sabato, 31 Ottobre, 2020

La follia di Landini: “Occupiamo le fabbriche”. Quelle poche aperte?

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Possiamo davvero superare le anomalie italiane in un Paese dove esiste il sindaco di strada che convoca la giunta, pur essendo sospeso, in una masseria? Possiamo davvero diventare un paese normale se ci azzuffiamo al Senato per la fiducia su una legge delega che non toglie diritti a chi ce li ha, ma assume un percorso diverso per chi i diritti, compreso quello fondamentale del lavoro, invece non li ha? Possiamo diventare un paese normale se variamo una legge delega e non un decreto in una situazione d’emergenza coi tempi lunghi di applicazione della norme che la delega comporta? Possiamo diventarlo se continuiamo a evitare di affrontare la questione fondamentale che è la riduzione del carico fiscale per imprese e lavoro? Possiamo diventare un paese normale se un sindacato proclama lo sciopero sulle poche modifiche all’articolo 18 e addirittura minaccia di occupare le fabbriche, quelle poche aperte? Possiamo diventarlo se il sindacato italiano é assolutamente indifferente rispetto alla vera novità del modello tedesco e cioè la partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione aziendale?

Restiamo a quest’ultimo punto precisando alcune questioni. Il Jobs act non toglie alcun diritto a chi ce l’ha, nel senso che si applica solo per i nuovi assunti e per i nuovi contratti. Per questi vale il contratto unico a tutele crescenti, sia per i dipendenti delle aziende con più di 15 dipendenti, ai quali era riservato lo statuto dei lavoratori, sia per quelli con meno di quindici dipendenti, ai quali non era applicato. Viene inoltre, da quel che si dice, stanziato un miliardo e mezzo per gli ammortizzatori sociali che dovrebbe valere anche per coloro che ne sono esclusi. In molti ritengono che sia insufficiente per garantire una copertura totale, anche sommando questa risorsa con quelle riservate alla cassa integrazione e a quella in deroga. Restano punti interrogativi sui contenuti che la legge affidata al governo con delega, una volta votata anche dalla Camera, assumerà, sui tempi di attuazione, sulla sua concreta efficacia.

Quello che non capisco davvero è un’opposizione preconcetta da parte della Cgil, della Fiom e naturalmente di Lega, Movimento Cinque stelle che hanno inscenato l’indegno baccano al Senato, e della stessa Sel. Questi ultimi, recitano, male, la funzione di partiti di opposizione. Ma il sindacato di sinistra vuole davvero una grande mobilitazione riservata alla poche modiche dell’articolo 18 (solo nel caso di licenziamenti economici) che valgono solo per i nuovi contratti? E non invece, come dovrebbe, per le risorse che sono insufficienti per garantire l’intera copertura ai licenziati e soprattutto per la mancanza dell’applicazione del modello tedesco della cogestione. Ha ragione Michele Ainis sul Corriere di oggi: “I partiti agonizzano, i sindacati rantolano e neanche gli italiani stanno troppo bene”.

Assistiamo a una crisi generale della nostra democrazia, così come l’abbiamo conosciuta. E nel contempo non riusciamo a concepirne una adeguata al nuovo secolo. Che i sindacati protestino e si mobilitino non deve suscitar scandalo e fa male Renzi e reagire sempre così inviperito. Si andreottizzi un po’ e non gli farà male. Ma se anche il sindacato (gli iscritti ai partiti si sono polverizzati) perde iscritti (un milione di associati in meno nel settore privato dal 1986 al 2008, dunque prima della crisi) qualche ragione ci sarà. Quando si parla di diritti, è evidente che il primo è quello al lavoro, poi seguono tutti gli altri. E se un altro diritto deve oggi essere affermato è quello dell’unificazione del mondo del lavoro. Quando il nostro compagno Brodolini scrisse, coi suoi collaboratori, tra i quali Gino Giugni, lo statuto dei lavoratori, le aziende con meno di quindici dipendenti associavano un’esigua minoranza di lavoratori. Oggi sono la maggioranza. Vi sembra una differenza da poco? Non esisteva, peraltro, questa pluralità di forme contrattuali e soprattuto era ridotto il fenomeno della disoccupazione, soprattutto giovanile. Il sindacato continui, lo dico per la Fiom e anche per la Cgil, a fare battaglie di retroguardia e a non porre invece con forza il tema delle risorse per i disoccupati, della partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione aziendale, e andrà incontro a nuove sconfitte.

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