venerdì, 20 Settembre, 2019

Mafia dei Montanari, silenziosa mattanza nel Garganico

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Nel nostro nuovo viaggio parleremo di una vera e propria strage in Puglia che dura da ben trenta lunghi anni, racconteremo dell’esistenza di una mafia spietata che coniuga metodi arcaici con una forte propensione ai moderni affari criminali. In 30 anni 300 omicidi di cui solo 200 ancora senza colpevoli. Questa carneficina non è opera della Sacra Corona Unita o della Società Foggiana ma di una malavita spietata che ha sempre navigato nell’ombra La Mafia dei Montanari.

La nostra storia inizia il 30 dicembre 1978 in un allevamento nel foggiano. Lorenzo ed il figlio stanno controllando il bestiame e parlano tra di loro per organizzare il cenone di Capodanno, da lontano si intravedono due auto sfrecciare tra le polverose strade della masseria. Lorenzo non aspettava nessuno chi poteva essere,si gira con aria interrogativa verso il figlio Salvatore. Le macchine frenano a pochi passi da loro le portiere si aprono scendono 4 uomini ma Lorenzo non riesce ad identificarli per la polvere alzata dalla corsa delle auto. Con voce alterata chiede “Chi cercate” nel frattempo si sentono due colpi di pistola. Salvatore si gira verso il padre, vede che è in ginocchio colpito all’addome inizia ad urlare. Nel frattempo i Killer sparano un altro colpo in faccia a Lorenzo. Salvatore non capisce chi siano quelle persone sente solo colpi di mitra indirizzate verso il bestiame stanno uccidendo anche gli animali nel recinto. Mentre si volta verso il corpo sanguinante padre cade improvvisamente, non è inciampato è stato gambizzato. Uno dei sicari si avvicina sa il suo nome e prima di andarsene si inginocchia ed augura Buona anno a Salvatore poi richiama tutto il commando e ripartono a tutta velocità. Dieci minuti è durata la strage, la masseria Ricucci ora è avvolta dal silenzio assoluto si sente solo la voce di Salvatore chiamare il padre e chiedere perchè. I Ricucci, molto vicini alla famiglia Primosa, erano stati colpiti nell’agguato da Francesco e Pasquale Li Bergolis. Questo episodio è di cruciale importanza nella storia della Mafia Garganica. Ne scaturì un violento scontro tra due fazioni: da una parte la famiglia Li Bergolis, spalleggiata da parenti appartenenti ai nuclei familiari dei Lombardi e dei Miucci, dall’altra i Primosa, fiancheggiati dagli Alfieri e dai Basta, tra loro legati da vincoli di parentela. Una faida che ha insanguinato il Gargano con decine e decine di morti. Una mattanza di una crudeltà inaudita che, in realtà, affonda le sue radici ancora più indietro nel tempo, più precisamente nei primi anni Settanta, quando le famiglie Primosa e Li Bergolis non erano in conflitto tra loro e spesso agivano di comune accordo per compiere atti criminali. La guerra nasce dalla volontà di manifestare la propria potenza, di dettare legge seminando orrore e morte. Così la criminalità garganica diventa mafia. Così nasce la mafia di Monte Sant’Angelo. Così una piccola cittadina della provincia di Foggia, famosa per il Santuario di San Michele Arcangelo (Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO), meta di pellegrinaggi di fedeli Cristiani sin dal VI secolo, sede dell’Ente Parco Nazionale del Gargano, diventa l’epicentro di una mafia. Solo nel 2009 viene sancita la mafiosità della Mafia Garganica con la sentenza della Corte d’Assise di Foggia, nell’ambito del processo Iscaro-Saburo. Una mafia, quella Garganica, che fa leva, su omertà e assenza di collaboratori di giustizia. Una mafia che coniuga spietatezza e riti arcaici con l’abilità di infiltrarsi nell’economia criminale e legale approfittando dello scarso livello di attenzione finora riservatole. C’era un luogo simbolo della Mafia Garganica: la masseria Orti Frenti. Ubicata nella campagna di San Giovanni Rotondo la terra santa di Padre Pio, in questo luogo si ospitavano le riunioni dei capi che si incontravano per prendere decisioni importanti. Questa masseria era di proprietà della famiglia Romito che la gestiva insieme a Francesco Giovanditto.

Qui, il 2 dicembre 2003, si svolse un importante summit di mafia per chiarire la dinamica dell’omicidio di Michele Santoro, braccio destro di Franco Li Bergolis, ucciso a Siponto il 25 settembre 2003. Ad Organizzare quel summit furono i fratelli Franco e Mario Luciano Romito due mafiosi rampanti che avevano attirato le attenzioni della Dia. Infatti proprio grazie alle indagini sui fratelli Romito l’incontro fu ripreso dagli investigatori che grazie a videogrammi svelavano una verità per tanto tempo non riconosciuta. Quella mafia esisteva, era vera. Non era frutto di invenzioni, né tantomeno una leggenda metropolitana. Il summit costituiva un rito con il quale si consacrava il suo potere. Per capire i fatti raccontati e il contesto in cui sono avvenuti è sicuramente utile riportare quanto scritto dalla Direzione Nazionale Antimafia nell’ultima relazione annuale riguardo al territorio della provincia di Foggia: «Un elemento di supporto alla solidità di tali organizzazioni e alla loro impenetrabilità deriva dal contesto civile della zona, caratterizzata da arretratezza culturale, omertà e illegalità diffusa: sembra quasi impossibile che da tale contesto si sia sviluppata una criminalità mafiosa moderna e flessibile, vuoi riguardo gli obiettivi che si prefigge – essenzialmente finalizzati ad infiltrarsi nel tessuto economico-politico-sociale – vuoi riguardo i modelli relazionali; una mafia proiettata verso il più moderno modello di “Mafia degli Affari”, ma che trae la sua forza dalla capacità di coniugare la sua proiezione più avanzata con i tradizionali modelli culturali del territorio, primo tra tutti l’omertà; nonché con una metodologia di imposizione delle proprie regole all’interno e all’esterno dei gruppi basata sulla forza che si trasforma in ferocia; con regole di vendetta e di punizione mutuate dalle più arcaiche comunità agricolo-pastorali.

Il risultato di questo connubio micidiale tra modernità e lungimiranza negli obiettivi con valori e metodi arcaici è un capillare controllo del territorio, ottenuto e consolidato con una lunga scia di sangue 300 omicidi in 30 anni ed anche con un numero impressionante di “lupare bianche”circa 120, su cui gli inquirenti del Distretto stentano a far luce: nessun apporto collaborativo da parte della popolazione; assenza di collaboratori di giustizia; morfologia ostile del territorio che spesso non consente neanche normali servizi di pedinamento, di osservazione e, talvolta, neanche di attività tecniche, non essendo il territorio integralmente coperto dai servizi di telefonia».

Anche la relazione della Direzione Investigativa Antimafia sottolinea l’esistenza di “un contesto ambientale omertoso e violento (determinato anche dalla matrice di familiarità che contraddistingue gran parte dei clan, in particolar modo quelli dell’area del Gargano), con una sempre maggiore commistione tra criminalità comune e organizzata”. I codici della mafia Garganica sono semplici silenzio o piombo come la ‘ndragheta calabrese odia che se ne parli e noi come sempre la combattiamo semplicemente con l’informazione.

Francesco Brancaccio

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