dei suoi colleghi. Direi che dopo la laurea con Renzo De Felice, di cui è stata allieva, ha indirizzato i suoi studi sempre contro corrente (gli Stati Uniti, l’Unione sovietica, la repressione dei militari ecc.).
Ma l’aspetto più saliente è stato, e continua ad essere, la sua distanza dalla storiografia dominante che, com’è noto, è influenzata soprattutto dai comunisti. Non un partito preso umorale o contingente, ma la determinazione a correre un grosso rischio, quello che ha vissuto a lungo, cioè di una grande solitudine. Non poteva essere diversamente dopo aver scritto per il Mulino, insieme a Victor Zaslavsky, Togliatti e Stalin (una ricognizione implacabile negli archivi sovietici, soprattutto l’accesso alle carte dell’ambasciatore sovietico a Roms, Kostylev). In un paese come il nostro l’anticomunismo viene demonizzato come una colpa, una sorta di difetto antropologico o una forma irreversibile di incipiente pazzia.

Nel contestare la cultura storica fiorita all’ombra della Fondazione Istituto Gramsci non ha mai avuto freni né remore di alcun tipo. La sua fortuna è di poter contare su un editore nella città del Cardinal Legato (il Mulino di Bologna.appunto) certamente un po’ all’antica, cioè orgogliosamente paesano, un po’ adunata di vecchi compagni di liceo, ma non asservito né reverente verso nessuno dei poteri costituiti. Come dimostra questa bella raccolta di saggi, l’interesse di Aga Rossi, per fare qualche esempio, si è rivolto: o verso temi una volta terra riservata degli ambasciatori (come i rapporti tra Churchill, Roosevelt e Stalin e in generale la politica estera) oppure tenuti fortemente in ostaggio dai partiti (come la guerra di liberazione dal nazifascismo e la storia “interna” dei comunisti e i loro rapporti con Stalin).

La sua personale tenacia si è avvantaggiata dalla passione per la ricerca archivistica diretta. I suoi colleghi hanno per lo più preferito lavorare su una bibliografia edita e non di rado assecondare le litanie delle forze politiche più bisognose di legittimazione. Anche se si è mossa sempre da sola, oggi si può dire che quanti, col suo stesso impegno personale, hanno prodotto studi originali (come per esempio Mauro Canali, Piero Craveri, Andrea Graziosi, Andrea Guiso, Paolo Macry, Guido Melis, Giovanni Orsina, Roberto Pertici ecc.) sono riusciti in un’impresa che è sembrata un’avventura: modificare la narrazione della storia del dopoguerra.

Lo hanno fatto dopo avere fronteggiato, a ranghi ridotti e senza sostegni, la storiografia che sui loro stessi temi ha curato una grande nave ammiraglia (un po’ anche plotone di esecuzione) come la Fondazione Istituto Gramsci. Nessuno più di loro ha influenzato (ma il termine più corretto sarebbe assoggettato) la cultura storica italiana. Nel volume di Elena Aga Rossi chi legge trova risposte argomentate e inedite a molte delle più inveterate certezze esibite dai comunisti nell’estesissima rete di comunicazione di massa. Si può rubricare la politica estera degli Stati Uniti come un aspetto dell’imperialismo? No, perché Roosevelt, all’interno della cd “special relationship” con Londra, fino all’ultimo contrastò l’imperialismo britannico di Churchill e riconobbe a Stalin quanto era stato da lui concordato con Hitler nel 1939, cioè la spartizione dell’Europa (e quindi la sovietizzazione di una parte di essa).

Gli Stati Uniti imposero a De Gasperi l’estromissione di comunisti e socialisti dal governo nel 1947? No, fu una decisione del leader Alcide De Gasperi. Tra la fine del 1947 e le elezioni del 18 aprile 1948 seppe evitare una guerra civile (alla quale il Pci, insieme alle forze governative, si era venuto preparando) e mantenere il paese nella legalità, difendendone l’integrità territoriale. Come ha mostrato di recente Patrick Karlsen, era stata minacciata al confine orientale, dall’arrendevolezza di Togliatti al maresciallo jugoslavo Tito a Stalin sulla vicenda di Trieste. Stalin non voleva (come ha sostenuto Federico Romero) la guerra fredda, che le fu imposta dagli interessi americani? No, l’apertura degli archivi sovietici dimostra il contrario. Ci fu una straordinaria mobilitazione di Mosca (si pensi al sostegno dei movimenti pacifisti studiati da Andra Guiso) per creare un’opposizione di massa agli Stati Uniti e al processo di integrazione politico-militare avviato in Europa occidentale col Patto atlantico.

L’anticapitalismo e l’anti-americanismo diffuso nella società, oltrechè nella politica italiane, furono il frutto di preesistenti pregiudizi allevati dal mondo cattolico e dal fascismo? No, ciò è vero solo in parte. Se si vuole capire la grande, persistente, diffusione di questo atteggiamento, bisogna decidersi ad affrontare il problema della micidiale influenza sovietica.
Si è potuta avvalere dell’accondiscendenza di editori importanti come Einaudi e Laterza. Ciò è avvenuto “indirizzando in senso filocomunista e anti-americano la cultura di larga parte degli intellettuali del nostro paese”(p. XVII).Anche il segretario della Cgil Giuseppe Di Vittorio, che nel 1956 seppe difendere contro Togliatti e Ingrao il carattere popolare della rivolta ungherese, ha sollecitato i sindacati statunitensi a impedire la penetrazione del capitale americano nel nostro paese.

Il movimento partigiano ha liberato l’Italia centro-settentrionale senza avere bisogno delle armate alleate a guida degli Stati Uniti? No, questa interpretazione è volta a deprezzare l’apporto decisivo dell’esercito americano nella liberazione dell’Italia.Non si tiene conto che senza la presenza di queste forze militari, l’occupazione nazifascista sarebbe continuata mettendo in gravi difficoltà anche il movimento partigiano.
L’autonomia dei comunisti italiani dalle direttive di Mosca è dimostrata dalla “svolta di Salerno” del 1944 e dall’ispirazione democratica e parlamentare di Togliatti e Gramsci? No, questa è una mitizzazione priva di ogni fondamento. La decisione dei comunisti di entrare a fare parte del governo presieduto da Badoglio fu decisa da Stalin, che la impose a Togliatti. L’hanno riconosciuto studiosi come a Paolo Spriano e anche dirigenti del Gramsci come Silvio Pons. Esistono, è vero, degli irriducibili che millantano come una sorta di paradigma originario l’indipendenza del PCI da Mosca. E’ il caso del presidente della Fondazione Gramsci. Grazie all’inesauribile liberalità dell’editore Einaudi (in passato fu assediato da zdanoviani molto blanditi come Ambrogio Donini ed Emilio Sereni), pubblica testi di una stramba originalità. Vacca, infatti, insiste a sostenere interpretazioni incredibili come l’ispirazione e la prassi democratiche (addirittura il parlamentarismo liberale) dei due dei fondatori del Pci. Sono presentati come i precursori della via italiana al socialismo, quindi diversa da quella rivoluzionaria e violenta adottata nell’ottobre 1917 dai comunisti. Come ogni studioso che si rispetti, Aga Rossi rifugge dalla storia sacra inventata (cedendo gratifiche) dai gruppi dirigenti del Pci per accreditare salti della quaglia, come Togliatti chiamava cambiamenti di linea politiche e di comportamenti (che con i suoi successori avrebbero portato alla posta all’incanto dello stesso Pci).:
“Un velo di oblio è stato steso sul Togliatti stalinista negli anni Venti e Trenta, su vicende ancora poco chiare come lo scontro con Gramsci, l’attività in Spagna durante la guerra civile e la repressione degli anarchici, l’accettazione del patto tedesco-sovietico, la mobilitazione permanente del partito in Italia, soprattutto dopo l’estromissione dal governo nel 1947, con le lotte successive contro il piano Marshall, il patto Atlantico, l’integrazione europea, la delegittimazione continua neiconfronti della DC e in particolare della figura di De Gasperi” (p.XXII).

Un intellettuale (per un lungo periodo di tempo anche dirigente) comunista come Biagio De Giovanni ha avuto l’onestà e il coraggio che è mancato agli intellettuali del Gramsci, cioè di identificare anche il Pci di Gramsci e Togliatti nel fallimento del comunismo. Senza la presa d’atto di questa grande sconfitta storica si resta abbarbicati ad un rottame come il continuismo, quello che le ultime generazioni hanno (a cominciare dal suo allievo Giuseppe Vacca) sintetizzato in una “successione di eventi e di nomi-Longo, Berlinguer, Occhetto, fino all’Ulivo”.
Di qui l’invito che Elena Aga Rossi, con scarse speranze, sembra voler rivolgere ai custodi della memoria storica del Pci (il ruolo svolto da Gramsci), cioè a fare i conti col passato.

Salvatore Sechi

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