mercoledì, 30 Settembre, 2020

La mano di Solženicyn che ci accompagna

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Il 3 agosto ricorre l’anniversario della morte di Aleksandr  Solženicyn (Mosca, 2008), il grande scrittore dissidente russo, premio Nobel nel 1970. Permettetemi di segnalarlo, per riferire di un ”incontro” toccante col personaggio. Lo scorso 2019 eravamo con la SAT (Società degli Alpinisti Tridentini) alla meta finale della nostra spedizione in Transiberiana, a Vladivostok. Affacciata sul Mar del Giappone , fino al 1991 era una città chiusa agli stranieri, custodendo nel suo porto la flotta militare sovietica del Pacifico. Poi con la caduta dell’URSS, Vladivostok è ridiventata una città internazionale aperta. Ed è qui che nel 1994 Solženicyn rientrò in Russia dall’esilio in America. Volle fare il viaggio di ritorno a Mosca in direzione circolare rispetto a quella a cui era stato costretto nel lontano 1974 verso gli USA. E a Vladivostok – la città “signora dell’Est” e suo primo punto d’approdo – in memoria del suo rientro gli hanno alzato una statua che lo raffigura in cammino.

 

Egli allarga il braccio e la mano quasi per offrirla ai suoi potenziali compagni di viaggio: e in molti di noi – come tanti altri pellegrini – gliela abbiamo stretta, memori della sua opera letteraria e della sua dissidenza verso il potere sovietico, raccontata oltre che nell’imponente “Arcipegago Gulag” anche nell’esile ma più folgorante “Una giornata di Ivan Denisovič”. In quest’ultima si narra di una persona semplice dietro il filo spinato di un campo di lavoro forzato, tra gelo e baracche putride: e quella giornata finì senza particolari disgrazie. Chissà cosa poteva succedere nella lunga prigionia e in giornate infelici! Dicono che fu questo il pensiero che si impresse nelle menti dei tantissimi lettori. “Arcipegago Gulag” è invece una vasta inchiesta – con testimonianze di vittime e superstiti – sul sistema di repressione contro gli oppositori del regime: Gulag è l’acronimo russo di ”Direzione centrale dei lager”. Ebbe una risonanza internazionale tale, che influì decisamente sulla residua credibilità del comunismo.

Tutto qui? È già un buon ricordo, ma vorrei aggiungere un appunto storico. Quella citata “giornata di Ivan Denisovič” venne pubblicata in Russia nel 1962 sul periodico “Novyj mir”, con l’assenso dell’allora leader dell’URSS Krusciov, che aveva ”dissacrato” lo stalinismo. Solženicyn poteva essergli grato, ma non gli sfuggiva che quello di Krusciov era un passaggio ondivago. Difatti il critico letterario di “Novyj mir”, Vladimir Lakscin, commentò in seguito: «La critica di Krusciov contro le repressioni staliniste è contraddittoria, percorsa da distinguo e da continue retromarce». La verità può essere che il regime impediva allora di fuoriuscire dallo schema comunista, tanto è vero che sotto la direzione di Krusciov l’URSS diede corso all’invasione dell’Ungheria nel 1956 e all’esecuzione del leader ungherese  Nagy, mentre nel 1961 Krusciov approvò la costruzione del muro di Berlino. Solženicyn conosceva la natura dispotica del regime e le sue ombrose contraddizioni che talvolta lasciavano filtrare qualche spiraglio di luce. Eppure aveva ben chiaro che c’era una continuità autoritaria tra Lenin, Stalin e Krusciov, tanto che troncò le illusioni infelici di militanti e intellettuali che per salvare l’ideologia comunista cercavano di distinguere quelle che definivano ”degenerazioni” staliniste rispetto all’ortodossia comunista-leninista. Solženicyn dichiarò: «Non è mai esistito lo stalinismo. Lo inventò nel 1956 il nuovo leader dell’URSS Krusciov per addossare i difetti centrali del comunismo a Stalin e la mossa riuscì. In realtà fu Lenin a fondare la struttura politica russa, ben prima che Stalin arrivasse al potere». Quei «difetti centrali» continuarono con Krusciov e Brežnev, finchè non giunse Gorbačëv tra il 1985 e 1991 a scuotere davvero dall’interno il regime. E così Solženicyn nel 1994 poté accettare di ritornare nella madreterra russa, alla cui liberazione aveva tanto contribuito.

 

Nicola Zoller

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