giovedì, 26 Novembre, 2020

La diseguaglianza del Coronavirus

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Delle tre grandi idee/forza della rivoluzione francese- libertà, uguaglianza, fraternità- quest’ultima non è sopravvissuta al macello della prima guerra mondiale per poi scomparire definitivamente con la morte dell’internazionalismo socialista. Mentre il confronto, spesso aspro tra i fautori del primato della libertà e i sostenitori dell’uguaglianza si è risolto a favore dei primi con la crisi del “welfare”e con la caduta del Muro; e in modo apparentemente definitivo.
Da allora in poi, la parola “giustizia sociale” è praticamente scomparsa dal vocabolario. Mentre l’uguaglianza si è trasformata in “eguaglianza delle opportunità”; tre paroline che, sulla base dell’esperienza recente, appaiono una colossale mistificazione ma che allora venivano presentate come l'”apriti sesamo” per la soluzione del problema.
C’erano certo gli economisti che, in numero sempre maggiore, denunciavano il problema della crescente disparità dei redditi: l’1% che detiene l’X della ricchezza mondiale, oppure ( questo soprattutto negli Stati Uniti) il megadirettoregalattico che percepisce un reddito 500 volte superiore a quello dei suoi operai. Una roba che l’oratore “de sinistra”usava nei comizi per darsi un tono e scaldare i cuori; ma il cui impatto emotivo era vicino allo zero.

In questo mondo la disuguaglianza veniva presentata come una condizione individuale. Non come un destino collettivo. Certo, tu eri un povero; ma ti si apriva sempre la speranza in un destino migliore. Se abitavi nelle aree più industrializzati la scala sociale era lì per farti salire; e, se proprio non eri in grado di farlo, allora qualche sostegno da parte dello stato era sempre a tua disposizione. Se invece stavi da qualche altra parte del mondo potevi godere di tutti i benefici della globalizzazione: cresceva la ricchezza complessiva, crescevano i ceti medi, crescevano anche le tue opportunità o comunque le tue aspettative.
Poi, naturalmente, è arrivata la crisi economica; e questo ha cambiato in qualche modo lo scenario; ma non fino al punto di rimettere in discussione la narrazione.
Ora è arrivato il grande terremoto della pandemia. Un terremoto però che, a differenza di quanto avviene nel fenomeno naturale, colpirà in modo assai più forte i piani bassi dell’edificio sociale; risparmiando, se non favorendone la ripresa, quelli che stanno in cima al grattacielo.
Se sei un operatore della finanza guadagnerai soldi a palate dovunque si volga il tuo sguardo. Mentre i disoccupati, i marginali, i lavoratori al nero, gli abitanti delle aree depresse, quelli delle terrificanti megalopoli del terzo mondo subiranno conseguenze devastanti.

Se disponi di servizi collettivi efficienti, a partire da quello sanitario, hai ottime possibilità di cavartela. Se, invece, vivi nei quartieri poveri di New York o di Chicago o, molto peggio, a Kinshasa ( 50 ventilatori per 12 milioni di abitanti ) a Calcutta o a Bombay devi solo affidarti alla buona sorte. Molti, in questi giorni, pensano di salvarsi con un esodo biblico verso i loro villaggi; ma lì non riescono nemmeno a trovare le loro case tanto da essere costretti a vivere sugli alberi.
Se, in un regime di quarantena, sei circondato dalla tua famiglia e vivi in una casa degna di questo nome, la tua esistenza sarà faticosa ma sopportabile. Ma se sei vecchio e solo o magari chiuso in una prigione, in un ospizio o in una bidonville trasformata improvvisamente in un vero e proprio carcere a cielo aperto, sentirai il mondo che si chiude intorno a te.

Se sei un evasore fiscale seriale o disponi di rendite o di forti risorse patrimoniali, reggerai le conseguenze della crisi economica; ma se vivi del tuo lavoro ne sentirai fortemente l’impatto.
Se, da migrante, vivi in Europa o in America, soffrirai più di altri del blocco dell’ascensore sociale; ma se vuoi entrarvi troverai la porta ermeticamente chiusa. Né potrai sperare in alcun modo di essere “aiutato a casa tua”in un mondo che subirà, in modo drammatico, le conseguenze della caduta dei prezzi delle materie prime.
E, infine, e soprattutto, nella lunghissima fila che si è formata davanti agli sportelli dello “stato soccorritore”, ad essere serviti saranno i più forti; per gli altri, per gli ultimi e i penultimi, solo le briciole.

Il nostro pessimismo non è preconcetto né dettato da pregiudiziali ideologiche. Nessun appello alla lotta di classe; che, tra l’altro, come scontro tra padroni e lavoratori, non esiste praticamente da nessuna parte. Oggi la lotta è tra ricchi e poveri; ma non si tratta di uno scontro brutale e violento. Perché si gioca, tutto intero, sul recupero del ruolo dello stato nella lotta alle disuguaglianze; e, insieme, del significato della democrazia.
Oggi, ecco il nostro pessimismo, non sono ancora all’ordine del giorno né l’uno né l’altra. Ma, con il crescere della crisi, la parola “uguaglianza” tornerà per forza a trovare i suoi interpreti e ad invadere le menti ed i cuori; e allora sarà impossibile cancellarla. Anche perché l’alternativa sarà la barbarie; la pura e semplice barbarie.

Alberto Benzoni

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