lunedì, 27 Maggio, 2019

Il cambiamento che mette la Germania in crisi d’identità

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“Limes” ha dedicato il numero di dicembre 2018 al problema delle crisi d’identità che attualmente sta attraversando la Bundesrepublik. Secondo l’Editoriale del periodico la Germania avverte che non può più fare affidamento sui tradizionali riferimenti esterni che dalla fine del secondo conflitto mondiale l’hanno protetta, facendola diventare una grande potenza mondiale, qual essa è attualmente; non solo non è più sicura di poter contare sullo scudo protettivo americano, ma neppure sui vantaggi che le ha assicurato, sul piano economico, l’intera area dell’Unione Europea.

Nel torno di tempo di quattro anni, dal 2013 al 2017, la Germania è stata chiamata a dover fare i conti con il cambiamento profondo intervenuto sul piano internazionale, ma anche con le conseguenze di alcune sue scelte recenti, compiute sul piano interno.
Sul piano esterno, in particolare, la Repubblica federale ha visto incrinarsi i rapporti con il suo tradizionale protettore, gli USA, sia a causa delle “intrusioni spionistiche” perpetrate ai suoi danni ai tempi della presidenza di Barak Obama, sia soprattutto con l’avvento di Donald Trump alla presidenza degli USA, che ha dato il la alla stagione dei rimproveri allo Stato tedesco d’essere un “concorrente sleale”, oltre che un profittatore, per aver scelto, dal dopoguerra, di “viaggiare a sbafo” sotto l’”ombrello protettivo” statunitense.

Sul piano interno, invece, la tradizionale quiete politica è stata interrotta dalla decisione della “Cancelliera di ferro”, Angela Merkel, di accogliere, dopo un accordo con la Turchia, un consistente numero di profughi (siriani, iracheni, afgani); decisione che, pur interrotta a seguito della reazione dell’opinione pubblica, è costata al governo tedesco, prima un accordo oneroso con la Turchia di Erdogan e, successivamente, la disaffezione di molti elettori dal partito della Merkel, con la conseguente sconfitta elettorale della CDU nel 2017, cui si è aggiunta l’affermazione di formazioni partitiche portatrici di spinte xenofobiche, che hanno oltremodo reso difficoltose le trattative per la formazione di una nuova coalizione governativa.

Tutto ciò è accaduto mentre l’economia dell’Unione Europea stenta a superare le conseguenze della crisi iniziata nel 2007/2008, nella prospettiva del pericolo che una nuova possibile recessione possa peggiorare anche in Germania il livello di benessere raggiunto nei primi trent’anni successivi al dopoguerra; un pericolo, questo, che è valso a “togliere il sonno” all’establishment tedesco, per la paura che la nuova crisi possa lambire ed erodere la validità dell’ideologia ordoliberista, con cui la Germania, negli anni più bui della Grande Recessione, aveva potuto trattare dall’alto della forza e della stabilità del suo sistema politico-economico, i Paesi membri dell’area-euro in crisi, arrivando a prescrivere, nel loro presunto interesse, severi “compiti a casa”, perché potessero riequilibrare i loro conti pubblici in dissesto. Le prescrizioni sono valse ad imporre all’area comunitaria una controproducente austerità che, anziché consentire la “messa in ordine” dei conti pubblici dei Paesi maggiormente in crisi, hanno invece concorso a creare la paura che la nuova possibile recessione possa colpire anche la stessa Germania.

Il pericolo che la forza del proprio sistema economico possa essere compromessa dall’indebolimento dei flussi delle esportazioni verso il resto del mondo, congiuntamente al deterioramento dei tradizionali rapporti con gli USA e dei rapporti politici interni, “spinge” ora la Germania ad interrogarsi sul motivo per cui essa non dispone di una politica estera autonoma, adatta a garantire i propri interessi sul piano internazionale; ciò in considerazione del fatto che l’economia tedesca ha proprio nella componente estera la base della forza economico-politica che le ha consentito di svolgere un crescente ruolo di importante attore, non solo a livello globale, ma anche e soprattutto, a livello di Unione Europea. Sul piano internazionale, l’erosione della garanzia americana costituisce il fatto che maggiormente disvela la insostenibilità che il suo “gigantismo economico” non sia presidiato da un’adeguata politica estera.

Sull’argomento, l’establishment tedesco ha mostrato nel passato una tendenziale indifferenza che, a parere di Maximilian Terhalle, lettore presso il dipartimento di Politica e società dell’Università di Winchester, nell’articolo “Senza strategia la potenza è un guscio vuoto” (Limes, n. 12/2019), è riconducibile a due ordini di motivi. Innanzitutto, questa indifferenza andrebbe ricollegata al fatto che nei decenni passati, la riflessione sull’argomento della disponibilità di una politica estera autonoma, da parte della classe dirigente germanica, si è sostanziata in un atteggiamento passivo e remissivo, del tutto inadatto a un Paese che, negli anni, ha aumentato di continuo la propria forza economica. In secondo luogo, l’indifferenza dipenderebbe dalla circostanza che alla stessa classe dirigente ha fatto difetto una realistica “comprensione dei fondamenti geopolitici su cui riposano la prosperità economica e la sicurezza militare”.

Da qui ora deriva, per l’establishment tedesco, la propensione ad interrogarsi su come il livello di benessere raggiunto, l’autonomia decisionale e il prestigio acquisiti dal proprio Paese a livello internazionale possano essere assicurati nel futuro. Il contrasto “con la profonda preoccupazione dei tedeschi per il futuro dell’ordine liberale mondiale – afferma Terhalle – non potrebbe essere più ironico” e indicativo dell’attuale crisi d’identità della quale è vittima la Germania.
A prescindere dai limiti coi quali la Merkel ha tentato di opporsi alla strategia isolazionista e protezionista della politica estera di Trump, ciò che stupisce gli analisti delle relazioni internazionali è la tendenza della Germania a trascurare di valutare la necessità che la propria sicurezza e quella europea debbano essere determinate in funzione della dinamica delle relazioni tra i principali competitori globali, quali sono gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Di fronte ai possibili sviluppi di queste relazioni, gli analisi osservano che sia ora imprescindibile, per la Germania, comprendere quali possano essere, in termini strategici, gli “obiettivi fondamentali di Washington”; in particolare, essa, a parere di Terhalle – deve valutare come “l’America intenda adattarsi ai profondi cambiamenti dell’ordine da essa ha costruito e sin qui presieduto”, tenendo conto che in estremo Oriente la Cina esprime l’insidia preminente alla salvaguardia degli interessi tedeschi.
Due sono gli sviluppi possibili delle dinamiche delle relazioni tra gli USA e la Repubblica Popolare Cinese; dinamiche da considerate congiuntamente, perché trascurarne “le interconnessioni impedirebbe di coglierne appieno la complessità”.

Il primo sviluppo possibile è corroborato dalla complessità della situazione che sta prendendo corpo nell’area estremo-orientale Orientale, per iniziativa della Cina e del suo attuale Presidente Xi Jinping. Il riarmo che la Cina persegue, nonché la sistematica costruzione delle “Vie della Seta”, congiuntamente alla costruzione di basi militari su isole artificiali o naturali (occupate, queste ultime, con la forza in spregio della sovranità territoriale dei Paesi vicini) aumenta di molto la probabilità che scatti la “trappola di Tucidide” della quale parla Graham Allison, rendendo assai probabile l’inizio di un conflitto con gli USA.
Di fronte a un simile evento, gli analisti delle relazioni internazionali si interrogano sul perché gli strateghi tedeschi non si pongano il problema di capire quali possano essere le probabili intenzioni della Russia; ciò, al fine di valutare l’eventuale decisione di Mosca di aggredire il fianco orientale della NATO, nel momento in cui l’America è impegnata col suo massimo competitore estremo-orientale.
Il secondo sviluppo possibile delle dinamiche delle relazioni internazionali (che potrebbe precedere il primo o procedere di pari passo con esso) è sempre legato al confronto-scontro degli USA con la Cina; Washington, ad esempio, potrebbe decidere che, per “regolare i conti” con Pechino, sia meglio – come afferma Terhalle – “cercare un accordo con la Russia, spingendola a rompere con la Cina e a isolarla”. Si tratterebbe – secondo Terhalle – di rovesciare “la ratio strategica sottostante l’apertura di Nixon alla Cina negli anni Settanta”, peraltro già oggetto di discussione all’interno di alcuni circoli politici statunitensi.

Questi possibili sviluppi delle relazioni internazionali non sono stati sinora oggetto di riflessione a Berlino; il che è grave, perché, soprattutto se dovesse verificarsi il secondo, esso varrebbe ad esporre l’Europa (non solo la Germania) al ricatto della Russia; infatti, nel caso di un accordo tra Washington e Mosca, è da considerarsi verosimile che l’America chieda alla Russia di “rompere” con la Cina, fornendo a l’opportunità di pretendere un più ampio “margine di manovra nel suo ‘estero vicino europeo’”, obiettivo che motiva costantemente la politica aggressiva di Putin. Tra l’altro, un accordo di Washington con Mosca consentirebbe ad entrambi di ostacolare, per motivi economici ed extraeconomici, il processo di integrazione europea, indebolendo, più di quanto non lo siano di già oggi, le capacità negoziali dei Paesi membri dell’Unione Europea nei loro confronti.

I possibili scenari in grado di caratterizzare lo stato futuro del mondo potranno anche indurre qualcuno a ritenerli eccessivamente visionari; tuttavia, ignorare la possibilità che essi si verifichino, solo perché sgraditi, non farà sparire i problemi che oggi agitano il mondo; perciò, se si vogliono evitare gli esiti sfavorevoli connessi al verificarsi di quei scenari, occorre che la Germania innanzitutto (per il “peso” della sua forza economica e politica che essa può fare valere sulla scena internazionale), ma anche i restanti Paesi dell’Unione Europea compiano delle scelte, nell’interesse dell’Europa e di quello proprio.

Ma quali scelte?
In particolare, sul piano delle sicurezza, non solo militare, la Germania dovrà rimuovere presso i Paesi amici e alleati (esterni ed interni all’Unione) il convincimento d’essere un Paese parassitario, che deve i sui successi a spese degli altri partner; l’establishment tedesco deve convincersi, come afferma Cristopb von Marshall, in “Il ritorno della potenza” (Limes, n. 12/2018), che il proprio Paese, dovrà attuare necessariamente “qualche cambiamento nella sua politica estera”, non solo sul piano della difesa militare, ma anche su quello strettamente economico, se vorrà evitare che l’ordine internazionale fondato sul libero scambio (presupposto del livello di benessere e del prestigio globale raggiunti) possa venire meno; in altri termini, la Germania dovrà abbandonare la politica di equidistanza, cui spesso (sotto la spinta di frange sia di destra che di sinistra) tende a propendere, nella certezza che Cina e Russia (e ora, per certi aspetti, persino l’America) non sono tra i più fervidi sostenitori della logica sottostante il regime di libero scambio a livello internazionale.
La Bundesrepublik, quindi, con i cambiamenti della propria politica estera dovrebbe dare “profondità strategica” alla propria azione; a tal fine, in primo luogo – come afferma Dario Fabbri in “Una strategia per la Germania” (Limes, n. 12/2018) – “dovrebbe attivarsi per garantire la sopravvivenza dell’eurozona”, abbandonando il “suo moralistico approccio alle relazioni intraeuropee, fondato sulla bizzarra distinzione tra nazioni probe e scorrette”; ciò, nella consapevolezza che essa (la Bundesrepublik), sprovvista com’è di un mercato interno in grado di assicurare l’intero assorbimento della propria produzione industriale, ha bisogno che la propria politica monetaria assicuri ai Paesi dell’Unione Europea un potere d’acquisto sufficiente a “consumare” il suo export.

In secondo luogo, la Bundesrepublik, proprio per garantirsi un mercato interno, dovrebbe “impegnarsi a diffondere denaro” nel sistema comunitario, “smettendo il tono protocollare adottato nei confronti degli altri Stati membri […], per adottare il tipico atteggiamento dell’egemone, benevolo nei confronti delle deficienze altrui perché di rango superiore”. Ciò comporterebbe che, anziché minacciare di sanzioni i Paesi che violano i parametri concordati di equilibrio dei propri conti pubblici, o di minacciare di estromettere dall’area-euro i Paesi membri poco virtuosi, la Germania, al contrario, dovrebbe decidere di “accollarsi una frazione del loro debito”, garantendone sui mercati finanziari la solvibilità.
Se Berlino non opererà nel breve periodo delle scelte idonee a salvaguardare il futuro dell’Unione Europea, correrà il rischio d’essere travolta per quanto non ha saputo o voluto intraprendere, al fine di tutelare, assieme agli altri partner europei, anche se stessa, esponendo l’intera Europa al pericolo d’essere costretta a subire gli effetti negativi delle dinamiche delle relazioni in corso di svolgimento tra i principali competitori globali. Nel caso in cui il pericolo dovesse prendere corpo, la Germania e l’intera Europa dovrebbero “reinventarsi” un proprio ruolo, da posizioni nettamente peggiori di quelle attuali: prive di ogni capacità difensiva, esse sarebbero costrette a vivere e a subire una crisi del loro stesso modello culturale.
Di fronte a questa grigia prospettiva, la tenuta dell’Unione Europea deve rappresentare, soprattutto per la Germania, la principale priorità; essa dovrà adoperarsi per un ulteriore approfondimento dell’integrazione (dopo aver concorso a consolidare le situazioni economiche di tutti i Paesi membri) nei campi dove attualmente l’Unione è più carente, come quello della difesa comune.
In conclusione, la Germania, abbandonando l’attuale stato d’incertezza riguardo al proprio ruolo in Europa e nel mondo, dovrà adottare una nuova politica estera; una politica che, pur non potendo esercitare un ruolo primario a livello globale, possa assicurare, se liberata dalle prevenzioni sinora prevalse ai danni degli altri partner europei, una valida strategia di difesa nell’interessi di tutti.

Gianfranco Sabattini

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