sabato, 31 Ottobre, 2020

La leadership americana messa in discussione dal Coronavirus

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Da generazioni siamo abituati a considerare gli Stati Uniti come un punto di riferimento e come una garanzia (specialmente nei momenti di crisi). Sempre più tuttavia si fa strada l’ipotesi che il virus prepari la fine della quasi secolare leadership americana. Segnando per Washington il “Suez moment” (quello che nel 1956 cancellò le ultime ambizioni imperiali britanniche). Se così fosse, anche questo sarebbe un incentivo a che una Europa più unita si assuma le nuove responsabilità geopolitiche alle quali è chiamata.
I segnali del declino americano sono ormai tanti. Se la pandemia viene equiparata a una guerra, il Paese leader dovrebbe dimostrare di saper reagire con più efficacia e successo. Ma per 70 giorni dal momento in cui il massimo allarme è stato lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la Casa Bianca non ha fatto assolutamente nulla. Negli anni precedenti, aveva cancellato il progetto per produrre ventilatori e mascherine a prezzi più contenuti. Così come aveva chiuso l’ufficio per la prevenzione delle epidemie all’interno del National Security Council. E tutto ciò nel contesto di un continuo taglio alle spese della sanità pubblica. Quale sia il risultato sul prestigio degli Stati Uniti nel mondo, lo si vede nelle parole della scrittrice indiana Arundhati Roy sul Financial Times. “Seguiamo le statistiche e ascoltiamo le storie di ospedali al collasso negli Stati Uniti, di infermieri sottopagati e sovraccarichi di lavoro che devono fabbricarsi le mascherine da soli con sacchetti della spazzatura e vecchi impermeabili. Storie di Stati costretti a farsi concorrenza per procurarsi i ventilatori polmonari. E pensiamo: ‘Dio mio! Questa è l’America!’.La tragedia è immediata, reale, epica e si svolge sotto i nostri occhi. Ma non è una novità. Troppo spesso le porte degli ospedali sono state chiuse ai cittadini statunitensi meno fortunati, e non importava quanto fossero malati o quanto soffrissero”.

Qui, dal tema dell’organizzazione e dell’efficienza, si passa all’aspetto morale. Perché negli Stati Uniti, di fronte al virus, è esploso il money divide: la divisione tra vivi e morti sulla base del reddito. A Chicago, come scrive l’Economist, i neri hanno una probabilità di morire per coronavirus cinque volte più alta dei bianchi. Il Washington Post ha documentato che le contee a maggioranza afroamericana hanno quasi sei volte il tasso di mortalità delle contee dove la maggioranza dei residenti è bianca.

I poveri naturalmente muoiono non in quanto tali, ma perché per decenni non hanno avuto accesso alla prevenzione e alle cure mediche fornite da un servizio sanitario pubblico. E infatti, nel Paese più ricco del mondo, 100 milioni di cittadini sono diabetici o pre diabetici e il 40 per cento sono obesi: la punta dell’iceberg di un cattivo stato di salute. Anche l’affollamento abitativo pesa sulla diffusione del virus. Se in Italia ci si preoccupa per la contaminazione all’interno dei nuclei familiari, dove magari i “bamboccioni” ultra trentenni continuano a vivere con i genitori, in America il lockdown è reso difficile e pericoloso dalla “coabitazione”. Dal fatto cioè che, per ridurre le spese di affitto, ad esempio nelle metropoli della California e a New York, il 40-50 per cento degli adulti divide l’appartamento con estranei.

La povertà e la impreparazione sanitaria stridono con l’enormità delle spese affrontate per contrastare minacce non reali (come la pandemia di oggi) ma forse immaginarie. Si è trasformato in un incubo nucleare un tirannello da operetta come Kim. Si investono trilioni di dollari per il riarmo missilistico e addirittura per preparare guerre stellari; si mantengono 150 basi militari all’estero; si impegnano centinaia di migliaia di persone in una attività di intelligence, gestita da 17 agenzie federali diverse, che non ha saputo né prevenire, né contrastare il virus.
Gli Stati Uniti esercitano la loro leadership in Occidente anche attraverso un enorme apparato militare e la Nato. Ma sempre più gli alleati si domandano: a che serve tutto questo se, quando compare una minaccia mortale vera (non potenziale), Washington si chiude in se stessa?

Trump è il simbolo dell’isolazionismo americano e anche di tutte le contraddizioni prima ricordate. Ma purtroppo non è la causa, bensì l’effetto di una crisi profonda. Che sarà probabilmente aggravata dalla pandemia. Perché la Cina già adesso (almeno a parità di potere d’acquisto) ha superato il PIL degli Stati Uniti. Si è ripresa dal virus prima e meglio di chiunque altro, avrà persino in questo tragico 2020 un piccolo segno positivo negli indici di sviluppo (non i catastrofici “meno” di europei e americani).

Un solo aspetto conforta. Che questo scenario buio riguarda soltanto lo Stato, la politica e il pubblico. La leadership americana continua infatti a reggere per quanto riguarda i brand privati che hanno cambiato il costume del mondo: da Google a Apple, da Amazon a Disney (e Hollywood). La leadership continua nelle università private americane, che restano un punto di riferimento non solo scientifico ma culturale. Anche se, a Pechino, Huawei e Alibaba non sono ormai da meno. E se le università cinesi diventano sempre più competitive sul piano scientifico (non ancora culturale).
Dalla California a New York, c’è dunque ancora una America che ha una leadership mondiale, ma non ha voce sufficiente sul piano del potere politico. Si tratta di una elite che deve arrendersi alla sovranità popolare e ai principi della democrazia perché è minoritaria? Niente affatto. Trump ha battuto la Clinton prendendo 2.800.000 voti in meno. In questo momento, il suo avversario democratico Biden ha su di lui, secondo i sondaggi, una maggioranza ancora più larga: 42 contro 38 per cento. In cifra assoluta, non 2.800.000 voti (come nel 2016) ma, secondo una stima ragionevole, quasi 6 milioni. Eppure molti pensano che, anche con queste percentuali, il sistema di voto maggioritario americano (applicato non a livello nazionale ma Stato per Stato) lo possa far vincere.

Se tra California e New York i democratici prendessero ad esempio la maggioranza non con 5.000 voti complessivi di scarto (quanti bastano per evitare contestazioni e riconteggi), ma con 4 milioni e 969 mila (esattamente come è accaduto nel 2016), 4 milioni e 964 mila voti sarebbero inutili (di valore zero). Perché i democratici, con 4 milioni e 969 voti di maggioranza o con i 5.000 prima ipotizzati, si aggiudicherebbero comunque sempre gli stessi delegati per l’elezione del Presidente (non uno di più, né uno di meno). Un tempo c’era il fair play, ma adesso, tra le due Americhe prima descritte, c’è un abisso morale e culturale. Quanto reggerà la democrazia se una netta minoranza governasse per altri quattro anni (dopo i primi quattro) imponendo un cambiamento irreversibile?
Sono temi epocali, dei quali si discuterà a lungo. Ma, come si osservava all’inizio, il possibile tramonto politico degli Stati Uniti impone all’Europa di assumere il ruolo mondiale che la crisi le affida. Ha l’autorevolezza morale per farlo. Ne è la prova proprio il tributo di vite umane in atto. Da noi non c’è di fronte al virus e alla morte il money divide. C’è l’age divide che citavo in un precedente articolo. Muoiono di più non i poveri (per le leggi immorali degli uomini), ma i vecchi (per le leggi immutabili della natura). Perché in Europa, a differenza che negli Stati Uniti, c’è il welfare State, con la sua pur lacunosa e criticata sanità pubblica.

Certo, se il virus cambiasse la geopolitica mondiale, non sarebbe la prima volta nella storia. La rivista Limes ricorda un precedente che riguarda proprio gli americani. Agli inizi dell’800, erano una enclave di coloni sparsi sulla costa atlantica, da Boston a Washington. I francesi occupavano, a sud, con parte dei Caraibi, il vasto territorio della Louisiana, che poteva essere il trampolino per la loro conquista delle grandi pianure e del West al posto degli anglosassoni. Ma Napoleone nel 1803 vendette per quattro soldi la Louisiana al presidente Jefferson. Perché mai? Anche perché era terrorizzato da una incontenibile epidemia provocata dal virus della febbre gialla. Se un nuovo virus avviasse la fine della leadership americana, sarebbe una curiosa vendetta della storia. Curiosa ma non sicura, perché mai come oggi ci accorgiamo di vivere nell’età dell’incertezza.

Ugo Intini

(Il Dubbio)

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