lunedì, 18 Novembre, 2019

La gabbietta di Brunetta

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Brunetta gabbietta-Letta-Alfano

Il nuovo tormentone si chiama ‘cabina di regia’ e lo ha inaugurato il capogruppo del PDL alla Camera, Renato Brunetta. Ufficialmente è un rimedio alle febbri che di volta in volta tormentano il governo Letta. È una medicina antica molto utilizzata nella prima Repubblica quando i governi di coalizione di quattro o cinque partiti del centrosinistra, per evitare scossoni alla navigazione, riunivano nella ‘cabina’ i segretari. Una stanza di compensazione che serviva a smussare le divergenze e a sanare i contrasti prima che si scaricassero attraverso i ministri dentro il governo.

Oggi si tratta solo di uno stratagemma per ‘commissariare’ il numero due del PDL, che oltre che ministro dell’interno e vicepremier, è anche e soprattutto una ‘colomba’. Insomma più che una ‘cabina’, assomiglia a una gabbia, anzi a una gabbietta per tenere a bada i ‘governisti’ e togliere a Letta quel po’ di libertà di movimento che aveva.

È vero che ieri Alfano ha fatto opera di contrizione recitando il ‘mea culpa’ in tutti i tg della sera, ma il suo essere ‘diversamente berlusconiano’ nella votazione del 2 ottobre che mostrò quanto fosse politicamente ‘nudo’ il Re, cioè Berlusconi che rischiava di finire platealmente smentito da una trentina di senatori, ha prodotto una frattura incolmabile.

Ecco dunque che nel ‘mattinale’, la nota che da piazza San Lorenzo in Lucina viene quotidianamente diffusa per dare alla stampa il verbo ufficiale del Cavaliere, la richiesta di una ‘cabina di regia’ che veniva qualche giorno fa sostenuta solo da Brunetta, diventa da oggi una richiesta ufficiale del PDL, cioè di Berlusconi.

“C’è il rischio – si legge – di una involuzione grave di metodo prima ancora che di contenuti nella conduzione dellesecutivo e nei rapporti con la maggioranza. Invece che aprire le porte alle forze che la sostengono per dialogare, cambiare, migliorare, trovare strade per abbassare le tasse, riformare la giustizia, che fa il premier? Si isola con i suoi ministri e i suoi tecnici, magari girando il mondo”.

Chiara l’antifona? Mettere Letta con tutti i suoi ministri scavezzacolli a cominciare da Saccomanni in condizione di non muoversi. In una parola la gabbietta di Brunetta servirebbe soprattutto a logorare; a logorare il governo in attesa del pretesto per la spallata.

Il sogno accarezzato, e confessato, sarebbe quello di tornare alle urne nel tentativo, peraltro di dubbia riuscita, di anticipare l’incandidabilità di Berlusconi e le (possibili) novità del principale antagonista il PD, contando sulla sterilizzazione di un terzo o un quarto circa dei voti da parte di Grillo, e al contempo di tentare il tutto per tutto, fidando nel Porcellum che, anche se ‘limato’ per sentenza imminente della Consulta, obbligherebbe di nuovo il PD a scendere a patti in una riedizione delle larghe intese. Ma dall’altra parte che succede?

Si aspetta l’intronizzazione quasi sicura di Renzi che intanto ha già messo le mani avanti bloccando un’ipotesi di riforma della legge elettorale che sembrava trovare l’accordo del PDL. In ballo c’era una soluzione all’italiana fatta di aggiustamenti progressivi. Ecco cosa dichiarava solo l’altra settimana la senatrice Finocchiaro, la negoziatrice del PD: “’La legge su cui si sta lavorando in Senato è un modello simile allo spagnolo, con alcuni meccanismi come le circoscrizioni piccole che correggono un esito puramente proporzionale in senso maggioritario e un premio di maggioranza solo per chi raggiunge il 40%. Ritengo che questo modello, soprattutto se saranno inserite le preferenze, sia molto migliore del Porcellum. Se il processo delle riforme costituzionali va in porto si farà anche una legge elettorale conseguente. Se non va in porto, invece, bisogna decidere come regolarsi rispetto alla legge transitoria. Io credo che su questo si debbano riunire i gruppi parlamentari, poi la Direzione. Il Pd deve discutere, ma partendo da un dato di realtà che sono i numeri che ci sono in Parlamento”.

Il resto – spiegava l’ex capogruppo a Palazzo Madama – cioè la divisione tra proporzionalisti e bipolaristi, è una sciocchezza utilizzata a fini interni congressuali. È Renzi infatti che dalla Leopolda ha lanciato domenica l’affondo contro i biechi proporzionalisti che vorrebbero ricacciare la ‘splendida’ Seconda Repubblica nel medioevo della Prima, dichiarando tutto il suo sostegno a una legge autenticamente bipolarista sul modello del ‘sindaco d’Italia’ (a suo tempo sostenuta nel più perfetto isolamento dai socialisti dello SDI, ndr). Peccato che i numeri per questo non ci siano e neppure i tempi che richiederebbe una modifica costituzionale.

Risultato? Renzi raccoglie facili consensi congressuali e se si andrà a votare lo si farà col Porcellum che resta con le modifiche che imporrà la Corte Costituzionale ai primi di dicembre.

Dunque i leader – Berlusconi, Grillo e si presume Renzi – sceglieranno ad libitum i candidati delle liste bloccate. Una schifezza immensamente più grande dei 5 voti di preferenza della proporzionale pura in vigore con la Prima Repubblica.

Ma tant’è; il governo fatica a muoversi mentre il Paese annaspa e l’ISTAT segnala che il numero di individui in povertà assoluta negli ultimi cinque anni è raddoppiato: da 2,4 a 4,8 milioni.

“Sarà un caso – commentava ieri commento di Marco Di Lello, capogruppo PSI a Montecitorio – ma all’indomani dell’offensiva renziana della Leopolda sulle larghe intese, il ‘governista’ Alfano, impaurito dalle prospettive ha chinato la testa e giurato fedeltà a Berlusconi. Chi per una ragione, chi per un’altra, in questa maggioranza di governo sono sempre più quelli che vorrebbero staccare la spina e andare alle urne con la legge ‘porcata’ che c’è visto che per farne una davvero nuova non ci sono né i numeri né il tempo. Così tutti vorrebbero correre alle urne, ognuno giurando di volerne una migliore. Berlusconi Alfano e il nichilista Grillo, tutti uniti in una strana convergenza”. Strana? Mica tanto.

Carlo Correr

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