domenica, 31 Maggio, 2020

La democrazia liberale e i populismi del nuovo millennio

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L’ideatore della fine della storia adesso ripiega sulle identità. Per Francis Fukuyama esiste un prima e un dopo lungo il peregrinare degli accadimenti umani. Un alfa e omega dell’agire politico e dei suoi sconfinamenti culturali. Ad un estremo di una ideale retta resiste, nonostante tutto, imperterrita alle sue stesse contraddizioni, noncurante della propria veneranda età, la democrazia liberale. Dall’altro lato, al suo opposto, si sedimentano e proliferano i populismi del nuovo millennio. Non solo quelli di destra, come si sarebbe portati a credere. Esiste un populismo di sinistra pericoloso – e rovinoso – tanto quanto il primo.

Si pensi al capitalismo economico che fa il paio con il comunismo politico imperante nella Cina di questi anni. Un ibrido dalla dubbia decifrabilità sociologica che avrebbe gettato nello sconforto lo stesso Karl Marx. Una sorta di caos organizzato e alienante in egual misura. Leggere “Identità”, l’ultimo libro del politologo americano, il professor di Stanford, a Palo Alto, che tanto rumore suscitò con le sue tesi un paio di decenni fa, ristabilisce un equilibrio tra istanze conservatrici e idealità progressiste. Preserva una distanza autolegittimante. In politica le categorie del pensiero restano un’espressione indelebile di come l’appartenenza si coniughi sempre al ragionamento, le suggestioni all’azione. La teoria all’arte di governo. Al di là dei contenuti e della qualità media dei suo estensori.

Nella definizione di popolo Fukuyama tradisce, senza troppi giri di parole, e fronzoli manieristici, le proprie simpatie neoconservatrici nel tentare una definizione del tempo presente. L’identità è il riparo, l’approdo salvifico, il grembo materno in grado di contrastare le novità più dirompenti. Nella chiusura c’è definizione, ritorno ad una purezza infantile. Con le novità, invece, di qualsiasi genere, si rischia d’ingenerare una babele di linguaggi difficilmente riconducibili a sintesi, di consegnare le certezze al passo claudicante della Storia. A completare il perimetro ideale di questa impostazione contribuisce la critica veemente agli strali senza senso, all’uomo solo che abbaia alla luna, del multiculturalismo. Una sorta di vizio d’origine – e colpa atavica – per tutti movimenti di sinistra rimasti orfani, dopo il ’68, di una rivendicazione sociale e produttiva delle classi operaie. A destra, quindi, ci sarebbe vita a voler dare per buono il ragionamento dell’autore di “Identità”. A sinistra, invece, ci si trascinerebbe nella speranza di definire un contenuto – e una definizione – che ne giustificherebbe ancora la propria errabonda esistenza. Un fine vita mai in perenne lotta con l’eutanasia di idee già andate. Trapassate in un non-luogo elaborativo. Se fosse realmente così, la storia sarebbe realmente finita. Da un bel pezzo. Da prima della data erroneamente profetizzata dallo stesso Fukuyama. In realtà, crediamo, che per sconfiggere i populismi – e la devastante carica demagogica che gli stessi si trascinano – serva avere, allo stesso modo, con identica speranza, una destra e una sinistra in buono stato di salute. Ambedue dotate di sana e robusta costituzione. Una destra liberale, se fosse possibile.

Dedita all’insegnamento di Luigi Einaudi. Europeista. Meno goffa e disturbante di quanto una certa pubblicistica non voglia, per meri calcoli opportunistici, farla apparire. E una sinistra riformista e gradualista che ritrovi nel gusto della competenza, nella suggestione di una Terza Via, per dirla con le parole di Antony Giddens, il teorico del New Labour, la propria saldatura con lo spirito del tempo presente. A destra la libertà; a sinistra la giustizia. I fratelli Rosselli, pensatori come Norberto Bobbio, esperienze nobilissime ma dallo scarso seguito elettorale come il Partito D’Azione, ci hanno insegnato che i due sostantivi possono tranquillamente coesistere. Non guardarsi in cagnesco. E rendere Francis Fukuyama un liberal-socialista a sua insaputa…

Vincenzo Carriero

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