giovedì, 19 Settembre, 2019

La Massoneria, i socialisti e Mussolini

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile.  Parte 17

Il rapporto tra Mussolini e la Massoneria fu cruciale ed andrebbe studiato nei dettagli, qui, ovviamente, non possiamo che accennarvi sottolineando però alcuni passaggi emblematici. Mussolini, è bene chiarirlo subito, non fu mai massone né chiese di esserlo. E’ una leggenda il fatto che avesse chiesto di essere iniziato ma venne rifiutato per i suoi precedenti penali o perché troppo irrequieto, non vi sono prove, e le dicerie restano alquanto prive di fondamento. La sua avversione per la Massoneria, invece, fu tanto palese, quanto evidente fu il fatto che se ne servì per raggiungere il potere.
Le origini dello spirito antimassonico di Mussolini risalgono al contrasto tra socialisti e repubblicani all’inizio del XX secolo, i primi di tendenza anarchica e i secondi repubblicani perché massoni. Mussolini si adoperò alacremente per fare espellere i massoni dal Partito Socialista già dal 1914, nel Congresso di Ancona, prima di capire come, però sarà bene ripercorre un po’ le tappe del rapporto tra massoni e socialisti fino al 1914. La Massoneria aveva contribuito validamente alla nascita di un partito socialista in Italia, le sue prime sezioni erano piene dei ritratti del primo Gran Maestro della Massoneria italiana: Giuseppe Garibaldi.
Già alla vigilia della sua morte, nell’autunno del 1881 la massoneria milanese organizzò un congresso fondamentale. Tra i sei temi in discussione, due erano più propriamente “politici”. E il secondo aveva come titolo il seguente: “Dell’atteggiamento della Massoneria di fronte alla questione sociale”. I massoni milanesi erano convinti allora che fosse necessario un forte impegno sociale per affrontare seriamente i problemi del cosiddetto quarto stato, sottraendo alla borghesia il cerchio ristretto dell’influenza massonica, si diceva a chiare lettere: “Il mondo cammina, il quarto stato chiede alla sua volta di entrare. Che la massoneria italiana si ponga quindi all’opera e presto. Bisogna dare al popolo, ai lavoratori delle città e delle campagne, con la scienza, la coscienza di sé stessi. Bisogna educare il legittimo successore al quale i fati destinano la sovranità della terra”.

Come è evidente, questo è un linguaggio che va ben oltre il concetto di democrazia, allora ancora più ristretto da un limitato suffragio, ma che si identifica con la nascente ideologia socialista, teorizzando la nascita di una serie di logge “operaie e campagnole”, che dipendessero dalle logge madri. Non vi era nemmeno discriminazione culturale in tale intento, poiché il fatto che i fratelli fossero analfabeti, non ne inficiava l’appartenenza, anzi la loggia stessa si incaricava di dare loro gli strumenti di emancipazione culturale necessari: “precipuo fine di queste logge massoniche sarebbe quello d’istituire una scuola per insegnare a leggere, a scrivere e far conto non solo ai fratelli ma alle loro famiglie, ai loro amici ed attinenti”. Nessuna tassa o capitazione sarebbe stata prevista per queste logge, avendo esse soltanto “intendimenti progressivi ed umanitari” dell’istituzione massonica.
L’obiettivo era quello di sottrarre, mediante l’istruzione, alla influenza clericale un certo numero di persone che sarebbero state protagoniste a loro volta di una propaganda laica. I rapporti tra Massoneria e Socialismo, dall’inizio del XX secolo, sono improntati a rispetto e collaborazione anche se restano su piani distinti, dato che la prima lavora per il perfezionamento individuale ed il secondo per quello collettivo, non poche però sono le occasioni di convergenza.

Quando la corrente riformista riesce a prevalere, dal 1900 al 1911, il rapporto di reciproca convivenza si rafforza, in particolare con l’emanazione delle Costituzioni massoniche nel 1906, le quali riaffermano che “la Comunione italiana, non discostandosi nei principi e nel fine da quanto l’Ordine mondiale professa e si propone, propugna il principio democratico nell’ordine politico e sociale”. Tale assunto favorisce notevolmente il connubio tra partiti laici e socialisti che hanno modo di affermarsi dal 1907 nei blocchi popolari delle grandi città e nelle loro amministrazioni, contendendo validamente l’egemonia al blocco moderato. Uno degli esempi più eclatanti di questi intenti è il Comune di Roma, amministrato con grande impegno civico e perizia amministrativa dal sindaco Ernesto Nathan, che era stato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, il quale allargò notevolmente con la sua iniziativa laica la base del consenso.
Tra il 1904 e il 1907 però all’interno dello stesso schieramento socialista le divergenze sulla compatibilità con il percorso massonico si fanno più forti e sono sempre più consustanziali a quelle tra i massimalisti e rivoluzionari che considerano la Massoneria come un retaggio borghese, e i riformisti che, invece, rilevano sempre maggiori compatibilità di intenti con essa nel processo di emancipazione umanitaria.
Nel 1905 la Massoneria venne tacciata di essere, sulle colonne dell’ ”Avanti!” dal sindacalista-rivoluzionario Guido Marangoni, una “quinta colonna” del riformismo piccolo-borghese, e di essere piuttosto accondiscendente verso moderati e clericali. Ci fu una forte reazione del compagno massone Alfredo Poggi e di un Fratello X che replicò testualmente: “Perché dunque combatterla? O non è combattere una forza viva, un ausilio valevole all’opera continua di svolgimento della legge indefinita del progresso umano? I socialisti, più che combattere la Massoneria, dovrebbero conquistarla e trasformarla, e sarebbe una nuova e grande forza al servizio della moderna civiltà”, previa epurazione delle Logge dai massoni filo-clericali e moderati, “trescatori illeciti, profanatori del tempio”.

La Massoneria, d’altro canto, ripudiava i metodi di lotta socialisti basati sulla violenza, ribadendo di essere favorevole ad “un’azione inoltre diretta ad infrenare possibilmente gli eccessi e le violenze, in cui talora quel partito, od almeno una notevole parte di esso, si è abbandonato ed ai quali ci si proclama pure disposti come a metodo di lotta”. Nell’ottobre del 1905 fu lo stesso Turati a prendere posizione, con una intervista rilasciata al Corriere, ribadendo che lui ed il suo partito restavano estranei alla Massoneria; ci furono forti reazioni e prese di posizione e fu deciso pertanto di convocare un referendum tra gli iscritti per stabilire una eventuale compatibilità tra l’essere massoni e l’appartenere al Partito Socialista.
La partecipazione fu scarsa ma significativa, solo il 25% del totale delle sezioni, per una percentuale di iscritti di circa il 30% . Ciò nonostante, la maggioranza che risultò in quelle condizioni per l’incompatibilità fu netta ed arrivò all’85% di quanti si erano espressi. E la proposta di espulsione dei massoni dal partito raccolse il 78% dei consensi. La rappresentatività di tale referendum però risultava troppo scarsa per legittimare un qualsiasi provvedimento.

Il GOI replicò, come nella tradizione massonica, con estrema apertura e tolleranza rimarcando il fatto che si dovevano considerare dimissionari dalle Logge Massoniche solo coloro che avevano già detto che avrebbero accettato l’esito referendario, adeguandosi ad esso. Furono così ritenuti “definitivamente dimissionari dall’Ordine quei Fratelli, i quali, interpellati dai loro Venerabili, risposero che se l’esito del referendum avesse stabilito la incompatibilità tra le qualità di massone e di socialista, si sarebbero ritirati dalla Massoneria; dato che per tutti gli altri non crede doversi prendere qualsiasi risoluzione, lasciando loro giudici e liberi di rimanere o di andarsene, perché la Massoneria che deve accogliere ed accoglie uomini onesti di qualunque fede, scuola o partito, purché sinceramente devoti alla libertà, alla civiltà ed alla patria, non può, senza rinnegare le sue dottrine fondamentali, formulare ostracismi, né assumere atteggiamento d’intolleranza”. Non era una sorpresa, la Massoneria infatti non ha mai imposto alcuna incompatibilità con nessun ambito politico o religioso, dato che per sua tradizione secolare di Loggia, in ogni tornata, non si parla né di politica e né di religione.

Nel febbraio del 1906 l’assemblea costituente massonica ribadì di volere mantenere buoni rapporti con i socialisti. Fu solo stigmatizzato il fatto che “la Santa Inquisizione socialista seguì il suo procedimento, e 9 mila proletari su 37 mila iscritti deliberarono l’indegnità dei socialisti-massoni” Ma, in conseguenza di ciò, pochissimi furono quelli che lasciarono il Partito o la Massoneria, per la maggioranza il referendum non ebbe alcun effetto. Nel 1910 una convergenza sembrava tornare possibile, soprattutto sul piano della laicità dello Stato e delle riforme sociali, ma le diffidenze restavano e ci si limitò «a voler tenere presente che l’opera loro di educazione e disciplinamento e soprattutto quella di opposizione a gretti criteri corporativistici» poteva «essere seriamente compromessa per i dubbi e le diffidenze facilmente suscitabili nei lavoratori dal sospetto che, appartenendo essi ad una associazione segreta, di cui sconosciute sono le regole vincolatrici, la loro azione, anziché dal vero ed unico interesse dei lavoratori, potesse essere ispirata e determinata da quei vincoli segreti ».

Come già detto, l’antagonismo era in gran parte datato e riferito a quello preesistente tra repubblicani e socialisti, soprattutto sul terreno della lotta di classe, non adottata dai primi ed invece ritenuta indispensabile per i secondi. Lo ribadì lo stesso Turati, invitando i socialisti “ogni qualvolta siano chiamati a decidere di tattica elettorale locale, a ricordarsi dell’opera reazionaria e crumira dei repubblicani di Romagna sul terreno economico, non sconfessata né dalla direzione né da una sola Sezione del Partito Repubblicano Italiano, e a regolarsi di conseguenza”. Si tornò a parlare di referendum e di voto di condanna per appello nominale ma le posizioni furono varie e divergenti, tra le altre, ricordiamo quella di Merloni che fu molto applaudita “l’opera singola dei socialisti massoni non ha mai dato occasione a rilievi di sorta in tutto il partito … Donde la proposta della scheda bianca: che non significa disinteresse dal problema massonico, il quale può sempre utilmente discutersi, ma disinteresse dal fatto che ci siano dei socialisti i quali credano utile e benefico di associare anche le loro singole energie a quelle di un’istituzione che si propone di dissodare e di preparare nel campo della cultura, della educazione e delle rivendicazioni laiche, il terreno alle conquiste democratiche e socialiste” Qualcuno chiese se gli esempi personali di Merloni o di singoli altri bastassero a giustificare la penetrazione della Massoneria nel Partito, ma, obiettivamente, almeno sul piano del buon senso e della razionalità, esse apparivano ineccepibili.

Ancora una volta il referendum riscontrò una minoranza di partecipanti. Ancora nessun effetto, anzi uscì anche un opuscolo a firma “Il Socialista massone” in cui si affermava che “la Massoneria, lasciando, come sempre, totalmente liberi i suoi iscritti di propugnare quella tattica che essi credano migliore, si astiene dall’intervenire nelle lotte elettorali. Insomma, individualmente, i socialisti massoni non contraggono alcun impegno, che possa in qualsiasi modo o misura contrastare coi loro doveri di partito. L’unico impegno che essi assumono, in quanto massoni, è di dare opera attiva all’apostolato anticlericale e laico” La guerra di Libia aprì in seguito contraddizioni e lacerazioni nell’ambito del mondo massonico italiano, scosso tra le rivendicazioni nazionalistiche, sia pure considerate nell’ambito di una missione civilizzatrice e di progresso dell’Italia contro un impero turco autoritario, arretrato e liberticida, e l’impegno per la pace e il disarmo universale, unito al principio dell’autodeterminazione dei popoli.

Tra il 1911 e il 1914 la questione dell’appartenenza alla Massoneria nel Partito Socialista divenne una sorta di terreno di lotta sempre più accesa tra componenti massimaliste e altre riformiste, si andò così delineando una tendenza sempre più antimassonica. non per convinzione particolare ma per convenienza, per esigenza di allineamento con le componenti massimaliste sempre più maggioritarie. Questa sintesi dei rapporti tra socialisti e massoni, grazie anche all’analisi che ne fa Giovanni Artero, consente di capire meglio e a ragione veduta, il Congresso di Ancona nel 1914, quando Mussolini chiese l’espulsione dei massoni dal Partito Socialista, e di inquadrare il suo rapporto particolare con i massoni anche nel suo stesso movimento, dall’inizio alla fine. Mussolini infatti, sarà bene ribadirlo a chiare lettere, fu messo in condizioni di prendere il potere grazie anche alla Massoneria e fu liquidato alla fine, il 25 luglio del 1943, da un gruppo di massoni largamente presenti nel suo stesso Gran Consiglio del Fascismo.
Quando si aprì il Congresso di Ancona dell’aprile del 1914 non aveva la questione della compatibilità tra l’essere massoni ed essere socialisti ai primi punti all’ordine del giorno, ma quella che sembrava dovesse restare una questione marginale ben presto risultò avere un notevole spessore. Fu Bordiga a volerla mettere in primo piano, adducendo la seguente motivazione: “perché non si deve continuare a sospettare che il Partito socialista italiano sia più inquinato di massoneria, o meglio ancora di massonismo, di quello che effettivamente lo sia”.

Si confrontarono così posizioni favorevoli e contrarie a tale compatibilità, Zibordi pose la questione della incompatibilità su vari piani: la Massoneria non era tanto deprecabile per i suoi principi filosofici, quanto piuttosto per la sua azione corruttrice del proletariato che veniva messo sullo stesso piano della classe che lo opprimeva, inoltre i socialisti non potevano sottostare a principi religiosi come quello che imponeva la fede in un Grande Architetto dell’Universo. In conclusione, quindi, i socialisti iscritti alla Massoneria avrebbero dovuto uscire dal Partito e l’incompatibilità avrebbe dovuto essere netta. Seguì l’intervento di Poggi che sottolineò invece come la questione non fosse di particolare rilevanza e che dovesse pertanto essere trascurata dal Congresso, rilevando in particolare che “Nessun vero massone può essere antisocialista perché tende a quella liberazione spirituale che solo sarà possibile col trionfo del socialismo! Nessun vero socialista può essere antimassone perché contraddirebbe ad ideali che sono anche suoi!” Se dunque, aggiunse, vi erano debolezze, esse riguardavano la fede e la tenuta morale di ciascuno, non certo l’appartenenza alla Massoneria, ma erano strettamente inerenti ad una mancata piena coscienza socialista, e quindi se qualcuno doveva essere espulso, ciò si sarebbe reso necessario non in quanto massone, ma piuttosto perché rivelatosi cattivo socialista.

Si decise pertanto di impostare la discussione e i successivi interventi partendo da queste due mozioni, quella di Zibordi e quella di Poggi. Esordì l’onorevole Raimondo che non esitò a definirsi massone di lunga data, per lo meno dai moti di Milano soffocati nel sangue nel 1898, quando tutte le organizzazioni politiche erano state sciolte e ai socialisti non restava che essere massoni per avere scampo, inoltre riaffermò il ruolo internazionalista della Massoneria indispensabile “alla creazione di un’atmosfera pacifica utile alla conciliazione dei contrasti tra i popoli”. Concluse sottolineando come questa doppia appartenenza andava avanti da più di quindici anni e che molto socialisti-massoni avevano nel frattempo acquisito cariche di rilievo e responsabilità istituzionali, chiedendo se a quel punto anche quelle stesse fossero destinate a risultare incompatibili con la linea del Partito.

Seguì l’intervento di Mussolini che fu il più deciso e veemente contro la doppia appartenenza, invitando le sezioni ad espellere immediatamente coloro che non si fossero adeguati alla incompatibilità tra essere socialisti ed essere massoni. A chi replicava che, in tal modo, si sarebbero perse non poche teste pensanti, egli disse con una certa sfacciataggine: «Si è detto che se il Partito provoca un altro esodo dalle sue file, forse rimarrà senza teste pensanti. Questa è una preoccupazione che non deve menomamente turbarci, perché anche la morte a poco a poco ci toglie le teste pensanti». Come a dire che considerava morta e sepolta una intera storia e con essa gli stessi massoni che ne erano stati protagonisti, forse compreso un personaggio che egli disse sempre di ammirare molto: Giuseppe Garibaldi, il cui ritratto riempiva le prime sezioni del Partito Socialista con il suo Sol dell’Avvenire.
Mussolini pose la questione della incompatibilità proprio sul terreno della lotta di classe, specificando che l’umanitarismo massonico era in pieno contrasto con essa, proprio lui che diverrà uno dei più accesi nemici del concetto di lotta di classe, una volta generata la sua “creatura fascista”. La sua conclusione fu quindi che non si dovesse solo considerare l’incompatibilità, ma passare direttamente all’espulsione, per chi ammettesse di essere massone. Matteotti aderì alla tesi di Zibordi ma rifiutò di sostenere la tesi di Mussolini rilevando che ci si dovesse limitare ad una dichiarazione generica di incompatibilità, senza passare però a misure repressive di espulsione come esigeva Mussolini. Disse testualmente che era indegno che fosse chiesto “alle sezioni di prendere per la schiena i massoni e cacciarli fuori…Noi ritorneremo in questo modo alle liste di proscrizione”, e rivolgendosi a Mussolini non esitò a ricordargli che: “Dovunque tu andrai porterai rovina”.

Seguirono poi la dichiarazione di Bedeschi che riaffermava di essere massone e di volere agire secondo coscienza e quella di De Angelis, contrario a Zibordi, non tanto perché massone, ma perché convinto che il Partito Socialista dovesse riconoscere ai suoi iscritti la libertà di appartenere a qualsiasi associazione. Ci furono infine le votazioni e anche questa volta la maggioranza andò a coloro che avrebbero voluto disinteressarsi della questione, uscì seconda la posizione di Zibordi, aggravata da Mussolini che stabiliva l’incompatibilità e l’espulsione, di poco avanti a quella di Matteotti che ribadiva l’incompatibilità senza espulsione e infine quella di Poggi che ribadiva la compatibilità ma che risultò minoritaria.
Tutto questa storia è interessante soprattutto per capire come a tale ribaltamento di posizioni, corrispondesse quello politico, mentre infatti a prevalere, fino ad allora, nel Partito Socialista era stata la corrente riformista filomassonica, da allora in poi, seguita anche dal sindacato, fu la componente massimalista ad essere maggioritaria, proprio in nome non solo del ripudio della Massoneria, ma anche della piena accoglienza delle tesi sulla necessità della lotta di classe. La CGL allora molto contigua al Partito Socialista, nel suo Congresso celebrato a stretto giro rispetto a quello socialista, anche se adottò formalmente una tesi più morbida, nella buona sostanza ribadì i principi che erano già stati già espressi nell’assise socialista, mettendo in guardia gli operai che «non dall’opera di società segrete più o meno filosofiche e filantropiche [poteva]venirne vantaggio all’opera loro di emancipazione, ma solo dalla più forte e cosciente organizzazione loro di classe»

Come reagì a quel punto il Grande Oriente? Subito dopo il Congresso socialista venne diramata una circolare che specificava testualmente: “Dopo il voto del congresso di Ancona non vi può essere dubbio sulla condotta che debbono tenere i massoni iscritti al Partito socialista ufficiale. Se vi è qualcuno fra essi disposto a piegarsi al novissimo dogma del partito, esca senz’altro dalle nostre file. Dove noi vogliamo uomini di fede sicura, coscienze salde e dignitose, volontà libere e forti. Attendo da voi, non oltre i quindici giorni da oggi, l’assicurazione che il pensiero del governo dell’ordine è stato da tutti sentito.” In buona sostanza, si confermava il fatto che non poteva restare in Massoneria solo chi aveva votato la mozione rivolta all’espulsione dei massoni da quel partito, il minimo indispensabile per un po’ di credibilità e coerenza.
Giovanni Lerda che si era dimesso dal partito e Orazio Raimondo che era stato espulso, i quali avevano entrambi difeso a spada tratta la compatibilità e la doppia appartenenza vennero largamente applauditi nell’assemblea generale del GOI che si tenne nel 1914, anche se la situazione non portò per la maggior parte dei massoni socialisti ad esodi di massa dalle logge. Molti socialisti, anzi, protestarono in maniera ferma e decisa contro la posizione antimassonica del Congresso di Ancona, ci furono infatti lettere di protesta di massoni socialisti al segretario del PSI Lazzari, e persino una conferenza che si svolse nella Loggia Italia di Parigi il 15 giugno, da parte del socialista Pietro Mazzini, di ferma condanna di quell’operato liberticida.

Pochi mesi dopo, alla vigilia della guerra, nel luglio 1914, lo stesso Mussolini scriveva come direttore dell’Avanti che “Se non vuole cadere in rovina, l’Italia può adottare solamente un atteggiamento di assoluta neutralità”, dopo soli cinque giorni dall’inizio delle ostilità, Mussolini dichiarava in un manifesto che la guerra era utile soltanto ad aumentare il potere dell’esercito, dello Stato e delle dinastie al potere: tutte istituzioni da combattere. Arrivò addirittura a teorizzare una insurrezione contro la guerra, avvisando i suoi lettori che “Se l’Italia dovesse rompere la neutralità appoggiando gli imperi centrali, tutti i proletari italiani avrebbero il dovere di sollevarsi in rivolta”. Fu persino messo in galera insieme al suo compagno Pietro Nenni perché trovato a sabotare le rotaie dei treni destinati al fronte.
Se Mussolini cambiò nel giro di poco tempo repentinamente idea fu grazie ad un massone: Pietro Naldi, direttore del quotidiano Il Resto del Carlino di Bologna; c’è una testimonianza particolarmente eloquente proprio di un redattore dell’Avanti di allora, Eugenio Guarino che dice: “Pippo Naldi si presentò alla redazione milanese dell’Avanti e chiese di parlare in privato con Mussolini. Poco dopo Mussolini abbandonò il suo classico abbigliamento da persona di sinistra con cappello floscio nero, cravatta lisa e abito logoro, e cominciò a presentarsi con abiti di lusso all’ultima moda” La Massoneria era notoriamente interventista e, come è noto, lo divenne immediatamente anche Mussolini, che si dichiarò ben presto favorevole ad un accordo con l’Intesa e per un intervento dell’Italia in guerra.
Nuovi abiti, nuovo atteggiamento verso la Massoneria, nuovo giornale, perché egli fu evidentemente espulso dalla direzione dell’Avanti e dal Partito Socialista e fondò Il Popolo d’Italia. Mussolini diventava così il terminale di fiducia in Italia della Massoneria internazionale, quella che arrivava a Naldi tramite un altro grande massone come Antonio di San Giuliano e mediante la Massoneria francese la quale, anche passando per la Svizzera, cominciò a finanziarlo a getto continuo, insieme ad industriali italiani, fabbricanti di armi ed equipaggiamenti militari. Il più feroce avversario della Massoneria in Italia ne era diventato, in pochi mesi, il più fedele fiduciario.

La Massoneria che, in ogni caso sostenne ampiamente anche l’impresa fiumana e anche D’Annunzio, pure lui massone, puntavano alla realizzazione di una “democrazia del lavoro” che fosse al contempo anticattolica ed antibolscevica. Lo disse a chiare lettere il Gran maestro Torrigiani nel suo discorso di insediamento nel 1919 : “..noi dobbiamo promuovere in Italia il concetto di una Democrazia del lavoro. Integrare il riconoscimento dei diritti del lavoro con la devozione alla Patria, che è per noi gradino all’Umanità; tale sia il nostro dovere”. Questa divenne la base con cui Mussolini cercò poi anche con la CGL, negli anni successivi e durante la sua affermazione iniziale, una prospettiva di “laburismo” nazionale.
Quando finì la guerra Mussolini stava per emigrare in America, ma il 23 marzo del 1919 con un gruppo di Arditi, compagnia per altro fondata da un generale massone di palazzo Giustiniani, di nome Luigi Capello, in una sala convegni di piazza S. Sepolcro, messa a loro disposizione da un massone ebreo di nome Cesare Goldmann, con una assemblea formata al 70% da massoni, fondò i Fasci di Combattimento. Il programma rivoluzionario di tale movimento era palesemente in linea con le istanze che trovarono risalto a Fiume e di tendenza repubblicana; se lo leggiamo, nei suoi vari punti, poi variamente rinnegati una volta che Mussolini realizzò il suo regime con il sostegno della Monarchia e del Vaticano, esso si può assimilare pienamente alle dichiarazioni che lo stesso Torregiani fece poi nel suo discorso già menzionato nel giugno del 1919 e che proseguivano in tal modo: “Ma la borghesia italiana non deve e non dovrà porsi come nemica di contro al Popolo lavoratore: ella deve fondersi a lui e illuminare generosamente e saggiamente la impreparazione di lui alla gestione della cosa pubblica in una collaborazione che deve essere sincera e piena a qualunque costo. Deve essa avviare tutto il popolo lavoratore alla conquista dello Stato, che a lui spetta e che da lui sarebbe spezzato e travolto se s’intendesse di arrestare o frodare il corso della evoluzione sociale. Soltanto così si difende lo Stato e con lo Stato si difendono i più preziosi beni. Si difende lo Stato liberandolo dal predominio di quei ceti i quali hanno cercato di ridurlo ad uno strumento di protezione dei loro interessi particolari; si difende aprendolo al popolo lavoratore; si difende contrastandone la conquista ad ogni dittatura di classe, più fieramente ed in ogni modo a quella delle classi più impreparate (palese allusione alla dittatura bolscevica n.d.r.), come si difende affermandone nel pensiero e nell’azione il concetto ed i diritti contro l’antica pretesa sopraffattrice della Chiesa, che non disarma”

Allora la Massoneria era divisa in due grandi istituzioni, quella di Piazza del Gesù, più filocattolica e di rito scozzese, e quella di Palazzo Giustiniani, liberale e anticlericale, legata alla Massoneria rivoluzionaria francese ed americana. Mussolini non si fece scrupolo di utilizzarle entrambe per raggiungere il potere.
Si può dire che tra le due la Massoneria Giustinianea aveva adottato seriamente prospettive rivoluzionarie che animarono l’impresa fiumana, la quale non si saldò con il movimento operaio di occupazione delle fabbriche in un esito insurrezionale solo perché il Consiglio nazionale della CGL bocciò nettamente la soluzione rivoluzionaria. Ma che la Massoneria considerasse la nascita dei Fasci di Combattimento come un serio programma per attuare una rivoluzione repubblicana in Italia è fatto acclarato. In special modo dalle dichiarazioni del generale Capello, in un suo articolo pubblicato sulla “Patria” di Roma dove l’alto dignitario massonico, rivolgendosi ai Fasci scrive: “I Fasci di Combattimento non ebbero affatto in origine carattere conservatore e meno ancora reazionario. Furono fondati nel marzo del 1919 per raccogliere le forze superstiti che fecero il movimento interventista rivoluzionario del maggio 1915, allo scopo di opporre un argine alla tracotanza del neutralismo socialista, imbaldanzito dalla timidezza del governo e dalla passività della borghesia che credeva di conservare più agevolmente i profitti realizzati durante la guerra concedendo largamente sugli allora larghissimi margini di lucro delle industrie; ed allo scopo pure di offrire al popolo lavoratore un programma di oneste rivendicazioni economiche, sulla base nazionale, valorizzando la vittoria, invece di demolirla. Il programma politico-sociale dei Fasci fu inizialmente audace: affermava la necessità della Repubblica e prospettava profonde trasformazioni nel campo della proprietà, giungendo perfino a riconoscere la necessità della espropriazione parziale.”

Questa è una ulteriore prova che il movimento fascista nacque e fu ispirato da istanze massoniche, le quali non avevano alcuna velleità reazionaria, ma teorizzavano altresì uno sbocco rivoluzionario di tipo sindacalista e nazionale. Lo conferma lo stesso Capello, dicendo che “Con tutto questo sarebbe un grosso sbaglio interpretare il movimento fascista, pur qual è oggi, come un movimento di “reazione bianca”, fatta nell’interesse del capitalismo. […] Intimamente il Fascismo è una forza rivoluzionaria, forse la sola forza veramente ed attivamente rivoluzionaria che vi sia in Italia – appunto perché combatte la forma “utopistica” della rivoluzione rappresentata dal così detto bolscevismo, per far strada alla forma realistica della rivoluzione che si va concentrando in una sorta di sindacalismo nazionale, non ancora esattamente precisato nei suoi lineamenti, ma già animato da un poderoso soffio di vita”
Fu quindi la Massoneria a far risaltare Mussolini e a spingerlo verso una prospettiva rivoluzionaria, dando ispirazione ed impulso ai suoi Fasci di Combattimento, in una dinamica che va inquadrata nel netto dissidio tra repubblicani contrapposti ai socialisti, sia a quelli che avevano adottato i programmi bolscevichi definiti “utopistici” sia a quelli di orientamento “riformista” ritenuti “neutralisti e passivi”. Era una dialettica che aveva antiche origini, in particolare nella stessa terra di Mussolini: la Romagna. L’obiettivo della Massoneria, come già rilevato, era quello di servirsi di Mussolini per realizzare un programma di attuazione di una “democrazia del lavoro” che avrebbe dovuto tagliare fuori da ogni combinazione di potere gli estremi antimassonici del bolscevismo e dell’Associazione Nazionalistica.

Ma Mussolini era un giocatore d’azzardo abituato a giocare e a puntare su più tavoli, per ottenerne il massimo del vantaggio personale. Da una parte si mostrava pronto a realizzare il programma massonico, dall’altra cercava la “pacificazione” con gli ex compagni socialisti, e infine da un’altra ancora sondava il terreno con il Vaticano per usare anche la Chiesa come strumento di propaganda per i suoi fini.
Egli restò di conseguenza il fiduciario della Massoneria soprattutto durante il biennio rosso, come migliore argine al dilagare del bolscevismo, fino ad essere aiutato da massoni, durante Marcia su Roma, ad avere le porte spalancate dal Re. Fu un grande errore massonico, perché Mussolini non esiterà, dopo essersi impadronito del potere, a fare la sua ennesima giravolta preferendo alla Massoneria gli accordi con il Vaticano e finendo per liquidarla del tutto, mettendola fuori legge, devastando le sue Logge e perseguitando i suoi membri. Contro la Massoneria, dal suo punto di vista, giocarono due fattori essenziali: il primo rappresentato dal fatto che Mussolini era “geloso” di quella che egli considerava una sua creatura politica, di cui intendeva essere il capo assoluto e il secondo un certo disgusto per un anticlericalismo di stampo risorgimentale, da lui ritenuto troppo grossolano e logoro, e in definitiva controproducente per l’obiettivo della conquista e del mantenimento del potere in un paese con masse ancora largamente cattoliche.

Ad onor del vero, se il Gran Maestro Torrigiani si illuse sulla possibilità che Mussolini non andasse verso la dittatura e fu quindi disposto ad aiutarlo e ad incontrarlo, in una misura che potremmo definire “attendista”, non pochi furono i “fratelli” che contestarono questa scelta, il Gran Maestro aggiunto di palazzo Giustiniani, Guido Francocci scrisse in un suo libro “La Massoneria”: “Tale atteggiamento verso il fascismo staccò non pochi spiritualmente dal Gran Maestro. Pareva allora impossibile che egli non comprendesse come una situazione politica, di cui era centro e fulcro un solo uomo – e l’uomo che già aveva dichiarato guerra aperta all’Ordine Massonico quando aveva fatto proclamare l’incompatibilità ideologica e pratica tra Socialismo e Massoneria – rappresentava un pericolo imminente e immanente contro le democratiche libertà. Purtroppo i massoni intransigenti furono facilissimi profeti, e il Gran Maestro dovette subito accorgersi quanto le sue previsioni fossero state fallaci. Un colloquio segreto tenutosi a Roma tra lui e Mussolini, a brevissima distanza dalla “Marcia su Roma”, non poteva che profondamente deluderlo: accettare il fascismo equivaleva a consentire l’esperimento dittatoriale, asservire cioè l’Italia al tiranno, sopprimere le libertà, rinnegare il Risorgimento italiano, far ludibrio dei principi fondamentali, unica ragion d’essere della Libera Muratoria…”
I massoni che puntarono su di lui, in effetti, avrebbero dovuto ricordare bene le sue posizioni nel Congresso socialista di Ancona del 1914.

© 17 continua

Carlo Felici

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