martedì, 10 Dicembre, 2019

La democrazia parlamentare: la camicia stretta dei “grillini”

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Nei 14 mesi in cui si è consumata la gloria e la miseria del governo Conte 1,abbiamo assistito ad uno spettacolo unico nella storia della repubblica: il capo dei Cinque Stelle (Luigi Di Maio), pur disponendo della maggioranza dei parlamentari, si è arreso a quelli che erano i diktat (e non le proposte) della Lega ormai a totale discrezione del suo imperioso comandante, cioè Salvini.
L’elettorato ha duramente punito i pentastellati scarnificando il livello dei loro consensi, alle elezioni europee, di circa il 50%.
Come ministro del lavoro e dello sviluppo economico, come degli Esteri, Di Maio ha dato abbondantemente la misura di un essere un politico unfit (come direbbe The Economist) e inaffidabile,tanto ambizioso quanto sprovveduto, da poterlo rubricare come quanto di più siderale abbia scorrazzato nei meandri ministeriali dell’Italia post-bellica.
Al di là dell’indolenza e dell’insensibilità ad elementari problemi di etica e di mera etichetta politica di Di Maio, resta da chiedersi se questo sfasciume sia l’esito dell’inconsistenza programmatica o più ancora dell’estraneità alla democrazia parlamentare del suo partito. È il dibattito che Irene Tinaglia, Sabino Cassese, Alessandro Campi, io stesso (nel mio recente volume Gialloverdi e camicie nere, edito da Goware a Firenze) due esponenti politici come Carlo Calenda e Matteo Renzi, abbiamo da tempo messo sul tappeto.
La domanda torna ad essere una delle tante formulate ogniqualvolta nel nostro paese ci si è posti il problema di come costituzionalizzare i partiti e i sindacati.
Insieme alle loro fondamentali funzioni di rappresentanza dei cittadini elettori e dei lavoratori ci sono i problemi mai risolti del funzionamento o meno delle regole della democrazia all’interno di essi.
È ammissibile che l’espressione (non controllata da nessun organo “terzo”e quindi poco trasparente) delle opinioni del 20-30% degli iscritti (come avviene quando si dà loro la parola in un marchingegno incredibile come il Rousseau) possa essere accreditata come la volontà della maggioranza degli iscritti?
Può lo Statuto di un partito imporre il principio per cui gli iscritti e gli elettori di Cinque Stelle non possono votare per un candidato alle elezioni esterno al proprio partito anche nel caso in cui (è il caso recente della Regione Emilia Romagna) dai grillini si sia dichiarata la volontà di non competere?
Può un elemento esterno (cioè non eletto in nessun ramo del parlamento e neanche da nessun organo dei Cinque Stelle) comportarsi da satrapo orientale e decidere chi deve esercitare le funzioni del capo politico ? e anche con quale forza politica si debba collaborare? È quanto fa Beppe Grillo, sostando poche ore a Roma dal buen retiro di Genova.
In secondo luogo ci sono i problemi della conformità dei valori programmatici del Movimento (e del suo “capo”) a quelli evocati o sottesi dalla carta costituzionale.
Uno, e fondamentale, è quello di cingersi il serto della sovranità (che è l’essenza del populismo più miope)rispetto alla Commissione europea.
Poiché abbiamo accettato di farne parte, e non abbiamo mai provato a uscirne per qualche pertugio (come fa Di Maio in coppia sempre con Salvini), che senso ha contrastare regole (e principi) del governo europeo
minacciando la creazione di monete diverse dall’Euro,una politica immigra toria non concordata (in alternativa a quella in vigore chiaramente discriminatoria e dannosa per l’Italia),o il fondo Salva Stati?
Di Maio su ogni questione si muove esclusivamente secondo l’interesse che può derivarne al suo partito.Ma nessun articolo nè l’ispirazione della carta costituzionale ammettono questo comportamento. L’unico obiettivo consentito è l’interesse generale.
Purtroppo anche occupando la poltrona di ministro degli esteri, Di Maio replica la linea della partigianeria. Invece di partecipare agli incontri e alle conferenze internazionali in cui si discutono problemi che concernono nil ruolo e le convenienze dell’Italia, preferisce assolvere liturgie e propaganda di partito in Sicilia.Come tutti sappiamo, ogni suo atto ha come conseguenza l’eclisse di Cinque Stelle.
Non sarebbe opportuno un richiamo preciso da parte del capo dello Stato Sergio Mattarella e dello stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte a difesa della democrazia parlamentare e dei compiti che essa assegna a chi fa politica e ricopre alte cariche dello Stato?

Salvatore Sechi

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