martedì, 22 Ottobre, 2019

La lezione immorale dei seguaci di Berlinguer

0

Ancora nella domenica appena trascorsa – il 19 maggio 2019 – Eugenio Scalfari rispolvera con un grosso titolo dalla prima pagina di ‘Repubblica’ la presunta “lezione morale di Berlinguer”, che l’avrebbe addirittura elevato a “persona che ha combattuto meglio di altre per modernizzare il nostro Paese”. Eppure questa narrazione è stata smontata per tempo dallo stesso fronte progressista di cui Scalfari vorrebbe restare nume tutelare: Berlinguer non aveva più niente da difendere, dopo la caduta definitiva delle illusioni comuniste e il fallimento del suo italico compromesso storico. C’è quel libro della scrittrice Miriam Mafai, prima comunista, compagna di Pajetta e poi deputata, che spiega tutto fin dal titolo: “Dimenticare Berlinguer – la sinistra italiana e la tradizione comunista”. Berlinguer dunque come diversivo puntò l’attenzione sulla corruzione degli altri partiti, quelli democratici. Certo, lì purtroppo c’erano e ci saranno anche in futuro problemi di quel genere: ma dal pulpito berlingueriano non poteva venire nessuna “lezione”. Il suo Pci infatti era il maggior ricettacolo occidentale di finanziamenti illeciti e immorali. L’ha scritto non un greve avversario, ma il responsabile dell’organizzazione comunista della segreteria di Berlinguer, Gianni Cervetti; nel suo libro ‘L’oro di Mosca’ afferma: “Non c‘è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi! Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita”.  Dovrebbe esser chiaro anche per Scalfari e i suoi seguaci, delle due l’una: o essere superficiali oppure ipocriti. Altamente “immorali”, avrebbe detto più propriamente Barbara Spinelli che su giornale ‘La Stampa’ scrisse che il finanziamento dei comunisti russi, ben accolto dai partiti “fratelli” dell’Occidente, è la vera colpa morale di quest’ultimi: “Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolte a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine”.  Dovrebbe essere chiarissimo anche questo a Scalfari.

Ora, a rafforzare la pessima posizione morale di Berlinguer è arrivata anche l’apertura degli archivi del Cremlino: ci sarebbe da leggere un libro di un ex giornalista de ‘L’Unità’ Domenico del Prete, intitolato senza mezzi termini ‘L’inganno di Berlinguer’, che ne illustra la doppiezza filosovietica; mentre nella desecretata “Lettera dell’Incaricato di Affari dell’Urss in Italia S. Kuznecov al segretario del CC del Pcus B.N. Ponomarev” si dà conto del fatto che Berlinguer si interessava direttamente dei soldi e degli affari collegati alle percentuali sull’import-export con l’Unione Sovietica. Scrive Ponomarev: “Egregio Boris Nikolaevic, inviamo una lettera del compagno Enrico Berlinguer indirizzata al Comitato Centrale del Pcus. Nella missiva comunica che la dirigenza del Pci ha di recente analizzato la questione delle relazioni commerciali tra le ditte legate al partito e le organizzazioni del commercio estero sovietico… Nell’allegato alla lettera di Berlinguer vi è una lista di queste ditte e alcuni consigli pratici degli amici su tale questione”.  Consigli pratici, capito?

Certamente si può dire che la dirigenza comunista si manteneva devota al partito, al quale sacrificava la propria integrità personale: l’ha ben scritto il politologo Michele Salvati, che però in un famoso articolo sul ‘Corriere della Sera’ a proposito della presunta “diversità” morale del Pci – riverita da tanti ideologi col paraocchi o pusillanimi – aggiungeva: “Tutto ciò che serviva per rafforzare ed estendere l’influenza del partito – dalle tangenti alle nomine – non trovava ostacoli nella ‘superiorità etica’ del Pci”. La questione morale tanto sventolata da Berlinguer contro gli altri, riguardava invece in primo luogo proprio la sua guida politica e il suo partito. Dunque, l’organizzazione amministrativa del partito era marcia, mentre la linea politica – lungi dal rappresentare un faro per “modernizzare il nostro Paese”, come ora affermato da Scalfari in una fake news che risulta davvero invereconda – era molto carente proprio sulla questione della modernizzazione. Non un avversario, ma una personalità – dapprima dirigente PCI e poi dei DS e del PD – lo ha scritto e meditato in un libro del 2003: è Piero Fassino che nel saggio ‘Per passione’ (Rizzoli) afferma in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Sì, eccoci al punto dolente mai accettato da Scalfari e che sta all’origine della sua idolatria berlingueriana: come tanti altri propagandisti non può permettere che Craxi possa essere definito «uomo profondamente di sinistra», come invece riesce ad ammettere schiettamente Fassino. Così mentre si stende un velo – anzi si erige un vero e proprio parapetto – sulla posizione altamente immorale del Pci berlingueriano, si demonizza la posizione craxiana. Invano verrà la pur tardiva ammissione del vicecapo della Procura milanese Gerardo D’Ambrosio, poi diventato parlamentare di sinistra, che nel febbraio 1996 sentenziò (si può scrivere proprio così, visto che viene pronunciata da cotanto magistrato): “La molla di Craxi non era l’arricchimento personale ma la politica”. Ma l’immenso danno al sistema democratico italiano ormai era stato fatto. Tutti i partiti del centro-sinistra della prima Repubblica e i loro esponenti furono travolti come ladri a fini privati e delle loro famiglie, dopo essere stati per anni appoggiati dal popolo che ora invece “con una pessima prova” – così la bollò tristemente il grande filosofo Norberto Bobbio – si rivoltò contro di essi, sollecitato da un apparato mediatico-giudiziario non imparziale. Così Berlinguer poteva diventare una icona morale, mentre Craxi doveva per forza diventare un “criminale matricolato”. Ecco perché quella “sinistra italiana moderna originata da Berlinguer e dal suo partito” – così Scalfari definisce il famoso Pds/Ds/Pd – non potrà mai più essere quella di tutto l’elettorato progressista, ma finire come un partito condizionato da élites editoriali-finanziarie-giustiz ialiste lontane dalla tradizione socialdemocratico-laburista europea.

Nicola Zoller

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply