martedì, 28 Gennaio, 2020

La Gabanelli e “la bestia” di Salvini

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Ho avuto modo di vedere il servizio della Gabanelli su “la bestia” di Salvini che, a mio avviso, è molto interessante su molti aspetti, ma che non coglie il punto vero della questione e mantiene sempre quella strana ambiguità del giornalismo italiano che non prende mai una posizione reale, ma si limita a ricondurre tutto a questioni di bene contro il male o piuttosto ad una questione di audience.

Infatti, la Gabanelli, da un lato tira fuori un argomento molto attuale e controverso oggetto di dibattito in tutto il mondo (fuorché in Italia, per cui: grazie Milena!), dall’altro però decide di non approfondire veramente o di centrare un tema reale, ma si limita a fare presa sulla solita retorica venale che si presume debba colpire lo spettatore medio italiano (che è ormai è inteso come uno che fa solo i conti della serva) per cui tutto si riduce a “quanto spende?” e “chi paga?”.

Un ulteriore aspetto di ambiguità che traspare e che è sempre sintomatico di un atteggiamento del giornalismo italiano è dato dal siparietto su La7 tra la direttrice di Dataroom e il conduttore più seguito dagli italiani: Mentana.  Quest’ultimo in particolare se ne esce con un “ma è lecito no? Anche Obama d’altronde aveva un sistema del genere che chiamava proprio ‘La Belva’” e quindi, come sempre, la si mette sul piano del banale e dell’effimero: buoni e cattivi alla fine sono uguali e usano gli stessi mezzi, ciò che cambia è il messaggio.
La bestia di Salvini è come quella di Obama​, solo che nel primo caso è utilizzato per valorizzare una retorica razzista, nel secondo ​caso no.  Infine, si conclude con una domanda che, ancora una volta, evita il vero punto della discussione perché è nei fatti già legalizzante: “è quindi questa la nuova frontiera della politica?”, chiede Mentana alla Gabanelli, la quale da una vaga risposta legata a quanto sia stato interessante studiarne i meccanismi.

Ecco, permettetemi di dire, però ,che il problema non è se il messaggio veicolato sia o non sia buono o se a pagare il tutto sia il Ministero degli Interni o una maxitangente russa, il problema di tutto sto discorso del rapporto tra internet e la politica è se questo possa andare avanti in questo modo.

La domanda che tutto il mondo occidentale si sta ponendo verte proprio sullo strumento “internet” e su quale impatto questo abbia sulla democrazia liberale. È una domanda che è posta già tardivamente, con circa vent’anni di ritardo e che ha di fronte una società e un mondo che è già radicalmente cambiato dall’inserimento di questa “nuova” tech. In particolare, ci si è accorti che l’utilizzo di algoritmi o di software e di tutte le costruzioni collaterali va ben oltre la semplice propaganda. La propaganda ha dei limiti naturali nelle regole giuridiche base: non puoi mettere (ad esempio) all’indice una persona additandola come il nemico senza subire delle conseguenze. Con internet lo puoi fare nel giro di un click evitando qualsiasi conseguenza diretta, ma ottenendo dei risultati 1000 volte superiori (vedi il caso del ragazzo che ha denunciato l’episodio di razzismo di un capotreno).
Il problema di questi sistemi è che mai nessuno nella storia ha avuto la possibilità di condizionare le persone in questo modo (in politica come in altro) e un po’ per lo strumento tecnico, un po’ per la facilità con cui è possibile raccogliere informazioni sulle persone e conseguentemente inviare input e messaggi mirati e calibrati sulla persona senza che questa se ne renda conto. In questo modo si perde non solo il legame tra promesso e realizzato, ma è totalmente assente anche la possibilità di controllo sul tipo di messaggio (sia di autorità sanzionatorie sia di controlli di altro tipo).
Nel mondo e soprattutto negli USA (che sono rimasti sconvolti dalle ultime elezioni per la presidenza) il tema FONDAMENTALE è se la struttura di business legata ad internet sia compatibile o meno la democrazia liberale. La divisione è tra chi chiede regole e trasparenza per un mondo che (sotto diversi punti di vista) è completamente oscuro. Nel dibattito italiano invece questa questione è del tutto assente e tutto si riassume in una furbizia di qualcuno che si è dotato di questi strumenti oppure e in accuse “fake news! fake news!”, come se questa parola creasse un genere diverso da quella che conosciamo come diffamazione.

Per non vivere con la testa in una bolla per altri vent’anni e per evitare che la democrazia italiana venga travolta da tutto questo, bisognerebbe per lo meno che certi bravi giornalisti, intellettuali e politici, introducano questo dibattito, perché altrimenti non creeremo mai degli anticorpi per difenderci.

Giacomo D’Alfonso

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