lunedì, 18 Novembre, 2019

La Grande Guerra. Perché la Guerra Civile

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Ho chiesto a Carlo Felici, di cui riconosco la preparazione storica, di scrivere in modo libero e a puntate una storia del primo dopoguerra, che parta dal 1918 ed arrivi fino al delitto Matteotti. Una storia di sei anni di guerra civile, come Nenni intitolò il suo libro pubblicato, tradotto dal francese all’italiano, nel 1945 e oggi quasi introvabile. Sei anni raccontati spesso senza il necessario distacco e con parziali negazioni. Ho chiesto a Felici di non avere paura a scrivere tutto. Tutto quel che è accaduto e non solo le violenze sanguinarie delle brigate nere ma anche quelle di segno opposto e di non tacere sugli errori grossolani di un Psi divenuto bolscevico e filosovietico nonostante l’opposizione di Filippo Turati. Ne è uscito un quadro molto interessante dove bolscevismo e fascismo appaiono i due corni di una ferale illusione e dove Mussolini si staglia come un personaggio disponibile a sposare qualsiasi tendenza e alleanza pur di arrivare al potere. Resta sullo sfondo la ragione di chi allora aveva torto: i riformisti, che volevano salvare l’Italia dal pericolo nero e che però si trovarono in esigua minoranza in un Psi attratto dalle tesi della rivoluzione e per di più cacciati dal partito a pochi giorni dalla marcia su Roma. Pubblichiamo la prima delle varie parti del lavoro di Felici al quale l’Avanti! rivolge il più vivo ringraziamento.

Mauro Del Bue

 

DALLA GRANDE GUERRA ALLA GUERRA CIVILE. Perché la Guerra Civile. Parte prima

Cento anni fa finiva la Grande Guerra ma l’entusiasmo generale ben presto degenerò in un altro conflitto rovinosissimo: una guerra civile, i cui strascichi andarono ben oltre il primo dopoguerra e l’ultima fase della seconda guerra mondiale, fin quasi ai giorni nostri e Dio solo lo sa se è davvero finita.
Prima di riflettere sul senso e sulle contraddizioni da cui nacque e che generò, ricordiamo gli eventi storici che avvennero in seguito ad una pace e ad una vittoria tanto agognata ma non da tutti.

I morti di quella immane tragedia furono circa 650.000, i mutilati, feriti e dispersi più di un milione. Ma proprio nel nome di tutti loro, sarebbe ingeneroso definirla soltanto una “inutile strage” anche se purtroppo strage ci fu.
Il quattro novembre è da vari storici riconosciuto come la fine del nostro Risorgimento, con l’acquisizione di terre la cui italianità fino ad allora era acclarata e in cui erano in atto vari movimenti irredentisti. Socialisti garibaldini e repubblicani entrarono in guerra anche prima del 1915, come volontari in Francia e con tanto di camicia rossa, lottavano contro gli imperi centrali per un nuovo modello di Europa democratica e repubblicana. Su quel fronte morirono anche dei nipoti di Garibaldi. I socialisti italiani erano notoriamente neutralisti, tranne alcuni, tra cui Battisti, che erano appunto irredentisti e interventisti, ma ricordiamo anche della sinistra interventista: Salvemini, De Ambris, Corridoni, Bissolati e lo stesso Rosselli che appartennero al fronte dell’interventismo democratico il quale era appunto il filone risorgimentale della sinistra di allora, ci mettiamo anche persino Togliatti (allora ancora socialista), Ugo Guido e Rodolfo Mondolfo, e lo stesso Nenni che dichiarò appunto le sue ragioni interventiste facendo esplicito riferimento al Risorgimento e distaccandosi in questo da Mussolini. Le ricordiamo perché le consideriamo tra le più significative che possono onorare tuttora la memoria di tanti giovani scomparsi in quella guerra.

«Fui d’accordo con Mussolini nella battaglia interventista, anche se mosso da premesse diverse: per me, di formazione popolaresca, garibaldina e mazziniana, quella era l’ultima guerra del Risorgimento per completare l’unità d’Italia. Per Mussolini era invece una guerra rivoluzionaria e un’operazione di politica interna per il potere»
Ma le ricordiamo anche perché fu lo stesso Nenni a scrivere un libro sugli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra che uscì in Francia quando lui era in esilio ed in Italia solo dopo la caduta del Fascismo alla fine della seconda guerra mondiale, intitolato “Sei anni di guerra civile”, molto tempo prima, dunque, dei libri di Pansa e di quello famoso di di Claudio Pavone che, così, solo apparentemente “sdoganò” l’espressione “guerra civile” fino ad allora aborrita dagli apologeti della Resistenza, la quale per altro ci fu, insieme alla Lotta di Liberazione, ma sui cui lati “oscuri” è tuttora politicamente scorretto indagare a fondo.

Eppure tali lati oscuri iniziarono molti anni prima, già subito dopo una guerra che aveva visto come fieri oppositori i cattolici, i socialisti neutralisti e ovviamente i nascituri comunisti italiani che, già da socialisti, fiutavano il vento di Mosca e l’eco del richiamo di Lenin. Il quale però non li amava molto, se la prese infatti con loro quando non appoggiarono per motivi ideologici gli Arditi del Popolo ed aveva capito che l’unico rivoluzionario vero che c’era in Italia era un grande interventista, patriota il quale, se l’esercito non fosse stato di stretta fede monarchica e comunque costituito da contadini impazienti di tornare alla loro terra, la rivoluzione l’avrebbe fatta prima a Fiume e poi nel resto d’Italia: Gabriele D’Annunzio.

Ci vorrebbe un libro per analizzare a fondo queste vicende, riassumerle in alcuni capitoli di storia non è semplice anche perché, per documentarsi, bisogna essere molto esenti da pregiudizi ed andare a scartabellare non solo nelle fonti tradizionali, ma anche tra quelle filofasciste o almeno, in ogni caso, nei giornali dell’epoca, se non altro per risalire a fatti incontrovertibili.
I nostri legionari, in ogni caso, tornando a casa, non trovarono vie trionfali e petali di rose ad accoglierli, e non solo campi deserti e fabbriche da riconvertire, ma anche il livore di chi quella guerra non l’aveva mai voluta ed aveva sempre cercato di sabotarla fino alla disastrosa vicenda di Caporetto. Dopo quella ritirata, il conflitto non fu più infatti questione di interventismo o neutralismo, ma di mera sopravvivenza, se gli austriaci avessero sfondato sul Piave (e gli alleati temendo ciò, avevano allestito una seconda linea più arretrata di difesa) essi sarebbero arrivati a Milano e il nostro 8 settembre lo avremmo avuto al contrario e più di trenta anni prima, vanificando più di mezzo secolo di lotte risorgimentali.
La situazione subito dopo la fine della Grande Guerra la descrive bene Nenni nel suo libro da me già citato, sono due pagine che vale la pena di citare per intero:
“Come dappertutto, la guerra aveva lasciato da noi un immenso corteo di vittime, di miserie, di sofferenze e di indignazione, aggravate dai ricordi delle battaglie sostenute tra interventisti e neutralisti.
Le medaglie, i discorsi, le promesse, le commemorazioni erano delle gran belle cose, ma mancava il pane. L’esaltazione della vittoria, le commemorazioni delle battaglie, le onoranze agli eroi della guerra: questo contava pur qualche cosa. Ma di questo non si vive.

Ed ecco per giunta, che i nazionalisti si mettono a proclamare che il sacrificio della guerra era stato vano, che un mezzo milione di soldati erano morti senza nessun risultato, e che a Versaglia l’Italia era stata vittima degli imperialismi francese e inglese.
L’operaio che ritornava al focolare domestico dopo i duri anni della guerra, trovava i migliori posti occupati ed aveva sotto gli occhi lo spettacolo di una società in piena disgregazione morale. Mentre egli versava il suo sangue e soffriva nelle trincee, si era formata una nuova borghesia. Con impudenza scandalosa, essa aveva ammassato in pochi anni patrimoni colossali. Caio, che era un piccolo commerciante all’inizio della guerra, era adesso un milionario; Tizio, che possedeva una modestissima bottega di fabbro, ora era proprietario di vasti stabilimenti. Come se ciò non bastasse, le ricchezze ammassate nel sangue dei soldati, si esibivano con l’impudenza del vizio, e i nuovi ricchi insultavano la miseria con l’ostentazione del denaro mal guadagnato.
Crepi chi ha fame! Il mondo apparteneva ai furbi che avevano saputo trasformare in denaro il dolore e la sofferenza di tutto un popolo.
La condizione dei contadini era anch’essa cattiva. Era stato loro detto: “la terra che contendi al nemico sarà tua”, e i contadini l’avevano creduto. Durante le lunghe notti insonni del fronte, il bracciante, mentre stringeva il fucile e le granate attendendo il momento terribile di gettarsi all’attacco sotto il fuoco delle artiglierie, nell’inferno dei bombardamenti, aveva sperato di uscir vivo da quella fornace e di tornare al suo paese, dove la moglie ed i bambini, i genitori e le sorelle lo aspettavano con la buona notizia che ormai la terra dove egli e i suoi padri avevano lavorato al servizio di un usuraio, era stata assegnata a lui che aveva combattuto.

Il risveglio era stato crudele, aveva trovato la sua famiglia in una miseria ancora più grande. La terra aveva mutato di padrone, ma il nuovo proprietario non era lui. Molto spesso era un uomo che nulla sapeva di agricoltura, che parlava di borsa e di speculazioni, che chiedeva aspramente un maggiore reddito.
Allora il lavoratore dei campi aveva gridato come l’operaio di città: “Viva Lenin!”
Incollerito, tenendo il pugno chiuso, aveva minacciato le eleganti automobili che passavano davanti al suo casolare, recanti a bordo coloro che non avevano fatto la guerra, ma che veramente l’avevano vinta”
Questo era il clima dell’immediato dopoguerra descritto da un volontario che era partito dopo essere stato segnalato come sovversivo perché da repubblicano aveva rifiutato di giurare per il re, e, sebbene avesse superato con ottimo profitto il corso ufficiali, venne costretto ad arruolarsi come soldato semplice, divenendo poi, per meriti di guerra, prima caporale poi sergente.
La situazione era molto critica, soprattutto la riconversione industriale assai complessa. In questa situazione il patriottismo avrebbe dovuto spingere tutti ad una coesione nazionale interclassista in nome della stessa pace e prosperità sociale, colpendo gli eccessivi privilegi e invitando alla responsabilità i più facinorosi
Invece il 13 dicembre 1918 l’Avanti titolò che, sull’esempio russo, obiettivo del partito avrebbe dovuto essere la “Istituzione della Repubblica Socialista” in quattro punti

1) La socializzazione immediata dei mezzi di produzione e di scambio: terre, industrie, miniere ferrovie, piroscafi, con gestione diretta dei contadini, operai, minatori, ferrovieri, marinai
2) Distribuzione dei prodotti fatta esclusivamente alla collettività a mezzo degli enti cooperativi e comunali
3) Abolizione della coscrizione militare e disarmo universale in seguito alla unione di tutte le repubbliche proletarie e internazionali socialiste
4) Municipalizzazione delle abitazioni civili e del servizio ospedaliero. Trasformazione della burocrazia, affidando i servizi alla gestione diretta degli impiegati”

Non ci vuole molto a capire che un programma del genere in Italia in quel periodo era del tutto velleitario e impossibile da realizzare sebbene D’Annunzio a Fiume vedremo che qualcosa di simile cercherà di farlo, avendo anche le armi per poterlo imporre. Ma, non avendo abbastanza uomini per usarle, farà appello proprio a Serrati il capo dell’allora filosovietico Partito Socialista, il quale si guarderà bene dal muoversi portando volontari a chi era tanto ammirato dal suo stesso Lenin.

Senza un esercito dalla propria parte ogni rivoluzione, da Cromwell, a quella inglese e a quella francese, ed oltre, è destinata a fallire, e allora il grosso dell’esercito o era fatto di contadini desiderosi solo di tornare alla loro terra, oppure da quadri fedeli alla monarchia, perché selezionati a tal fine, come abbiamo visto nel caso di Nenni che venne rifiutato, che mai avrebbero aderito ad un programma repubblicano.
Eppure, nonostante ciò, l’astrazione dei principi restava ben al di sopra della realtà concreta; per i socialisti che ancora non erano paghi di dimostrare la piena inutilità della guerra, quello che contava di più era soprattutto dimostrare che le fondamenta stesse su cui la guerra era stata tenuta in piedi erano da annientare e da distruggere. Slogan come “Abbasso la Patria” e “Abbasso la guerra” li spingevano a sputare su chi ancora indossava una divisa, addossando sui combattenti che vi avevano creduto e si erano sacrificati, tutta la colpa delle immani miserie che si stavano vivendo.
C’erano ancora le questioni dolorose ed aperte della Dalmazia e dell’Istria, ma i socialisti non ritennero di doversi battere per “territori che non ci appartenevano”

Tutto ciò alimentò un clima rovente, anche per la estrema debolezza dei governi liberali, incapaci su tutti i fronti, sia quello internazionale che quello interno.
E i combattenti frustrati inevitabilmente finirono nelle file di Mussolini.
Non è del tutto vero che il Fascismo si affermò con i soldi del grande capitale italiano, anche se in buona parte con il passare del tempo questo avvenne sempre di più.
Gli stessi soldi che Mussolini ebbe per fondare il suo giornale “il Popolo” vennero non tanto dalla Massoneria o dagli industriali italiani, ma in particolare dai socialisti francesi, mediante Marcel Cachin, che divenne poi persino comunista nel secondo dopoguerra. Questo ci fa ben capire come il socialismo in Francia sia spesso andato a braccetto con lo sciovinismo.

Di questo finanziamento non hanno mai parlato i socialisti italiani ma in compenso ne parlò lo stesso Cachin, ovviamente allora faceva più comodo parlare del grande capitale guerrafondaio. Eppure il giornale di Mussolini si finanziò anche con le sottoscrizioni, tra il luglio del 1916 e l’agosto 1918 il Popolo riuscì a raccogliere una cifra da capogiro che l’Avanti allora si poteva solo sognare. Solo per la morte di Nazario Sauro, per aiutare la famiglia restata in miseria, tale testata raccolse 66.189,75 lire, poco meno di un milione di euro attuali. Segno questo che molti soldi venivano da gente qualunque e persino da vecchi compagni socialisti
Quando Il Popolo mutò il suo sottotitolo da Quotidiano socialista in Quotidiano dei combattenti e dei produttori, il 1 agosto 1918, gli stessi “produttori del capitale” non la presero molto bene.
Lo stesso Corriere che ne era il più fedele interprete, ne stigmatizzò i malumori perché gli imprenditori allora non tolleravano molto i toni rivoluzionari di Mussolini e la sua palese irruenza verbale
Mussolini però aveva ben capito ormai a chi e come rivolgersi e anche le parole giuste per farlo.

Scrisse allora: “D’ora innanzi questo giornale sarà il giornale dei combattenti e dei produttori. Nessuna di queste categorie, mi ha dato, né poteva darmi, incarichi ufficiali di sorta: questo giornale continua ad essere l’organo di chi scrive….Questa Internazionale che sorge dalla guerra è un capitolo della disfatta del socialismo che è stato avverso alla guerra….La guerra ha anticipato. Ha introdotto l’eguaglianza negli individui e nei popoli…Nella società che la guerra ha formato non ci sono inferiori e superiori, come c’erano nell’internazionale socialista Vi sono rappresentati allo stesso titolo, cogli stessi diritti tutti i popoli. Anche quelli che non sono uno Stato anche le Colonie. Nella recente riunione di Versailles, c’erano i delegati dei domini e delle colonie dell’Impero Inglese….
Davanti a questa creazione gigantesca, che oggi è già quasi compiuta, l’internazionale dei socialisti, l’internazionale della tessera, del marco e della marchetta, appare come una deformità odiosa, come uno sgorbio imbecille sulla pagina di un poema nuovo e divino.”..l’articolo si conclude con un appello al sindacalismo operaio come strumento di lotta e di conciliazione: “Nel sindacalismo operaio, quando sia rimasto immune dall’infezione del socialismo politico, nel sindacalismo che combatte e lavora, c’è un elemento e una ragione profonda di vita”

Sostanzialmente in queste parole c’è già tutto il programma che Mussolini adottò per contrastare la diffusione del marxismo in Italia e anche il collante unitario per contrastare le violenze che cominciarono a dilagare quasi subito dopo al fine della guerra con altrettante violenze di matrice opposta ma ben più mirate ed efficaci.
La fine del 1918 e gli inizi del 1919 furono contrassegnati da continue manifestazioni e dall’organizzarsi delle prime squadre di Arditi, i quali l’11 gennaio del ‘19 intervennero in gran numero durante un discorso del socialista Bissolati a la Scala di Milano che si dichiarava favorevole alla rinuncia della Dalmazia. Il comizio vide la sua conclusione con uno scontro tra Socialisti ed Arditi a cui partecipò anche la polizia.
La risposta arrivò poco dopo, il 19 febbraio con circa 5000 persone che sfilarono a Milano al grido di “Viva Lenin!”, stracciando bandiere tricolori e facendo sventolare quelle rosse, lanciando slogan contro la guerra e contro la Patria, prendendo a sputi e malmenando chiunque fosse visto in divisa.
Il 21 febbraio il governo Orlando decretò l’amnistia per i disertori per sedare i tumulti dei socialisti, ma fece pertanto crescere l’ira e l’indignazione degli ex combattenti.
A Dalmine vi era un grande centro industriale i cui operai erano iscritti alla Unione Italiana del Lavoro di ispirazione corridoniana e per questo boicottata dai sindacati socialisti e dalla Confederazione generale del lavoro, ciò impediva a quegli operai il riconoscimento di miglioramenti che altri invece ottenevano

Il 17 marzo del 1919 gli operai di Dalmine entrarono in sciopero, ma in maniera del tutto singolare: occuparono la fabbrica, si chiusero dentro, alzarono sul pennone più alto il tricolore, e si misero a lavorare, volendo con ciò dimostrare che non avevano affatto intenzione di sabotare né la fabbrica né la produzione, invitarono poi Mussolini che non se lo fece ripetere due volte e pronunciò lì uno dei suoi discorsi…ne citiamo un pezzetto emblematico.. “Ancora un rilievo: sul pennone dello stabilimento voi avete issato il tricolore, ed attorno ad essa al suo garrito avete combattuto la vostra battaglia. Bene avete fatto. La bandiera nazionale non è uno straccio anche se per avventura fosse stata trascinata nel fango dalla borghesia o dai suoi rappresentanti politici: essa è il simbolo del sacrificio di migliaia e migliaia di uomini.
Per essa dal 1821 al 1918 schiere di uomini hanno sofferto privazioni, prigionia e patiboli. Attorno ad essa, quando è venuto il segnale di adunata, è stato versato nel corso di questi quattro anni di guerra, il fiore del sangue dei nostri figli, dei nostri e vostri fratelli.
Mi pare di avere detto abbastanza
Per i vostri diritti che sono equi e sacrosanti, sono con voi. Distinguerò sempre la massa che lavora, dal partito che si arroga, non si sa perché, il diritto di volerla rappresentare. Ho simpatizzato con tutti gli organismi operai, non esclusa la Confederazione generale del lavoro…..Ma dichiaro che non cesserà la guerra contro il partito che è stato durante la guerra lo strumento del Kaiser, parlo del partito socialista ufficiale. Esso vuol tentare sulla vostra pelle un esperimento scimmiesco. Perché non è che una contraffazione russa…”
Ormai Mussolini ha capito che lo scontro è inevitabile ed è necessaria una organizzazione politica, anche perché le nuove elezioni sono alle porte.
Il 23 marzo fonda così i Fasci di Combattimento.
Il mese successivo il 10 aprile venne convocata una manifestazione a Roma per commemorare la settimana rossa di Berlino, e il compleanno di Lenin, la questura spaventata dai precedenti la proibì, allora i socialisti risposero con lo sciopero generale.

La città si andò così riempiendo di gente che protestava contro lo sciopero con gruppi di ex militari ed arditi. Ci furono i primi scontri ed un comizio, ma la polizia intervenne caricando.
I nazionalisti pensarono tuttavia di organizzare nel pomeriggio una contromanifestazione che da piazza Colonna attraversò il centro con molte bandiere tricolori e molti reduci arrivando fino al Quirinale. Gli scontri furono pertanto inevitabili, mentre le sinistre sputavano sulle divise, gli altri rispondevano a bastonate e raccoglievano anche il plauso della folla.
Bisogna dire che fino ad allora, fino ai fatti di Roma e Milano tra il 10 e il 15 aprile del 1919, il fascismo era pressoché inesistente come forza organizzata ed antagonista. Ma proprio l’imponenza delle manifestazioni dichiaratamente bolsceviche favorì un rapido cambiamento di prospettiva.
Se leggiamo i giornali dell’epoca, ci rendiamo pienamente conto di come la reazione al bolscevismo adottato dai socialisti allora a stragrande maggioranza fino ad inserire nel loro simbolo la falce e il martello, alimentò in maniera sempre più irruenta la reazione fascista e la nutrì a poco a poco di sempre maggiori sostegni sia nell’opinione pubblica specialmente delle grandi città, che nell’Esercito.
Tra i primi ad aderire ai Fasci di Combattimento, vi era anche il volontario di guerra repubblicano Pietro Nenni

Prossimamente analizzeremo gli scontri

1 continua

Carlo Felici

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