domenica, 29 Novembre, 2020

La gestione ‘creativa’ del Lavoro

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Sul Corriere della Sera del 16 maggio Dario Di Vico scorge fra le pieghe del decretone da 55 miliardi un’inversione di tendenza rispetto alle più recenti leggi sul lavoro: segnatamente rispetto al “Decreto dignità”, col quale Di Maio aveva irrigidito i parametri di conferma dei contratti a termine. Nei prossimi mesi ci sono infatti un milione e mezzo di contratti in scadenza che con le norme in vigore non potrebbero essere rinnovati: non proprio una buona notizia, in un contesto in cui la disoccupazione dilagherà anche e soprattutto fra i dipendenti a tempo indeterminato.
In realtà si tratta solo di una deroga, come ha osservato Giuliano Cazzola sul Sussidiario del 18 maggio.
E comunque per rimettere le politiche del lavoro sul giusto binario dopo la gestione creativa del ministero da parte di Di Maio non basta una toppa. Bisogna tornare, per citare ancora Di Vico, “al lungo e omogeneo ciclo di provvedimenti che erano andati dal pacchetto Treu (1997) fino al Jobs act (2015) con 11 governi diversi”: finché il dodicesimo non ha deciso di fare guerra alla flessibilità del mercato del lavoro.
Dopo la crisi, infatti, inevitabilmente sarà necessaria maggiore flessibilità. Interi settori (si pensi per esempio al trasporto aereo) ridurranno drasticamente il personale, mentre altri saranno in cerca di manodopera: non solo scuola e sanità, ma anche la manifattura. E perfino l’agricoltura, quando dovrà finalmente prendere atto che la schiavitù è stata abolita da tempo.
Lo ricorda – sul Sole 24 Ore del 17 maggio – anche Tommaso Nannicini, che fra l’altro proprio del Jobs act fu l’estensore. Per Nannicini “è la formazione permanente il nuovo articolo 18”: nel senso che va messa al centro delle politiche del lavoro come – opportune et importune – lo fu l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori nel secolo scorso. Infatti ora “dopo l’app Immuni ci serve l’app Occupati: servizi del lavoro moderni, tecnologici, che reagiscono ai dati in tempo reale per offrire una formazione adeguata e tempestiva”.
La “app Occupati”, per la verità, dovrebbe essere in funzione da tempo. Era stato proprio Di Maio, due anni fa, ad acquistare il software che avrebbe dovuto farla funzionare. Lo era andato a cercare sulle rive del Mississippi, e già che c’era ne aveva importato anche l’inventore: quel professor Parisi che un anno e mezzo fa venne posto alla testa dell’Anpal, l’agenzia che Nannicini aveva individuato per implementare le politiche attive del lavoro previste dal Jobs act.

Non era la prima volta, del resto, che dagli Usa veniva messo sul mercato un software per facilitare l’incontro fra domanda e offerta di lavoro. Già nel 1997, quando il primo governo Prodi aveva staccato dalla Gepi il ramo d’azienda dedicato alla formazione per dare vita a Italia lavoro (l’antenata dell’Anpal), gli amministratori della nuova società ereditarono un progetto simile a quello di Parisi: ma non fu difficile cestinarlo, facendo presente che la struttura socio-economica del nostro paese non era paragonabile a quella statunitense, e che conseguentemente anche il mercato del lavoro era diverso.
Con Parisi, del resto, Di Maio pensava di avere acquisito due competenze al prezzo di una: il professore pugliese infatti, oltre ad abolire la disoccupazione, avrebbe dovuto abolire anche la povertà, grazie al reddito di cittadinanza all’uopo predisposto dai 5 stelle. E pazienza se nel frattempo occorreva assumere 3000 navigator da aggiungere ai dipendenti dell’Anpal ed a quelli dei centri per l’impiego regionali: ne valeva la pena, se si voleva utilizzare al meglio il software miracoloso. Peccato tuttavia che neanche uno dei 3000, all’inizio dello stato d’emergenza, si sia accorto dell’eccezionale offerta di lavoro proveniente dalle aziende agricole: così lasciando senza argomenti, fra l’altro, i 5 stelle che resistevano all’iniziativa della ministra Bellanova per la regolarizzazione degli immigrati occupati nei campi.

 

Neanche Parisi, del resto, era sul pezzo. Il giorno prima del lockdown, infatti, aveva preso l’ultimo aereo per gli Stati Uniti e si era ricongiunto alla famiglia sulle rive del Mississippi: guardandosi bene, peraltro, dal rassegnare le dimissioni, e pretendendo anzi di continuare a dirigere l’Anpal in regime di smart working. Se quindi si vuole davvero disporre di una “app Occupazione” si deve innanzitutto procedere ad un licenziamento. Ma d’altra parte se si vuole essere davvero in grado di fronteggiare l’incombente disoccupazione di massa converrà rinunciare anche alla “app”: e riprendere, con la concertazione e la contrattazione, quella strategia della formazione continua concepita da Gino Giugni ai tempi del governo Ciampi e poi colpevolmente negletta dalle parti sociali.

 

Luigi Covatta

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