lunedì, 25 Gennaio, 2021

La democrazia ‘monca’
dell’Unione europea

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L’Unione Europea si trova a dover affrontare una crisi la cui natura ed ampiezza rendono difficile la ripresa; le difficoltà sono accentuate anche dall’esistenza di problemi a lungo rimasti irrisolti. È questa la tesi di Yves Mény, Presidente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in un lungo saggio pubblicato sul n. 2/2014 de “il Mulino”.

Da decenni, l’Europa, in quanto entità collettiva, vive e si sviluppa su falsi presupposti, che Mény individua nei seguenti “paradigmi”: innanzitutto, quello fondato sull’assunto che lo sviluppo degli scambi, creando e consolidando un mercato comune, dovesse alla lunga dare luogo “quasi automaticamente” a un sistema di strutture idonee a permettere la realizzazione di un’Unione politica; in secondo luogo, quello basato sull’ipotesi che un’Unione sempre più aperta all’ingresso di nuovi soci risultasse più conveniente, senza considerare responsabilmente che il continuo allargamento portava con sé tradizioni politiche e civili, nonché aspirazioni, alquanto differenti dei singoli Stati; in terzo luogo, quello che ha supposto che l’Europa e l’Unione Europea fossero, sul piano politico, la stessa cosa, mancando con ciò di valutare i limiti di una “concezione universalistica dell’adesione” al progetto europeo, realizzabile solo se gli obiettivi da perseguire fossero stati limitati, in spregio delle “più elementari considerazioni politiche, economiche e sociali”; in quarto luogo, quello che ha postulato l’utilità in astratto, per tutti i Paesi membri dell’Unione, dell’incremento degli scambi tra di loro, senza considerare gli effetti negativi sulle strutture sociali ed economiche dei singoli Stati dell’eventuale esistenza in essi di squilibri strutturali, in mancanza di adeguati “meccanismi di perequazione e di solidarietà”; inoltre, quello che ha indotto a pensare che un ristretto gruppo di funzionari potesse provvedere alla regolazione del processo evolutivo dell’Unione e che agli Stati membri fosse riservata l’applicazione delle regole via via introdotte; infine, quello che ha indotto ad assumere che l’elezione di un Parlamento europeo “avrebbe creato automaticamente un sistema democratico”, senza alcuna considerazione del fatto che un’istituzione pubblica, sia pure eletta a suffragio universale, priva di un pieno potere decisionale autonomo, avrebbe assicurato all’Unione solo una “democrazia monca”.

Secondo Mény, non deve stupire se le conseguenze dei paradigmi richiamati hanno fatto smarrire le certezze originarie del progetto europeo, in quanto gli obiettivi perseguiti sono divenuti eterogenei e le speranze contraddittorie, spingendo gli Stati membri al limite della secessione. Questo risultato è sotto gli occhi di tutti: “le differenze nella concezione di una possibile vita in comune non si sono ridotte, anzi, la pressione della crisi ha approfondito le vecchie fratture o ne ha prodotte di nuove”. Le prospettive per uscire dall’impasse non sono incoraggianti, a causa di due pesanti handicap che gravano sullo stato attuale dell’Unione: uno riguarda le decisioni comuni da assumersi per superare la crisi, considerato che “tutti sono in disaccordo con tutti su un numero crescente di questioni”; l’altro riguarda i mezzi che dovrebbero essere utilizzati allo scopo  di promuovere la ripresa, considerato che il sistema politico-istituzionale adottato dall’Unione è “blindato”, nel senso che non lascia alcuna possibile iniziativa a chiunque voglia intraprenderla, cosicché, in uno “spazio politico destrutturato” non esiste alcuna possibilità per una mobilitazione popolare europea, per porre un limite alla deriva alla quale è esposto il progetto europeo, per l’inerzia dei singoli Stati membri, ma anche dell’intera Europa. Allo stato attuale – secondo Mény – tra le possibili opzioni, se si esclude lo scenario catastrofico di un crollo dell’Unione dalle fondamenta, per la fuoriuscita dalla crisi non restano che tre ipotesi, nessuna delle quali facile o del tutto soddisfacente: sopravvivenza, disintegrazione, cambiamento radicale.

La prima opzione, quella della sopravvivenza, è sorretta da una duplice aspirazione contraddittoria: da un lato, è larga la propensione ad evitare il crollo ab imis dell’Europa sin qui realizzata; dall’altro lato, la conservazione dello status quo, caratterizzato da un “blocco politico-istituzionale”, consente unicamente riforme gattopardesche, che lasciano “intatte le tare del sistema, ossia i malfunzionamenti, i blocchi, la rigidità, l’assenza di legittimità democratica”. L’ipotesi della sopravvivenza, tuttavia, anche se piena di incertezze, rimane verosimile per due motivi: il primo è riconducibile ai “signori” dei mercati, che stancandosi del perdurare di una situazione di stasi istituzionale e di stagnazione economica, potrebbero prendere delle decisioni che per l’Europa potrebbero risultare fatali; il secondo, di diversa natura, è riconducibile alla possibilità che il “messaggio” espresso dal dilagare dei populismi europei sia recepito dalle classi dirigenti dell’intera Europa e dei singoli Stati membri, “come il grido di disperazione” delle singole società nazionali disorientate e ridotte agli estremi, che chiedono riforme urgenti e il superamento degli effetti della crisi.

La seconda opzione, quella della disintegrazione, riscuote un grande consenso, in quanto sorretta da un’opinione pubblica sempre più divisa tra “tiepidi” e “ostili” rispetto al progetto europeo; dopo la crisi e le misure urgenti imposte per la salvaguardia dell’Europa realizzata, si è creata una profonda frattura tra le opinioni pubbliche dei Paesi dell’eurozona e quelle degli altri Paesi, con la maturazione dell’idea di “portare avanti l’ipotesi di un’Europa a due velocità”, giusto per salvare il salvabile. Se fosse spinta alle estreme conseguenze, quest’ipotesi sarebbe destinata a creare più problemi di quanti non possa risolverne. La contrapposizione tra “tiepidi” e “ostili” verso il disegno europeo ha assunto tratti radicali soprattutto tra le opinioni pubbliche dei Paesi dell’eurozona, al punto che i gli “ostili” vorrebbero il ritorno agli Stati-nazionali e alla sovranità monetaria originaria.

La terza opzione, infine, quella del cambiamento radicale, è sostenuta da quanti non sopportano più il marasma istituzionale ed economico, connesso all’impossibilità di uscire dall’impasse: a sostenere, perciò, l’urgenza di “tagliare il nodo gordiano”, se restare in Europa o uscirne definitivamente, sono gli antieuropeisti, uniti in un fronte variegato, che comprende i nazionalisti reazionari e gli emarginati che la crisi ha avviato verso uno stato di povertà assoluta. A costoro vanno ad aggiungersi i simpatizzanti dell’estrema sinistra, per i quali il progetto europeo è solo un tentativo da parte del capitalismo finanziario internazionale di “soffocare le aspirazioni popolari”. Il cambiamento radicale sostenuto dal fronte antieuropeista esprime la reazione contro l’incapacità delle élite europee e nazionali di non riuscire ad elaborare e a proporre validi progetti per il futuro, fondati su basi democratiche condivise. Di recente, proprio sul problema della democrazia, si sono confrontati due intellettuali tedeschi di grande spessore, Wolfang Streeck e Jürgen Habermas: il primo, con motivazioni molto fondate, si è schierato a favore degli antieuropeisti, sostenendo che, per salvare la democrazia nei processi decisionali collettivi, garantire scelte adatte a ogni società e salvaguardare i sistemi di protezione sociale minacciati da un processo di integrazione abortito, occorre ripiegare sulle nazioni; al contrario, Jürgen Habermas ha sostenuto che il metodo democratico può essere istituzionalizzato con l’adozione di un “federalismo sovranazionale multilivello”, con cui superare ogni forma di “‘giacobinismo’ giuridico e culturale”.

Le ultime elezioni per il rinnovo delle istituzioni europee avrebbero potuto essere una valida occasione per sciogliere il nodo gordiano cui sopra si è fatto cenno, impedendo al “cartello” degli antieuropeisti di prevalere, ma permettendo ai popoli europei di esprimersi sul futuro dell’Europa; sennonché, la pantomima delle contrapposizioni nazionali, per consentire ai rappresentanti dei partiti dei singoli Stati a occupare le presidenze delle istituzioni europee, si è tradotta in un ulteriore rinforzo dell’azione dei protestatari e dei populismi antieuropeisti. Mény conclude sconsolato la sua analisi, affermando che forse la realizzazione del progetto europeo potrà ripartire, a patto però che le élite nazionali ed europee sappiano cogliere il pericolo gravante sulla conservazione dell’Europa sinora realizzata. Sarà così? Lo spettacolo offerto in questi ultimi mesi dalle supposte élite, con i veti incrociati dei singoli Stati impegnati a garantire le poltrone comunitarie ai loro rappresentanti sulla base di argomentazioni che non avevano alcuna relazione con il bene di tutti, non lascia bene sperare.

Gianfranco Sabattini

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