sabato, 28 Novembre, 2020

La disciplina della disobbedienza

0

Fiume. La rivoluzione ardita e tradita – Parte sedicesima

 

Il mese di ottobre a Fiume non fu particolarmente denso di eventi significativi, anche se, proprio in quel periodo, si avviò la fase più cruciale dell’intera vicenda, in quanto si andarono creando le premesse concrete per la sua fine.
In particolare, come si è fatto in precedenza, è opportuno analizzare in parallelo cosa accadde nel movimento fascista che, in quel periodo, era ancora legato alla sua vocazione rivoluzionaria e repubblicana, per considerare come Mussolini incominciò a deviarlo verso orizzonti più consoni ai suoi scopi.
Nella prima metà di ottobre gli scontri tra squadre fasciste e rappresentanze sindacali e politiche della sinistra dei lavoratori si intensificarono. I cosiddetti “sovversivi” subirono l’assalto della Camera del Lavoro di Fiume messo in opera dal Fascio di Combattimento Fiumano che esisteva già prima della marcia dei Legionari sulla città

Non ci sono elementi probanti di un intervento del Comandante nel merito di tale episodio, sebbene esso fosse particolarmente importante per la cronaca cittadina. Ciò si spiega forse con il fatto che il 5 ottobre 1920 d’Annunzio aveva aderito al Fascio Fiumano di Combattimento, ne abbiamo prova prova dalla sua tessera in cui figura la qualifica di “uomo d’armi”, un combattente tra i tanti combattenti che avevano aderito a quel movimento dal marzo dell’anno precedente.
Come avrebbe dunque potuto un membro dei Fasci fiumani condannare un atto messo in opera dai Fasci stessi?

 

E perché il Comandante aderì ai Fasci di Combattimento? E’ presto detto, di fronte alla totale defezione della sinistra italiana di allora, socialisti in testa, rispetto alla causa fiumana che pur aveva trovato il suo apogeo nell’opera di un socialista rivoluzionario come De Ambris, vero autore dei contenuti essenziali della Carta del Carnaro, d’Annunzio non aveva altri a cui rivolgersi, per estendere oltre i confini della città assediata il suo intento rivoluzionario, che i fascisti, i quali, per altro, nella loro base erano entusiasti sia dell’opera di d’Annunzio sia delle conseguenze politiche e sociali che tale opera avrebbe potuto o voluto determinare in Italia. Il Fascismo, infatti, allora non era ancora un movimento reazionario né dittatoriale, non era un regime, ma solo un movimento patriottico che ancora si illudeva di poter concretizzare il programma delineato nel marzo dell’anno precedente e che era assai simile al contenuto della Carta del Carnaro.

Proprio in quel mese, così, aumentarono i timori che l’esempio dannunziano potesse tracimare in qualche modo in Italia ed in Europa, con il sostegno di altri che avessero scopi analoghi. Ne fa fede una dichiarazione del Generale Caviglia nel suo libro di memorie fiumane.
Egli evidenzia infatti che, in quel clima in cui l’occupazione delle fabbriche aveva spaventato notevolmente la borghesia, ma che era stato abilmente gestito da quel vecchio volpone di Giolitti, il quale anziché opporre la forza delle armi all’occupazione aveva preferito lasciare che si spegnesse da sola per mancanza di capacità di gestione e stanchezza interna, tutto remava a favore delle forze di governo, decise più che mai a compattarsi contro ogni eventuale sbocco rivoluzionario. Ancora una volta le migliori forze del riformismo italiano, Turati in particolare che da buon riformista aborriva ogni prospettiva rivoluzionaria sia dannunziana che bolscevica, erano rimaste nell’angolo, incapaci di ridimensionare una prospettiva eversiva, mutandola in fruttuose riforme nel governo del Paese. Questo proprio perché il partito che aveva vinto le elezioni nel dopoguerra, conquistando la maggioranza relativa dei consensi, non era capace di governare, rifiutava “a priori” la democrazia borghese, nella stragrande maggioranza delle sue componenti interne.
Caviglia è molto chiaro nel descrivere la situazione di allora: “In quel momento politico, in cui quell’autorità (dello Stato n.d.r.) era battuta in breccia da due parti, l’acquiescenza governativa ad una così forte violazione delle leggi mostrava la debolezza dei poteri statali, ed incoraggiava i rivoluzionari ad assalirli […] Gli elementi attivi e dinamici della borghesia, di partiti diversi, iniziarono un movimento, destinato a rannodare le file di tutte le forze, decisi ad opporsi coll’azione al dilagare delle idee tendenti a trapiantare in Italia i metodi asiatici di Lenin. La borghesia fu allora veramente unita, mentre gli uomini dirigenti le classi lavoratrici erano titubanti, come chi sta per fare un salto nel buio. Ma il governo non approfittò di quel momento per ridare autorità allo Stato ed alla legge.

 

A Fiume, dove d’Annunzio ed i suoi legionari vivevano in stato di ribellione, si rivolsero le speranze dei vari partiti più o meno costituzionali della borghesia nonché di altri partiti anticostituzionali ed anche anarchici. E specialmente Lenin sperò in Fiume come punto di partenza per una rivoluzione in Italia.”. Caviglia pare quindi uno dei massimi rappresentanti dell’opposizione reazionaria in Italia di allora, ma non è così, se continuiamo a leggere attentamente le sue memorie, che sono importanti proprio per capire la motivazione di una azione così decisa e brutale per chiudere definitivamente la stagione fiumana.
Lui è molto chiaro nell’esporre il suo punto di vista rispetto alle vicende dell’epoca: “Obbedire alle leggi; opporsi ad ogni rivoluzione, perché, in quel momento di crisi economica, sarebbe stata l’estrema rovina del nostro paese, anche se fosse riuscita, e fidare nel buon senso del nostro popolo italiano, che doveva finire col prevalere” Si badi, Caviglia scrive testualmente “anche se fosse riuscita”, non esclude dunque a priori tale eventualità, ma chi avrebbe potuto guidare una prospettiva rivoluzionaria allora?
Egli è molto esplicito anche in tale merito specifico e aggiunge: “Escludendomi, adunque col mettermi colle mie truppe alla testa del movimento rivoluzionario, restava in quel momento D’Annunzio solo che potesse farlo. Facendolo, egli sarebbe stato seguito dalla gioventù.” Sembra dunque quasi paradossale che il Generale riconosca al Comandante tale merito e tuttavia gli si metta contro…perché? Caviglia lo spiega subito: “Ma egli non è un vero uomo d’azione; non è capace di proporzionare al fine i mezzi, od ai mezzi il fine; e se le circostanze gli prepararono i mezzi, egli non li sa coordinare; e se qualcuno li coordina, egli non li sa guidare. D’Annunzio avrebbe finito col fare più male che bene all’Italia” Caviglia aggiunge inoltre come motivazione il fatto che quando l’intelaiatura dello Stato è rotta le rivoluzioni rischiano soltanto di esplodere violentemente abbattendo tutto “come belve feroci”.
Ci spiega contro quale pericolo egli intendeva combattere a Fiume: “L’ignoto, la lontananza e l’incertezza della meta, l’ubriacatura generale, e la libertà d’azione che ne consegue, rendono la rivoluzione terribilmente attraente. Ogni tanto nuove situazioni sorgono improvvise ed inaspettate, che si risolvono gettandosi anima e corpo nella mischia, e poi guardando intorno per vedere che cosa resta. Ma io ho sempre voluto escludere l’Italia da simili calamità, e questa preoccupazione rendeva per me disgustose le manovre di d’Annunzio.”

 

E’ tutta qui la motivazione che spingerà il Generale all’azione feroce e risolutrice, ad attaccare i legionari con tutti i suoi mezzi e senza alcuno scrupolo. Egli è un uomo dell’Ottocento, un liberale che crede in uno Stato che è in disfacimento dopo la prova durissima della Guerra, in cui sono prepotentemente emerse nuove forze politiche e sociali e nuove prospettive di governo più sollecite alle esigenze popolari. Sente il fascino del cambiamento, ma sa che esso è impossibile senza una guida certa e sicura e soprattutto non ritiene d’Annunzio tale da esserlo, perché “non è un uomo d’azione” Se ricordiamo bene, anche Host Venturi, all’indomani dell’impresa, aveva espresso la stessa opinione dicendo “perdemmo tempo”, invece di agire subito verso l’Italia. Ed è anche questa la ragione per cui quando tale “guida certa e sicura” verrà individuata in Mussolini, la borghesia e le alte sfere dell’Esercito, tutte di formazione monarchica e massonica, favoriranno il Duce proprio perché lo riterranno elemento più adatto per mantenere l’impalcatura dello Stato e al contempo soddisfare in maniera apparente le prospettive rivoluzionarie, soprattutto emendando quelle eversive e più pericolose in odore di bolscevismo, così come il fiumanesimo era considerato allora.
Paradossalmente proprio i socialisti con l’Avanti! alimentavano i sospetti che d’Annunzio si rivolgesse alla Russia con sempre più interessato slancio, in quel mese di ottobre infatti uscì un dispaccio da Roma in cui si sosteneva che il Comandante, mentre faceva professione di antibolscevismo e teneva molto a distinguere la “rosa fiumana” dal “cardo bolscevico”, “inviava a Cicerin, ministro degli Esteri per il governo dei Soviet un telegramma per chiedere al comunismo russo aiuti materiali e morali…”, aggiungendo che il governo sovietico non aveva però preso in alcuna considerazione tale richiesta.

 

Lo stesso De Ambris fu fortemente impressionato da questa eventualità, tanto che chiese al Comandante una secca smentita, la quale arrivò prontamente sotto forma di uno dei suoi motti lapidari: “Ardisco non ordisco” La voce era effettivamente priva di alcun fondamento, nessuno in ambito comunista o socialista era allora disposto a unirsi ai fiumani in lotta. Non era però così per i fascisti, per i nazionalisti e anche, in vari casi, per i repubblicani. Mussolini però remò sempre contro una prospettiva rivoluzionaria ed insurrezionale, anche quando De Ambris stesso, tra il settembre e l’ottobre gli inviò un dettagliato memoriale per un vero e proprio “colpo di Stato dannunziano”.

Le vicende che riguardano tale memoriale sono piuttosto oscure e controverse, o almeno lo sono state finché De Felice ha menzionato nel suo volume “Mussolini il rivoluzionario” le due redazioni che di tale memoriale ci risultano tuttora e nelle quali si evidenziano due cose fondamentali. La prima era che d’Annunzio avrebbe dovuto assumere i pieni poteri e la seconda è che i Fasci di Combattimento, tramite il loro Comitato Centrale, avrebbero dovuto svolgere il principale ruolo organizzativo ed operativo. Anche alla luce di tutto ciò si spiega l’adesione ai fasci di d’Annunzio il 5 ottobre, nonostante nulla compaia rispetto a tale piano nel carteggio tra De Ambris ed il Comandante. Tanto meno si ha prova alcuna di una adesione a tale piano da parte di Mussolini, il quale disse in varie occasioni che temeva sia la reazione delle forze socialiste che quella dell’Esercito e della Marina.

Fu proprio la mancata adesione a tale progetto di colpo di Stato da parte di Caviglia che spinse Mussolini ad osteggiare l’aperto sostegno alla causa fiumana negli ultimi mesi di tale vicenda, fino a rischiare di mettersi in contrasto con i suoi stessi seguaci. Egli inoltre già da allora riteneva indispensabile un accordo con i cattolici del Partito Popolare, in quanto considerava “che il cattolicesimo possa essere utilizzato come una delle nostre più grandi forze nazionali per l’espansione italiana nel mondo”…addio dunque ai sogni repubblicani, a o prospettive democratiche e autonomiste. Ne fa fede la risposta che a tale Memoriale dette lo stesso Mussolini, il quale riconosce per altro a d’Annunzio il ruolo per dirigere almeno teoricamente l’azione strategica di ogni eventuale impresa, ma vincolando ogni decisione alla verifica sul campo da parte dei Fasci e soprattutto rinviando ogni concreta azione alla primavera dell’anno successivo. Una risposta che sembra, a posteriori, data più per tenersi buoni i suoi seguaci entusiasti della causa fiumana che per mera convinzione che ci fosse realmente la possibilità di mettere in atto un colpo di mano.
Come abbiamo dunque visto, Caviglia e Mussolini sostanzialmente convergono sulla prospettiva di isolare Fiume e di impedire che la sua rivoluzione si estenda all’Italia.

La preparazione del colpo di Stato dannunziano, letta col senno di poi, pare piuttosto una grande montatura per giustificare un intervento deciso e rapido nel momento più opportuno. Gli stessi giornali dell’epoca diramarono notizie su imminenti copi di Stato, fornendo prima dettagliate descrizioni, poi secche smentite e poi ancora altre rettifiche o fantasiosi piani e progetti. Il tutto ovviamente per sollecitare nell’opinione pubblica un desiderio di ordine e di intervento per eliminare definitivamente questa mina che ancora vagava verso chissà dove dal porto di Fiume.
Gli ambienti nazionalisti e fascisti, Mussolini a parte, la presero invece molto sul serio. Lo stesso Alfredo Rocco autorevole esponente sia nazionalista che fascista, andò varie volte a Fiume prevedendo e credendo fermamente in una marcia legionaria verso Roma, anche lui scrive testualmente: “Anche allora tutto sembrava deciso, ma si indugiò..”

 

Dall’insieme dei fatti e delle notizie pare piuttosto che ci fosse come un piano predeterminato: da una parte diffondere notizie di rivoluzioni imminenti, dall’altra preparare il terreno per accordi diplomatici, sottolineandone l’urgenza proprio per scongiurare prospettive più rovinose, e soprattutto agitare nell’opinione pubblica il pericolo incombente di un rovesciamento dello Stato a cui si poteva far fronte solo con tali accordi e con un intervento deciso dello Stato stesso.
C’è anche da aggiungere che, nel frattempo, i legionari non facevano nulla per mitigare le acque così agitate, anzi, se mai non bastasse, si davano da fare per agitarle ancora di più.
In quell’ottobre del 1920 venne infatti dirottato un grosso piroscafo della società Ansaldo di Venezia diretto verso il Sudamerica con un carico straripante di materiale di grande valore ma non di particolare utilità per il popolo fiumano, che andava dalle automobili, alle sete, e persino agli orologi svizzeri. Sette “uscocchi” imbarcatisi di nascosto a Catania salirono a bordo e si nascosero nella galleria dell’asse dell’elica della nave. Una volta giunti al largo si impadronirono del natante, soprattutto mettendo prontamente gli ufficiali che lo guidavano in condizioni di non nuocere né di dare ordini, e in particolare grazie alla complicità della Federazione dei lavoratori del mare guidata da Giuseppe Giulietti, fervente sostenitore della causa fiumana. Antongini dice che prima di arrivare, la nave investita dal faro di un caccia inalberò la bandiera jugoslava per proseguire indisturbata e invece Benedetti riferisce che gli uscocchi dopo avere requisito tutte le bandiere presenti a bordo, ne cucirono una con l’insegna della Reggenza del Carnaro. Forse si fecero entrambe le cose.

 

Fatto sta che il carico, sebbene fosse assai prezioso, non era di alcuna utilità effettiva per la cittadinanza fiumana e si decise così di chiedere al governo un riscatto in denaro. Le trattative che si prolungarono per due mesi non fecero altro che rendere il clima sempre più difficile ed incandescente tra Roma e Fiume. Solo un solerte industriale, fervente ammiratore di d’Annunzio, sembrò disposto a prendere in considerazione lo scambio, recandosi a Roma per cercare dei finanziatori, ma venne fermato e redarguito dallo stesso Giolitti che non voleva assolutamente che l’impresa fiumana fosse favorita in alcun modo. Le trattative soprattutto grazie al generoso industriale Borletti, che era pure senatore e aveva formato un sindacato di industriali disposti a trattare con d’Annunzio, andarono finalmente in porto il 17 novembre e d’Annunzio poté riscattare la nave al prezzo di ben dodici milioni di lire. Essa così lasciò il porto e proseguì il suo lungo viaggio.

Tutto remava contro l’impresa legionaria ma, nonostante ciò, si riuscì in tal modo a darle ancora un po’ di respiro e anche a rilanciarla con un nuovo arditissimo progetto.
D’Annunzio era comunque informatissimo su tutto ciò che avveniva in città e anche a distanze assai remote, lo conferma Giuliotti nel suo libro “Disobbedisco” quando parla anche di trame jugoslave che si svolgevano in quel periodo alla data del 18 ottobre. “I jugoslavi vogliono i territori degli altri la Carinzia tedesca, per esempio, e ciò in barba all’autodecisione della popolazione e intanto inviano colà battaglioni armati. E’ sempre stato per me un gran mistero come d’Annunzio possa essere sempre al corrente di tutte le notizie più riservate. Se è intuizione che egli ha del divino, se sono le informazioni egli ha dello straordinario. Il tempo dà sempre ragione a Lui”. Purtroppo a Fiume il tempo lo avrebbe tradito, ma questo non fu una buona ragione per non accelerarlo con un nuovo provvedimento rivoluzionario che, con la Carta del Carnaro, è l’altra colonna portante della Rivoluzione Fiumana.

Il 27 ottobre del 1920 la stessa casa tipografica Miriam che aveva già stampato due mesi prima la Carta del Carnaro, fece uscire in bella veste editoriale il “Disegno di un nuovo Ordinamento dello Stato libero di Fiume”, in gran parte dovuto, come era successo anche con De Ambris per la Carta del Carnaro, al Capitano Giuseppe Piffer che, da giugno circa, era il principale punto di riferimento di D’Annunzio in quanto suo Aiutante di Campo.

Il Capitano Piffer era un reduce di guerra pluridecorato. Aveva ricevuto una medaglia d’argento al Valor Militare per una impresa compiuta sul Cor dell’Orso il 25 novembre 1917, un encomio solenne già nel 1915, e una Croce di Guerra al Valor Militare per una azione eroica compiuta a Longarone il 3 novembre 1918, aveva combattuto ed era stato ferito, dall’inizio come volontario e fino alla vigilia dell’armistizio. Era seguace di Battisti a cui assomigliava anche molto, con i baffi, il pizzo ed il cappello da Alpino, nel suo reparto XXV d’assalto aveva assunto un altro nome per sviare in caso di cattura gli austriaci dalla sua militanza in campo avverso come cittadino di un Trentino ancora austriaco prima della guerra. Fu accanto al Vate anche dopo l’impresa al Vittoriale e gli presentò l’architetto che poi realizzò il Vittoriale. Alla sua morte sfortunata per tubercolosi, nel 1927, di ritorno dal Sudamerica, il Vate lo volle con sé sul colle delle arche, avendolo definito “il mio più nobile Legionario”.

 

L’Ordinamento è frutto dell’esperienza sul campo di battaglia nelle imprese più pericolose e riflette molto bene non solo le qualità ardimentose e molto duttili del soldato dei Reparti d’Assalto, ma inquadra con molta chiarezza anche il rapporto di obbedienza e fiducia che i soldati devono avere nei confronti dei loro capi, i quali, per altro, devono meritarsela, con le loro azioni ed il loro buon esempio. Il Comandante infatti non solo ha potere assoluto di deliberare ogni azione di guerra, ma “…com’egli rivendica al suo sangue e al suo spirito la massima parte di ogni rischio in ogni evento, a lui è dovuta obbedienza senza limiti” L’inquadramento così era lungi dal rispecchiare i rapporti gerarchici consueti nell’ambito dell’esercito, in cui il principale scopo per ogni soldato, costretto ad obbedire spesso ad ordini assurdi emanati in luoghi remoti ed appartati, era quello di salvare la sua “ghirba” e cioè la pelle, ma piuttosto assomigliava a quello di un gruppo di Samurai votati alla morte pur di non venire meno alla loro missione, che obbedivano al loro capo per l’onore dell’idea di cui egli si faceva portatore con l’unico scopo della vittoria. Onore e vittoria o morte, questo era in definitiva il senso di tutto l’Ordinamento Legionario e del legame tra i Capi di Legione e i Capi dei vari compiti. Azione immediata e fulminea, con spostamenti rapidissimi e qualità fisiche ed atletiche quasi fantascientifiche, degne di qualche attuale supereroe cinematografico.
La fiducia nel capo è sì illimitata ma proviene anche da una libera elezione, infatti nello stesso Ordinamento si precisa che nelle adunanze del Consiglio Militare tutti i consiglieri sono uguali nel voto a prescindere dal grado di ciascuno.

 

I primi 48 articoli dei 64 complessivi illustrano il funzionamento degli organi di comando, gli altri 16 invece, le modalità di funzionamento della struttura e del funzionamento dell’esercito stesso, in una dimensione più guerrigliera che militare in senso stretto.

Non vi è alcun elemento intermedio tra Esercito e Comandante. Lo stesso Esercito non ha reparti o battaglioni, ma solo piccoli gruppi autonomi, dotati di strumenti offensivi adatti ed altamente efficienti, con a capo il suo capolegione, con un grado equivalente a quello di Capitano, che ha potere assoluto sui suoi uomini. Sopra di lui solo il Comandante affiancato da un Generale Ispettore il cui compito è di coadiuvarlo nel comando e di sostituirlo in caso di impedimento, e anche da un Aiutante di Campo, il quale ha compiti specifici a seconda delle circostanze e deve trasmettere gli ordini tempestivamente. Vi è un “Corpo direttivo” che riunisce gli ufficiali addetti alle artiglierie e alla maggior parte dei servizi di supporto, mentre in tempo di pace il “Consiglio militare”, tale da eleggere pariteticamente i propri rappresentanti, è costituito dai capilegione e capiservizio. Non vi è alcuna distinzione gerarchica al suo interno in quanto delibera senza distinzioni di grado, poiché nel voto i consiglieri sono tutti uguali. Si riunisce quindicinalmente per deliberare su questioni disciplinari, morali e di carattere organizzativo mentre in caso di guerra le riunioni sono sospese e il potere viene assunto pienamente dal Comandante.

Ogni reparto doveva avere un suo gagliardetto, un suo stemma, una fanfara, un canto di marcia e uno di battaglia. Emblema di ogni gruppo legionario doveva essere l’esaltazione del valore giovanile.
A pensarci bene, tutto ciò non andrà affatto esaurendosi con la fine dell’impresa fiumana, ma costituirà piuttosto quell’ossatura vincente dello squadrismo che, con i suoi manipoli e capimanipolo, pur avendo abolito ogni forma di democrazia interna, si muoverà con perfetto tempismo e con grande efficienza di mezzi per colpire simultaneamente i suoi obiettivi e spostarsi rapidamente verso altri, fino ad averli annientati tutti, con legami di obbedienza e fedeltà assoluta tra ras e loro squadre di azione, proprio esaltandosi con il canto “Giovinezza! Giovinezza! Primavera di bellezza..”

Non è perciò del tutto sbagliato considerare una certa continuità “pratica ed operativa” tra fiumanesimo e fascismo, perché la discontinuità sostanziale fu dovuta essenzialmente agli assunti teorici, alle motivazioni (“nessuna disciplina può proporre un atto criminale”), agli scopi e alle forme partecipative interne, le quali per altro vigevano solo quando le circostanze potevano consentirlo o erano consentite dal Comandante.
La prima edizione di questo Ordinamento fu preceduta da un proemio in due parti firmato da d’Annunzio, in particolare nella seconda si chiariscono gli intenti di tutta la nuova tipologia organizzativa, marcando anche le differenze con la struttura tradizionale dell’Esercito. Erano in ogni caso intenti che già il Comandante aveva chiarito nelle sue adunanze di fine agosto e che ora venivano a costituire l’ossatura stessa della nuova disciplina militare. Vediamo come nelle parole dello stesso Comandante:
“Nessuna disciplina può proporre un atto criminale. La disciplina è una forza della coscienza profonda. E il soldato vittorioso è oggi la vera coscienza della nazione libera. Ed è non soltanto la coscienza della nazione: è la giovinezza creatrice della Nazione.

 

L’Esercito, che pareva come invecchiato sotto il carico di tante umiliazioni e di tante calunnie, a un tratto ringiovanisce. Come l’albero invaso dal vigore della primavera nuova lascia cadere le ultime foglie secche e si copre di gemme viventi, così oggi l’Esercito si separa da ogni peso morto e vive d’una vita intera e sincera come non visse neppure nelle sue ore di battaglia più piene.
Perciò non ho rimorso, non ho pentimento. Dico che l’impresa di Fiume è l’impresa di tutto l’Esercito italiano. Il fervore che qui si propaga in tutte le file è un fervore santo.
Chi viene compie un atto di disciplina sovrana, e serve la Patria. Chi non viene a noi, è schiavo di un pregiudizio senza forza e senza vita.
Fiume è una fucina di eroismo, com’era il Grappa. Gli eroi vengono qui a respirare l’elemento stesso delle loro anime. Tutti i combattenti sono attratti da questo fuoco assiduo. Le cicatrici fiammeggiano. E i mutilati sentono che furono potati per dare più frutto. La nostra guerra si compie qui, si corona qui”
Ma d’Annunzio è anche consapevole della difficoltà del momento, delle varie defezioni in atto, della riduzione progressiva del numero dei legionari e anche e soprattutto della diffidenza crescente degli alti ufficiali che lo avevano seguito fino ad ora, resa ancora più ostile da un ordinamento che stravolgeva completamente le stesse basi della tradizionale disciplina militare, mentre ovviamente suscitava grande entusiasmo nella gran parte dei legionari e degli ufficiali di truppa.

Nella sua introduzione quindi rivolge toni accorati ai suoi legionari.

“Io oggi devo fare un nuovo appello. Non possono rimanere con me se non quelli che sono pronti a seguirmi verso qualunque meta e a morire con me di qualunque morte
Agli altri conviene passare la barra. Non esito a dirlo e a comandarlo. La Patria è in pericolo. La causa della Patria è affidata a noi soli. Noi potremo salvarla vincendo e potremo salvarla sacrificandoci, Il sacrifizio perfetto è sempre una vittoria futura. Ma io, se il Seduttore venisse ad offrirmi il più vasto dei domini terreni e la più profonda delle intime felicità, risponderei sempre: “Voglio portare sino all’ultimo questa mia croce” Ma io se il Persecutore venisse a minacciarmi il più crudo dei supplizi e la più turpe delle vergogne, risponderei sempre: “Voglio portare sino all’ultimo questa croce” […]
All’estrema battaglia io non voglio meco se non “il gentil sangue latino”. Così la mia Legione Fiumana avanzerà di bellezza la Legione Tebana. Voglio io stesso decimarla, una volta, due volte, tre volte, affinché non mi rimangano se non i cuori fermi e puri
il sacrifizio è la più alta delle vocazioni ed elevazioni in terra.
Quel che è scritto nel sangue non potrà essere abolito”
Sembra proprio una tragica prefigurazione di ciò che era destinato ad avverarsi solo due mesi dopo per mettere fine a tale gloriosa impresa. Così d’Annunzio quasi delinea in maniera mistica questo drammatico sacrificio finale.

 

I generali che fino ad allora lo avevano seguito, invece, colgono che nel nuovo Ordinamento militare si prefigura di istituzionalizzare quel che di fatto accade da tempo a Fiume, cioè una sostanziale dittatura militare dannunziana. Sono gli stessi informatori di Caviglia a resocontare il clima che regna in quei giorni tra la trentina circa di ufficiali in servizio attivo e che ancora riuscivano a garantire un certo ordine. C’è fra di essi un crescente malumore interno soprattutto nella prospettiva di essere completamente esautorati dalle centinaia di ufficiali di complemento ormai coalizzatisi per valorizzare la nuova prospettiva di Ordinamento militare e per occupare i principali posti della nuova amministrazione fiumana dipendente dal Comandante stesso. Caviglia ha troppa esperienza in campo militare per prendere sul serio le fantasiose invenzioni dannunziane e snobba decisamente questo esercito che per lui è solo una massa di piccoli burocrati in cerca di affermazione all’ombra del Vate, Ceccarini invece è fortemente preoccupato dalla profonda lesione dei principi di autorità e gerarchia che tale Ordinamento introduce, compromettendo il suo stesso ruolo di fronte ai suoi più giovani ufficiali, anche perché i legionari hanno il pugnale facile e non di rado lo usano anche per taglieggiare la popolazione.

 

Lo stesso De Ambris reagirà successivamente al crescente clima di anarchia che regna nella città e che si stenta a contenere proprio per una mancata adesione della stessa popolazione fiumana alle nuove istanze di governo proposte dal Comandante. De Ambris non è convinto che i reparti possano da una parte incontrare il favore della popolazione, che spesso si ritrova vittima della loro intemperanza e dall’altra che essi siano in grado affrontare con adeguato vigore altri eventuali scenari di guerra. La difficoltà di imporre una disciplina che ponga fine a tali atti che a volte sconfinano nel furto, nella rapina e nella prepotenza brutale, rende sempre più difficile la permanenza di alti ufficiali che vedono lesa non solo la loro autorità sul campo, ma soprattutto la loro capacità di mantenere l’ordine e la disciplina tra i loro soldati. Il Comandante però è convinto che tutto ciò è solo dovuto alla mancanza di azione e che tutti saranno pronti quando il destino lo renderà necessario. Il novembre successivo gli darà ragione e purtroppo, come vedremo, anche il Natale seguente.

 

Lo aveva detto d’Annunzio: “Nessun potere, né divino né umano, eguaglia il potere del sacrifizio, che si precipita nell’oscurità dell’avvenire a suscitarvi le nuove immagini e l’ordine nuovo”
Arriverà dunque anche il sacrificio di sangue per Fiume e non sarà purtroppo l’ultimo. Arriverà l’oscurità di un avvenire fratricida, e arriverà anche l’ordine nuovo.
Ma non sarà quello prefigurato dal Vate.

 

 

© Carlo Felici
16 continua

Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta
Parte quinta
Parte sesta
Parte settima
Parte ottava

Parte nona

Parte decima

Parte undicesima 

Parte dodicesima

Parte tredicesima

Parte quattordicesima
Parte quindicesima

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

Leave A Reply