venerdì, 20 Settembre, 2019

La frattura dopo il voto all’Onu

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Un manifesto elettorale del premier Benjamin Netanyahu

Un manifesto elettorale del premier Benjamin Netanyahu

Ogni anno l’assemblea generale delle Nazioni unite prende in esame una risoluzione, presentata da qualche paese arabo, che condanna Israele per la sua politica nei territori occupati, per approvarla con una maggioranza bulgara e comunque nettamente superiore a quella registrata adesso. Diciamo un esercizio dovuto e con reazioni del tutto scontate.

Dovuto per i palestinesi che, surclassati sul piano dei rapporti di forza, hanno assoluto bisogno di affidarsi ai loro diritti e al riconoscimento di questi da parte della collettività internazionale; e in un certo senso anche per i paesi europei per dimostrare la loro indefettibile adesione alla prospettiva di una pace basata sul principio dei due popoli due stati. Scontate le reazioni israeliane, tendenti non solo a svalutare il significato del voto ma ad attribuirlo a perdurare dell’antisemitismo (in omaggio al principio che chi critica la politica del governo israeliano diventa per definizione antisemita); come pure quelle un tantinelllo ipocrite di Washington secondo il quale qualsiasi presa di posizione negativa nei confronti di Israele nuoce al processo di pace.

Nell’insieme un’esibizione del politicamente corretto. Che, dopo la conclusione dell’esercizio lascia tutto esattamente come prima.

Quest’anno le cose sono andate in modo diverso; sino ad ipotizzare che l’esito del voto non lascerà le cose esattamente come prima.

Netanyahu ha sottolineato con soddisfazione che l’esito della votazione è stato assai meno bulgaro rispetto alle precedenti: e non tanto per il numero dei contrari (politicamente parlando Guatemala, Honduras e gli staterelli della Micronesia rappresentano i risultati di pressioni americane “cui non si poteva dire di no”) quanto per quello degli astenuti e dei non partecipanti. Dimenticando però di aggiungere che l’oggetto del giudizio di condanna era radicalmente diverso rispetto al passato: non più la politica israeliana nei territori occupati ma la politica americana in Medio oriente.

Se allora, le votazioni precedenti lasciavano tutto come prima, questa sarà fonte di gravi fratture: non sarà Trump in un suo tweet a minacciare i reprobi di ogni possibile ritorsione ma Nikki Haley in un discorso alla Nazioni unite; non sarà un agitatore “populista”ma i rappresentanti dei governi europei a denunciare la scelta americana come una minaccia per la pace.

Difficile valutare, qui e oggi, le conseguenze di questa frattura. Anche perché è legittimo pensare che queste saranno confuse e pasticciate: di là dell’Atlantico l’alternarsi confuso e contraddittorio di pulsioni unilateraliste e di richiami all’ordine; di qua l’incapacità di misurarsi sino in fondo con la crisi della leadership americana nell’incertezza totale su quello che dovrebbe significare e comportare un nuovo protagonismo europeo. Nell’insieme, nulla di chiaro e nulla di buono.

Nello specifico, l’impressione è che lo spostamento dell’ambasciata americana non metta a repentaglio il processo di pace nella prospettiva di “due popoli due stati”: da tempo una pura illusione (come spiega in una sua intervista Lucio Caracciolo) a uso e consumo dei governi europei. Oggi come ieri, nè il governo israeliano nè l’Autorità palestinese hanno il minimo interesse a raggiungerlo: nel primo caso perché l’attuale situazione di stallo rappresenta la migliore delle situazioni possibili; nel secondo perché, dati gli attuali rapporti di forza ogni possibile accordo comporterebbe rinunce del tutto inaccettabili.

In questo quadro lo strappo Usa non pregiudica la situazione. Piuttosto la chiarisce. E in un senso non necessariamente negativo. Da una parte la consapevolezza palestinese, dell’impraticabilità di un processo di pace tutto legato, come è stato sinora, alla mediazione

americana; ma anche dell’impossibiltà di nuove intifada che sarebbero pagate, tutte, dalla popolazione palestinese e senza mutare in nulla l’atteggiamento israeliano. Dall’altra l’apparente soddisfazione di Israele mitigata però dalla consapevolezza che l’entrata dell’elefante Trump in un negozio di cristalleria contenga in sè il rischio di riaccendere tensioni e violenze le tensioni così da mettere a repentaglio i rapporti faticosamente costruiti con i paesi arabi oltre che con importanti potenze esterne ( in primis la Russia).

Registrare una sconfitta senza farne un dramma e senza puntare a immediate rivalse, nella convinzione di doversi muovere in una prospettiva di lungo periodo in cui l’unica risorsa ineliminabile in mano ai palestinesi sarà nel fatto di “essere lì”. E, per altro verso, incassare una vittoria dalla grande valenza simbolica, ma al tempo stesso cercare di muovere le acque il meno possibile nella prospettiva di assurgere formalmente al ruolo di protagonista riconosciuto nello scacchiere mediorientale. Sarà la vittoria dello status quo malamente coperta dalla prospettiva dell’accordo di pace e dalla soluzione dei “due popoli due stati”; rimasta sì formalmente in piedi ma semplicemente perché non se ne vedono all’orizzonte altre.

E allora l’obbiettivo delle potenze e più ancora degli uomini di buona volontà (i tifosi fanno solo danno) dovrebbe essere quello di rendere questo status quo più accettabile per i palestinesi, nel senso di accrescere i loro diritti, di migliorare le loro condizioni di vita, di favorire il moltiplicare delle iniziative comuni e dei rapporti reciproci; il tutto all’interno di progetti appoggiati dalla collettività internazionale. Un disegno, questo, cui nessuno potrebbe decentemente dire di no.

Alberto Benzoni

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