lunedì, 18 Marzo, 2019

La Grande Guerra. Il primo scontro della guerra civile

0

DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE parte terza

Nella prima parte dei questo excursus sulla guerra civile nel primo dopoguerra abbiamo parlato dei primi scontri tra nazionalisti e socialisti svoltisi a Roma il 10 Aprile del 1919, dopo tale evento, i socialisti organizzarono una nuova manifestazione a Milano dove esisteva la più potente organizzazione federale socialista d’Italia. Era programmata per il 13 al Largo Garigliano, in via Borsieri, ma la Questura negò l’autorizzazione. Nonostante ciò, i socialisti si presentarono in massa e la manifestazione ben presto degenerò in scontri tra manifestanti e polizia.

Persino i sanpietrini vennero divelti e gettati contro gli agenti, ferendone vari, a quel punto intervenne l’esercito e la mischia divenne tremenda. I feriti anche tra i manifestanti furono molto numerosi, gravi due agenti di polizia, un maresciallo e il soldato di 31 anni Giovanni Gregoretti fu ucciso.

La massa dei manifestanti venne dispersa e lungo il percorso vi furono non pochi atti di vandalismo, con vetrine spaccate e passanti ed ufficiali aggrediti.

Il timore che anche la sede de Il Popolo potesse essere attaccata, spinse arditi, nazionalisti e fascisti a presidiarla persino con una mitragliatrice, la giornata finì così, ma il giorno successivo venne proclamato lo sciopero generale, che fu accompagnato da altri incidenti anche se in tono minore. Il 15 però, invece di terminare, proseguì, con un corteo che tentò di occupare di nuovo Milano, da piazza del Duomo però il deputato Cardiani fece appello agli studenti del Politecnico che sapeva essere ex ufficiali, invitandoli a scendere in piazza per difenderla dal “pericolo rosso”, Centocinquanta che per altro erano solo ex militari ma non fascisti, vi accorsero con bandiere tricolori. Dal fondo di Via Dante arrivava il vociare del corteo che intonava “Bandiera rossa”, avanzando verso il centro, con una avanguardia di circa tremila operai muniti di randelli e paletti di ferro strappati anche dalle aiuole dei giardini.

Fu allora che i trecentocinquanta giovani ex ufficiali al grido di “Viva l’Italia! Morte a Lenin!” si scagliarono contro quella avanguardia e avvenne il primo vero atto della guerra civile tra italiani.

Da ambo le parti si spararono rivoltellate (c’è da dire che allora la legge sull’uso delle armi era molto meno restrittiva di oggi e che moltissime armi ex residuati di guerra erano detenute e circolavano liberamente)

Parrà strano, ma la furia di quei giovani evidentemente abituati ai campi di battaglia e i loro spari, fecero prima sbandare l’avanguardia e poi disperdere il resto del corteo.

A quel punto, la situazione si capovolse, ed i nazionalisti, i reduci e i fascisti vollero puntare sulla sede de L’Avanti, che però era presidiata da forze di polizia e da militari. Da una finestra della sede del giornale socialista arrivò uno sparo che colpì a morte il mitragliere Martino Speroni comandato in servizio d’ordine. Fu così che il presidio venne a mancare e la sede fu assalita e data alle fiamme, mentre i redattori si misero in salvo con una fuga precipitosa.

La giornata fu pertanto insanguinata da tre morti, tra i quali una ragazza che non c’entrava nulla, il mitragliere e numerosi feriti.

A descrivere gli eventi abbiamo la cronaca del Corriere di allora che non era del tutto avverso ai socialisti e cercava di mantenere una posizione al di sopra delle parti. L’articolo del giornale milanese parla anche dell’intervento di un reparto di cavalleria che però si sbandò perché i cavalli furono spaventati dall’agitarsi dei drappi rossi e dei bastoni, e dice anche che fu alla fine un acquazzone provvidenziale a disperdere i manifestanti dall’una e dall’altra parte. Per la prima volta furono utilizzati gli idranti dei pompieri per disperdere gli ultimi residui della folla accorsa. Il giornale riporta anche la colluttazione e la cattura del ventenne Nuccio Zambaldi, dopo l’assalto a L’Avanti e che fu gettato nel naviglio, anche se poi salvato dai militi della Croce Verde.

Nonostante tutto ciò, lo sciopero proseguì ad oltranza anche il 16 e il 17, senza che l’opinione pubblica ne potesse comprendere le ragioni, anzi, pur essendo preoccupatissima che potesse degenerare come nei giorni precedenti.

Ovviamente l’evento fu cavalcato da Mussolini nelle colonne del suo giornale che stigmatizzò gli scontri con le seguenti parole “Ma tutto ciò che è avvenuto nel Naviglio, anche se non è partito da noi, anche se l’iniziativa non fu nostra, non è da noi rinnegato o rimpianto o deplorato, perché è stato umano, profondamente umano. Non siamo dei coccodrilli democratici e dei vigliacchi. Abbiamo sempre il coraggio delle nostre responsabilità. Siamo ancora quelli di Tregua d’Armi!…E’ l’interventismo popolare, il vecchio buon interventismo del 1915, che, in tutte le sue gradazioni, si è raccolto attorno a noi…noi non ci opponiamo al movimento ascensionale delle masse lavoratrici, non ci opponiamo a questa magnifica incruenta rivoluzione operaia che è in atto e che ha già, anche in Italia, toccato splendide realizzazioni; noi combattiamo apertamente e fieramente, insieme con la maggioranza dei socialisti di tutto il mondo, quel fenomeno oscuro e criminoso, di regressione , di contro-rivoluzione, e d’impotenza che si chiama bolscevismo”

Si noti bene come, nonostante la recente fondazione dei Fasci di Combattimento del mese precedente, Mussolini adotta ancora nel suo intervento la terminologia “socialista” non si sente dunque un “eretico” ma, viceversa, taccia di “eresia” proprio coloro che “vogliono fare come in Russia” e che compatti, militeranno ancora per quasi un paio di anni nel partito che lo aveva espulso prima di scindersi rovinosamente.

A fare da eco a tali parole, parrà incredibile, ma è proprio Pietro Nenni che aveva aderito ai Fasci di Combattimento con spirito rivoluzionario e repubblicano e che allora dirigeva Il Giornale del Mattino, finanziato dagli agrari bolognesi, giovane ma già dirigente dei Fasci di Combattimento di Bologna. Ecco cosa scrisse il 19 aprile 1919: “Chi non ha diritto di protestare è proprio l’Avanti! Esaltatore della guerra civile. Credevano forse in via San Damiano che si potesse seminare a piene mani l’odio contro gli interventisti e i patrioti, credevano che si potesse esaltare la dittatura del proletariato come redde rationem per chi aveva amato il proprio Paese, senza che la reazione fosse immediata ed impetuosa? Alla rivoluzione come alla rivoluzione!”

Quando Nenni ebbe modo di riflettere accuratamente su quegli eventi e scrisse anche un altro libro: “Storia di quattro anni” su quel periodo, lucidamente capì anche gli errori del Partito Socialista, vale la pena quindi di menzionare anche una citazione da quelle pagine:

“Ebbe il Partito Socialista coscienza di questa situazione? Certamente sì (si riferisce alla crisi dei vecchi assetti sociali n.d.r.) Si può dire anzi che, almeno da un punto di vista teorico, questa coscienza l’ebbe in forma esagerata, fino a dimenticare i reali rapporti di classe, il carattere del tutto speciale del reclutamento socialista, la forza di quei ceti medi fra i quali si reclutavano gli interventisti ed in guerra l’ufficialità, le possibilità di sviluppo delle prime associazioni di combattenti, fino a misconoscere in genere il complesso fenomeno del combattentismo. Fu questa svalutazione del combattentismo il primo errore e forse il più fatale. Bisogna però riconoscere che un tale errore difficilmente si poteva evitare, dato il corteo di odi che la guerra lasciava dietro di sé”

Un corteo che purtroppo si fece sempre più funebre

Questo infatti fu solo il prologo di tale lunga guerra civile, ben presto l’inflazione e l’aumento dei prezzi dei generi più richiesti come il pane, provocarono altri scontri, altri morti ed altri saccheggi, così come altri tentativi di sciopero..non tutti riusciti.

© 3 continua

Carlo Felici

Parte prima
Parte seconda

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply