domenica, 23 Febbraio, 2020

La fuga delle responsabilità

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Quando, ormai diversi lustri fa, venni eletto per la prima volta consigliere comunale del mio paese, quello che è stato il mio “padre” politico mi disse di ricordarmi che, una volta eletto, avevo una grande responsabilità, quella di rappresentare le tante persone che mi avevano sostenuto e votato. Rappresentare significa assumersi delle responsabilità, significa essere presenti, non avere paura del peso delle decisioni.

La pagina che si è consumata sulla vicenda “Gregoretti” credo segni una linea di demarcazione sul tema della rappresentanza delle persone che oggi compongono il parlamento italiano. Si tratta di una pagina nera, destinata a incasellare un nuovo tassello di sfiducia da parte dei cittadini nei confronti di una classe politica ormai più avvezza ai tatticismi di bassa lega che alla strategia di ampio respiro.

Dispiace, ma credo sia difficile darmi torto.

Nei giorni in cui la Giunta per le immunità del Senato valutava l’autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini, abbiamo assistito a giochetti degni di una nidiata di bambini della scuola dell’infanzia. L’ex ministro degli interni ha deciso di giocare la sua carta con delle dichiarazioni muscolari degne del superomismo dannunziano. “Processatemi e con me processerete tutto il popolo italiano”, come se davvero il popolo italiano abbia voglia di beccarsi un processo per aver bloccato in mare una pletora di poveri disgraziati.
La maggioranza, spaventata, ha usato la carta dell’Aventino al contrario. Temendo ripercussioni per l’esito delle prossime regionali (prova di caratura nazionale, specie per l’Emilia Romagna, checché se ne dica) ha preferito disertare il voto, contestando la calendarizzazione della seduta. Come a dire, “si, Salvini è colpevole. Lo sappiamo e lo vogliamo dire, ma non oggi, perché è troppo rischioso”.

Come chiamare questo tatticismo se non fuga dalle responsabilità, opportunismo preelettorale, fifa da potenziale futura sconfitta?

Il fatto politico vero, purtroppo, sta nella nostra costituzione, e in quell’articolo 95 che prevede che “il presidente del consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l’unità di indirizzo politico ed amministrativo, promuovendo e coordinando l’attività dei Ministri”.

Poteva Conte, come annuncia a più riprese, non sapere che cosa stava facendo il suo ministro? E se non condivideva, perché ha lasciato fare?

L’autorizzazione a procedere contro Salvini non può che essere intesa, politicamente, come un rinvio a giudizio del governo gialloverde guidato, guarda caso, dallo stesso premier che sta guidando il governo giallorosso. Un’esperienza nefanda che andrebbe cancellata dalla storia politica italiana, ma che sta lì a scavare in profondità le coscienze di un paese sempre peggio rappresentato, sperando che non sia sempre meno civile.

Leonardo Raito

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Riguardo l'Autore

1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Le considerazioni esposte Leonardo Raito non mi sembrano prive di logica, vuoi per “la carta dell’Aventino al contrario”, vuoi per quanto attiene al “fatto politico vero” come lui lo chiama nella seconda parte di queste sue righe, in ordine al quale vedremo anche se verrà adottato o meno il criterio del “non poteva non sapere”, criterio che se non erro ha trovato una qualche applicazione nel passato, e forsanche, sempreché la memoria non mi tradisca, nei confronti del nostro Segretario, all’incirca un quarto di secolo fa.

    Paolo B. 23.01.2020

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