domenica, 26 Maggio, 2019

La Grande Guerra. Le fasi della Guerra Civile

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DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE parte 2

Nel continuare questo mio excursus sulla guerra civile che si sviluppò in Italia immediatamente dopo la fine del conflitto, prima, sarà bene fare alcune precisazioni, in una sorta di postfazione.
Essa fu tale per stessa ammissione di Pietro Nenni che scrisse e pubblicò per la prima volta nel 1930 in esilio in Francia il libro intitolato appunto “Sei anni di guerra civile” e che reca nella sovraccoperta dell’edizione italiana, unica per ora del 1945, proprio l’immagine di Matteotti.
Tale guerra avrebbe avuto una pausa per il prevalere del Fascismo, solo temporanea. Fu quindi una pace imposta e non definitiva con non pochi tentativi di riattivarla da parte antifascista di chi in precedenza era uscito sconfitto, con la marcia su Roma, e soprattutto con l’affermarsi del regime, dopo l’infame delitto di Giacomo Matteotti. Perché dopo il 25 luglio del 1943 essa si riattivò, a poco a poco, fino a crescere con le ultime tragiche fasi della guerra, raggiungendo punte di criminalità e di ferocia mai viste prima e che perdurarono anche dopo la fine del conflitto.
Non fu infatti la fine della guerra, ma solo la nascita della nostra Costituzione che mise, almeno sul piano storico, una pietra tombale su tale guerra. Sul piano sociale e civile purtroppo i suoi strascichi continuarono fino almeno agli anni ottanta, con le stragi nelle piazze, sui treni, gli omicidi di politici, sindacalisti e magistrati, le trame piduiste e le continue strumentalizzazioni dei giovani in opposte fazioni, purtroppo non ancora del tutto sopite.
Ma questa è un’altra storia..magari da affrontare in seguito.
A noi ora interessa la prima fase di questa guerra civile, che potremmo dividere in tre bienni: il primo rosso che vide il prevalere delle forze socialiste strettamente connesse con quelle bolsceviche e sindacaliste rivoluzionarie; la sua maggiore riuscita non fu tanto nell’occupazione delle terre e delle fabbriche, ma paradossalmente nell’impresa fiumana, nonostante tuttora ci si ostini a considerare un personaggio come D’Annunzio una sorta di icona del fascismo nascente, quando i primi che rinnegarono la sua impresa rivoluzionaria furono proprio coloro a cui egli, proprio con intento rivoluzionario, si era rivolto accoratamente: Serrati e Mussolini. Il primo perché rivoluzionario solo a parole, il secondo perché pavido della reazione dell’esercito. Tanto meno fu nazionalista in senso stretto, se consideriamo infatti il suo tentativo di fondare la Lega di Fiume, come lui disse, per «tutti quei popoli che oggi patiscono l’oppressione e che vedono atrocemente mutilate le fibre viventi dei loro territori nazionali, e che guardano al vessillo di Fiume come al segno della rivolta e della libertà», ci accorgiamo che la sua impresa ebbe anche una forte vocazione iternazionalista.
Per comprendere bene questa fase, è opportuno non solo fare riferimento a fonti storiche tradizionali, ma anche a quelle di “parte avversa” dato che quelle tradizionali spesso tacciono o negano gli omicidi che vennero perpetrati anche dalle forze politiche che vi si stavano affermando sull’onda della vittoria elettorale di un Partito Socialista il quale, cambiando il suo simbolo sul modello sovietico, raggiunse una percentuale di consensi maggioritaria intorno al 30%, mai avuta da allora, né prima né poi dai socialisti
La seconda fase fu quella della reazione fascista, ben orchestrata e diretta dalle forze reazionarie, dai cosiddetti “padroni del vapore” e dagli “agrari”, spaventati dal pericolo rosso e mobilitati per finanziare il fascismo in funzione antibolscevica, con un esercito e delle forze di polizia anch’esse tendenzialmente proiettate più verso il fascismo che verso orizzonti concretamente democratici e rivoluzionari.
Il punto di rottura e di passaggio dalla prima fase alla seconda fu la scissione rovinosa di Livorno che si abbatté come una mazza ferrata sui socialisti e li portò poi inevitabilmente ad essere più deboli sia sul piano politico che sul quello strategico, divenendo così facile bersaglio degli attacchi fascisti. Per questa fase e per comprendere la capitolazione militare della sinistra di allora, bisogna rileggersi il libro già menzionato di Nenni e soprattutto analizzare il ruolo svolto in quegli anni, tra il 20 e il 21, dall’unica formazione combattente che potesse essere in grado di respingere gli attacchi fascisti: gli Arditi del Popolo, di cui parlarono bene sia Gramsci che lo stesso Lenin, ma che vennero isolati sia dai comunisti di Bordiga, il quale non li riteneva ideologicamente affidabili, che dai socialisti di Serrati, il quale rifiutava lo scontro militare, i quali andranno in seguito incontro ad una ulteriore scissione ed al rovinosissimo e vergognoso patto di pacificazione, vera pietra tombale del socialismo tra le due guerre.
La terza fase ci fu dal 22 al 24, con Mussolini già al potere grazie al re e al Vaticano (che emarginò le forze popolari cattoliche antifasciste di Sturzo), e vide prevalere la reazione fascista che si scatenò, con sempre maggiori aiuti economici, in particolare, da parte delle forze reazionarie protese a tutelare i loro interessi e privilegi economici sia nel campo dell’industria che in quello dell’agricoltura.
In essa protagoniste furono le squadre di azione militare fasciste, composte da ex militari e da arditi passati dalla parte di Mussolini, le quali agivano con tattiche e strumenti militari allora ben sperimentati ed efficacissimi, in special modo grazie ai mezzi tecnici a disposizione: armi e veicoli militari già usati in guerra.
A documentare questa fase, con estrema dovizia di particolari, basta la fonte più importante di allora, lo scritto di Matteotti. “Un anno di dominazione fascista” che meglio di qualsiasi altro testo illustra come allora l’arbitrio si sostituì alla legge, descrivendo giorno dopo giorno le violenze perpetrate dalle squadre fasciste in maniera sistematica.
Tale fase si concluse con la morte dell’eroico tribuno socialista, il suo libro ovviamente non circolò in Italia ma all’estero e come altri non fu più ristampato, come quello di Nenni lo fu una sola volta in italiano mentre avrebbe meritato una ampia tiratura almeno dopo la caduta del fascismo e con l’avvento della Repubblica. Quando ci lamentiamo di certe recrudescenze neofasciste dovremmo farci un serio esame di coscienza su quello che concretamente abbiamo fatto per promuovere una cultura antifascista ed antitotalitaria.
Le questioni sollevate sarebbero tante e qui si cerca di accennarvi più che di affrontarle in maniera esauriente e sistematica, perché, a tal scopo, servirebbe un volume apposito, anzi forse tre: uno per la guerra civile tra le due guerre, uno per quella alla fine della seconda guerra mondiale e un terzo per quella degli anni successivi, almeno fino alla fine della prima repubblica, con magari una adeguata appendice per analizzare bene certi strascichi attuali, io mi posso limitare, per ora, ad un lavoro sintetico sulla prima e, se ne avrò l’opportunità, chissà, forse anche ad altri sulle seguenti, per ora.

2 continua

Carlo Felici

Parte prima

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