giovedì, 16 Luglio, 2020

La memoria e la storia

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“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne …”. Chi non ricorda l’incipit della celebre ode di Ugo Foscolo, “I sepolcri”, sulla quale intere generazioni di studenti hanno passato parecchie ore di studio, anche perché, in genere, il suo testo era previsto nel programma di studi dell’ultimo anno di scuola superiore, quello della “maturità”. Non avendo figli o nipoti, non sono in grado di dire se tale programma sia ancora quello attuale.

Tant’è, recuperando le mie reminiscenze di liceale classico, ricordo che il componimento poetico foscoliano si poneva in polemica con l’editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, che aveva imposto anche in Italia che le sepolture avvenissero fuori dai centri abitati e che le lapidi dei cittadini defunti fossero tutte identiche. Oltre che motivazioni di carattere igienico-sanitario, il provvedimento aveva chiari intenti ideologico-politici: affermare l’uguaglianza di tutti i cittadini, l’egalitè della Rivoluzione francese, e, soprattutto, sottrarre al clero la gestione delle morti e del culto dei defunti, in precedenza inumati sotto il pavimento delle chiese e nei cimiteri parrocchiali.
A tale concezione razionalistica, Foscolo contrapponeva la “corrispondenza d’amorosi sensi”, un sistema di valori, illusioni, ideali, in grado di garantire all’uomo l’immortalità, attraverso il ricordo e la venerazione dei più grandi eroi della Storia. Perciò il sepolcro è non solo un luogo di affetti privati, ma consente la trasmissione di un intero patrimonio umano, oggi si direbbe di un’identità.

E’ la concezione in base alla quale le Nazioni ottocentesche hanno dato vita ai loro Pantheon, nei quali sono tumulate le salme dei loro più illustri uomini politici ed artisti, e, dopo la Grande Guerra, alle tombe dei rispettivi Militi ignoti, a Parigi sotto l’Arc de Triomphe e a Roma al Vittoriale o Altare della Patria.
Tuttavia, questi “sepolcri” hanno da tempo smesso di avere la finalità vagheggiata dal Foscolo e esaltata dai realizzatori dei monumenti citati: questi sono diventati una delle tappe del tour che ogni visitatore di Parigi o di Roma si trova a percorrere, più per la bellezza architettonica ed artistica del monumento (il Pantheon romano di Marco Vipsanio Agrippa a piazza della Rotonda, la ex-chiesa di Sainte-Geneviève a Parigi) o per la sua notorietà e rilevanza nel panorama cittadino.

Ormai l’avrete capito, queste riflessioni mi sono state suggerite dal pensiero rivolto ad un altro sepolcro, in un lontano cimitero tunisino in quel di Hammamet, al quale nei giorni scorsi tanti hanno voluto recarsi, e che comunque, complice l’uscita nelle sale cinematografiche di un bel film, è stato visto, da molti per la prima volta, in televisione, nelle foto sui giornali e sui social media.

Bettino Craxi vive sicuramente nella memoria di tutti i socialisti italiani e di molte donne e uomini nel mondo, in America Latina, nei paesi dell’ex-impero sovietico, nel Medio Oriente, e, fintanto che non saranno scomparsi tutti coloro che l’hanno conosciuto direttamente o che comunque hanno avuto la possibilità di apprezzare le sue scelte politiche, sarà difficile cancellarlo dalla Storia, o di relegarcelo nel ruolo di uomo di malaffare.

Tuttavia, come asseriva recentemente la senatrice a vita Liliana Segre in riferimento alla Memoria della Shoa, “noi testimoni … stiamo morendo tutti, ormai siamo rimasti pochissimi, le dita di una mano, e quando saremo morti proprio tutti, il mare si chiuderà completamente sopra di noi nell’indifferenza e nella dimenticanza”.
Temo che la previsione della senatrice Segre per quanto riguarda la memoria della Shoa sia purtroppo destinata ad essere smentita, perché al di là della scomparsa dei testimoni diretti (di cui rimarranno comunque libri, registrazioni, video), quello che difficilmente scomparirà è l’antisemitismo, che in tutta Europa da sentimento sotterraneo e strisciante sta sempre più riscoprendo una dimensione palese e violenta. La vigilanza e le azioni volte a contrastare tale preoccupante fenomeno faranno sì che si continui a parlare della Shoa e di ciò che essa ha significato nella vita di milioni di persone e nella storia mondiale.

Purtroppo, diverso è il discorso per il socialismo democratico e riformista in Italia: se non si procede sul piano politico a rimettere in campo una proposta di mutamento della società in linea con le sfide epocali del XXI secolo, chiamando su questa al confronto le altre forze della sinistra, la memoria, nel senso foscoliano di “corrispondenza d’amorosi sensi”, è destinata a scomparire con coloro che ancora, da varie latitudini, si dichiarano “socialisti italiani”. Ho voluto mettere l’accento su “italiani” per evidenziare il paradosso di quanti (leggi PD) a livello europeo si dichiarano “socialisti”, vantando l’appartenenza al PSE, ma in Italia si guardano bene dal farlo, e certamente non per un sentimento di rispetto nei confronti del nostro PSI.

Per quanto riguarda invece la Storia, è in atto da oltre 20 anni un processo di sistematica rimozione del ruolo dei socialisti nella vita politica italiana, secondo il cinico progetto confessato da Massimo D’Alema nel 1995 “Allora (nel 1992 – N.d.E.) avevamo una sola scelta: diventare noi il partito socialista in Italia…”.

Ecco quindi la rimozione del ruolo dei socialisti nella scrittura della Costituzione, definita spesso “di De Gasperi e Togliatti”, dimenticando che Nenni fu Ministro per la Costituente ed organizzò la commissione di studio e le relative sottocommissioni che predisposero tutti i materiali che furono alla base dell’elaborazione della nuova Costituzione da parte dell’Assemblea Costituente, e che la seconda parte dell’Art.3 (“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”) che sancisce il superamento della concezione liberale dell’eguaglianza formale dei cittadini, fu proposta da Lelio Basso.

Sandro Pertini è da tempo oggetto di un tentativo di omologazione all’ex-PCI berlingueriano: in un recente film-documentario, “Pertini – Il combattente” di Graziano Diana e Giancarlo De Cataldo, quest’ultimo, che è anche autore della sceneggiatura e narratore presente in scena, come recita la presentazione ufficiale del film «incontra testimoni illustri della vita e dell’eredità di Sandro Pertini, come Giorgio Napolitano, Emma Bonino, Gad Lerner, Eugenio Scalfari, Domenico De Masi e Gherardo Colombo, ma anche personaggi dello spettacolo e dello sport come Antonello Venditti, Raphael Gualazzi, Ricky Tognazzi e Dino Zoff. Ne nasce un inedito mosaico di racconti e pareri, impreziosito dai dialoghi del regista con un gruppo di giovani, rappresentativi di una generazione alla ricerca di modelli di riferimento, ma spesso sprovvista degli strumenti per conoscere e ricordare.». Ovviamente, non viene intervistato neanche un socialista! Durante tutta la durata del film, la parola “Craxi” non viene mai pronunciata e gli episodi politici salienti del settennato di Pertini al Quirinale vengono individuati nella sua partecipazione al funerale dell’operaio comunista Guido Rossa assassinato dalle Brigate Rosse, ed a quello del segretario del PCI Enrico Berlinguer. Del fatto che, per la prima volta nella storia repubblicana, Pertini avesse affidato l’incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri ad un esponente non democristiano, il repubblicano Giovanni Spadolini, non si parla: è ovvio, perché parlare del governo Spadolini costringerebbe poi a parlare del governo Craxi! Questo film, pur non avendo avuto molti passaggi nelle sale cinematografiche, è stato e viene tuttora riproposto nelle scuole.

D’altro canto, complici i permanenti “imbarazzi” in casa PD, c’è un tentativo di appropriazione del Craxi decisionista, difensore dell’indipendenza nazionale nel caso Sigonella, e propositore di una riforma costituzionale in senso presidenziale alla francese, da parte della destra populista e sovranista di Salvini e Meloni, il che è molto diverso dalla memoria di Craxi coltivata dai socialisti del Nuovo PSI o confluiti in Forza Italia, a cominciare dalla figlia Stefania.

Perfino Pietro Nenni, con diciassette anni di vita passata in esilio in Francia con la famiglia per colpa del fascismo ed una figlia morta ad Auschwitz, viene nuovamente accusato, rinverdendo antiche accuse polemiche dei comunisti, di essere stato fascista, per aver partecipato, assieme a tutto il gruppo dirigente del partito repubblicano bolognese, alla costituzione del primo Fascio di combattimento di Bologna.
Secondo Giuseppe Tamburrano, che di Nenni è stato il principale e più informato biografo, quei pochi giorni nel fascio di Bologna nel 1919, fondato da repubblicani e interventisti democratici di sinistra, fu un trascurabile episodio della vita pubblica di Nenni, un abbaglio di cui si pentì dopo poche settimane, ma che determinò un profondo trauma nella sua vita intima.
Queste “rivelazioni” sono il frutto delle rimasticature storiografiche di giornalisti che s’improvvisano storici (Bruno Vespa, “Perché l’Italia diventò fascista – e perché il fascismo non può tornare”) o di romanzieri che vogliono fare anche gli storici (Antonio Scurati, “M, il figlio del secolo”), sulle quali s’innestano le speculazioni politiche della destra (Alessandro Sallusti, Il Giornale, editoriale del 25 novembre 2019).

Sempre Nenni viene citato dai neofascisti per accreditare l’immagine di un Mussolini “buono” e fedele ai legami amicali piuttosto che alle convenienze politiche.
Pertanto, in nome della vecchia amicizia del 1911 – quando i due condivisero la cella di San Giovanni in Monte a Bologna dopo la condanna a Forlì per i moti da loro organizzati, Nenni da repubblicano, Mussolini da socialista ultramassimalista, contro l’occupazione militare della Libia (sempre la Libia!) voluta da Giolitti – il duce avrebbe salvato il suo vecchio sodale dalla fucilazione o dalla deportazione da parte dei tedeschi. Infatti, l’8 febbraio 1943, alla vigilia del suo compleanno, Nenni fu arrestato dalla Gestapo a Saint-Flour nel sud della Francia; venne condotto prima a Vichy e poi a Parigi, dove fu rinchiuso nel carcere di Fresnes per circa un mese, poi fu traferito in Germania, passando per varie prigioni, fino al Brennero, dove il 5 aprile fu consegnato alle autorità italiane, che lo trasferirono al carcere romano di Regina Coeli. Dopo circa un mese, il 3 giugno 1943 venne inviato al confino nell’isola di Ponza, da cui venne liberato il 4 agosto, a seguito della caduta del fascismo il 25 luglio. Nenni fece così in tempo a vedere per l’ultima volta, sia pure da lontano, Mussolini, che era stato fatto arrestare dal re e da Badoglio e condotto in un primo tempo proprio a Ponza. Nenni annotò nel suo diario: «Ora vedo col cannocchiale Mussolini: è anch’egli alla finestra, in maniche di camicia e si passa nervosamente il fazzoletto sulla fronte. Scherzi del destino! Trenta anni fa eravamo in carcere assieme, legati da un’amicizia che paresse sfidare le tempeste della vita… Oggi eccoci entrambi confinati nella stessa isola: io per decisione sua, egli per decisione del re e delle camarille di corte, militari e finanziarie, che si sono servite di lui contro di noi e contro il popolo e che oggi di lui si disfano nella speranza di sopravvivere al crollo del fascismo».

A questo punto arriva la rivelazione: Arrigo Petacco, altro giornalista trasformatosi in storico, nel suo controverso “La Storia ci ha mentito” (2014), dà credito ai tentativi dell’ultimo Mussolini, che a Salò sente che la fine della guerra è prossima con la disfatta dei nazisti, di accreditarsi come anti-tedesco e tornato agli antichi amori socialisti. Ecco lo scoop: “Nenni si salvò la vita per «miracolo». Un «miracolo» misterioso ancora oggi. Arrestato come «agente di Stalin» dalla Gestapo, il leader socialista fu avviato verso la Germania col solito vagone piombato. Ma su quel carro rimase poco…”. Ed ecco svelato il mistero: «Negli appunti che il Duce scrisse durante il crepuscolo di Salò, fra l’altro, si legge: “Quando dopo il 25 luglio mi tradussero a Ponza, vi era confinato anche Nenni. Oggi sarà un uomo libero. Ma se è ancora in vita, lo deve proprio a me. Sono molti anni che non lo vedo, ma non credo sia cambiato molto”.»

Tutte balle! Il primo a smentire la ricostruzione di Mussolini/Petacco è proprio Nenni che nella sua “Intervista sul socialismo” (1977) ricorda: «La prima tappa del rientro in Italia fu la sosta alquanto misteriosa nel carcere parigino di Fresnes, gestito direttamente dalla Gestapo, senza che nessuno mi interrogasse. Il viaggio proseguì in vagone cellulare attraverso le carceri tedesche da Treviri a Monaco a Innsbruck fino al Brennero dove il 5 aprile la Gestapo mi consegnò all’Ovra. Fui poi a Roma, a Regina Coeli, per un mese soltanto e quindi il 3 giugno al confino a Ponza in un campo che raccoglieva cinque-seicento confinati». Lo storico Mimmo Franzinelli nel suo monumentale saggio “I tentacoli dell’OVRA. Agenti, collaboratori e vittime della polizia politica fascista” (2000), basato sull’analisi dei fondi versati all’Archivio centrale dello Stato dal Ministero dell’Interno, opportunamente verificati con quante più fonti possibili, afferma che il consolato italiano a Parigi era la sede degli agenti dell’OVRA, la temibile polizia politica segreta del regime fascista, la quale, già dalla seconda metà degli anni venti, infiltrò sistematicamente gli ambienti dell’emigrazione politica, soprattutto in Francia. A tale proposito, Franzinelli cita il caso di Mario Bergamo (l’ultimo segretario nazionale del Partito repubblicano prima della soppressione ad opera delle “leggi fascistissime” del 1926, amico fraterno di Nenni, con cui condivise l’errore della breve adesione al Fascio di combattimento di Bologna e, poi, la fuga in Svizzera e quindi a Parigi per sottrarsi alla repressione fascista), il quale si era recato al consolato italiano a Parigi a perorare la causa di alcuni italiani arrestati dai tedeschi: «Egli ignorava che i funzionari ai quali si rivolgeva erano i registi della caccia ai fuoriusciti, eseguita su direttiva italiana. Il console generale riferì al ministero dell’Interno le sollecitazioni ricevute da Mario Bergamo: “Ripetutamente si è presentato a questo Regio Consolato cercando di intervenire a favore dei connazionale arrestati dalle Autorità tedesche dietro ordine del Regio Ministero dell’Interno. Gli è stato detto, senza naturalmente specificare, che questo Regio Consolato non poteva svolgere passi presso le autorità tedesche per la liberazione dei connazionali arrestati.”» E, subito dopo, Franzinelli riferisce che: «La cattura di Pietro Nenni fu ad esempio il risultato della delazione di Mario Carletti, un ex-comunista poi passato ai socialisti…»
Quindi Nenni, come numerosi altri antifascisti fuoriusciti in Francia, non venne arrestato dalla Gestapo «come «agente di Stalin»”, quindi in base ad una decisione autonoma delle Autorità tedesche di polizia, come asserisce Petacco, bensì su espressa richiesta del Ministero dell’Interno italiano e su segnalazione dei funzionari dell’Ovra operanti Oltralpe, per reati commessi in Italia. I tedeschi sicuramente ignoravano la vera identità del leader socialista (arrestato con documenti falsi), che rimase nella loro piena disponibilità per ben un mese senza che nessuno lo interrogasse, cosa che sarebbe sicuramente avvenuta se fosse stato ritenuto un «agente di Stalin» o riconosciuto come il capo dei fuoriusciti italiani socialisti. Quanto al viaggio di Nenni da Parigi in Germania fino al Brennero, esso non avvenne «col solito vagone piombato. Ma su quel carro rimase poco…» come afferma Petacco, lasciando intendere che si trattasse di un trasporto su carro bestiame diretto ad un dei tanti campi di sterminio nazisti. Per cui vi sarebbe dovuto essere un intervento personale di Mussolini sulle autorità tedesche, ai massimi livelli, per sottrarre il suo amico Nenni, in extremis, dalla deportazione nel lager. Al contrario, come riferisce Nenni «il viaggio proseguì in vagone cellulare attraverso le carceri tedesche da Treviri a Monaco a Innsbruck fino al Brennero dove il 5 aprile la Gestapo mi consegnò all’Ovra», secondo la routine di estradizione dei prigionieri italiani dalla Francia occupata verso l’Italia, in base agli accordi esistenti fra la due potenze dell’Asse.
Infatti, la stessa trafila di Nenni era già stata riservata ai sindacalisti Bruno Buozzi, socialista, e Giuseppe Di Vittorio, comunista, anch’essi catturati dalla Gestapo a Parigi nel 1941, trasferiti in Germania, consegnati al Brennero ai Regi Carabinieri italiani e poi inviati al confino (Buozzi a Montefalco, in provincia di Perugia, Di Vittorio nell’isola di Ventotene). E certamente Mussolini non aveva rapporti di amicizia o particolare benevolenza verso un comunista come Di Vittorio!
Ecco come Di Vittorio ricorda il suo incontro fortuito con Buozzi nel Carcere parigino de la Santé: «Mentre salivamo uno scalone, curvi sotto il carico del pane, riuscii a dire a Buozzi parole di conforto per la sua famiglia e cercai di sapere le cause del suo arresto. Buozzi mi disse che la Gestapo hitleriana, ignara della sua vera personalità, voleva sapere da lui i motivi del suo arresto, dato ch’egli era stato arrestato su richiesta del governo fascista italiano, per essere trasferito in Italia, a disposizione di Mussolini.»
Che l’OVRA, controllata direttamente dal duce per tramite del fido Bocchini, avesse interesse ad avere “a propria disposizione” i più importanti e popolari esponenti dell’antifascismo italiano a me pare un fatto ovvio, ma certamente non dovuto a motivi sentimentali, ma ad un possibile loro “uso” propagandistico, tramite il ricatto, la disinformazione, e, nel caso di una sconfitta nella disastrosa guerra a fianco dei tedeschi che si andava ormai profilando, come “merce di scambio”, per accreditare l’immagine di un regime che si limitava a mandare i dissidenti “in villeggiatura” nelle belle isole italiane (come disse qualche anno dopo Silvio Berlusconi), piuttosto che sopprimerli.

Va detto che quest’idea di un Mussolini disposto per l’amicizia a passar sopra alla convenienza politica è stata in parte alimentata dallo stesso Nenni, lui sì un sentimentale e un generoso: Sergio Zavoli ha testimoniato che nel 1947 Nenni ricevette a casa sua la visita della figlia del duce, Edda Ciano – l’“Eddina” che gli si sedeva sulle ginocchia da piccola, quando le due famiglie si frequentavano – che gli chiese di interessarsi per farle ottenere la restituzione delle spoglie del padre, come poi avvenne. Un’altro “sepolcro”, che è diventato da un lato un’attrazione turistica del comune di Predappio, dall’altro, nel senso foscoliano, il luogo dell’identità dei neofascisti.

Nenni, pur consapevole della necessità del compromesso e dell’adattarsi al mutare delle situazioni politiche, economiche e sociali, non poteva concepire le scelte dettate dalla “ragion di Stato”, il tradire i propri ideali fondamentali per una convenienza immediata, oggi diremmo per “acquisire consenso”. Così, quando nel 1956 i carri armati sovietici occuparono l’Ungheria per reprimere il tentativo di rinnovamento di Imre Nagy, non ci mise un attimo a condannare l’intervento delle truppe del Patto di Varsavia, senza pensare che questo avrebbe significato una frattura all’interno del PSI (che si concretizzerà nel 1964 con la fuoriuscita di Vecchietti, Valori e Basso e la nascita del nuovo PSIUP) ed il venir meno dei finanziamenti garantiti dall’URSS, tramite il PCI, anche al PSI allora filosovietico.

E così Nenni, fidando nell’antica amicizia di Mussolini, si arrovellava di aver causato, per il suo orgoglio, la fine della cara figlia Vittoria, morta di tifo e di stenti nel campo di sterminio di Auschwitz il 15 luglio 1943. Scrisse nel suo diario: «Sono arrivato al Brennero il 5 aprile. Vivà è caduta ammalata una settimana dopo. Se avessi telegrafato a Mussolini sono sicuro che l’avrei salvata. Ho avuto la tentazione due o tre volte di parlare al cappellano del carcere di Bressanone. Ma non potevo. Mi pareva di compiere un atto di viltà. Mi sono detto lo farò a Roma. Ma a Roma sono stato preso dall’atmosfera eroica della resistenza e allora naturalmente ogni idea del genere è caduta. Non so chiedermi se ho avuto ragione o torto. Ma sento che non mi libererò mai da questo pensiero terribile: forse, o quasi certamente avresti potuto salvare tua figlia dall’orrore di Auschwitz. Ed è l’orgoglio che te lo ha impedito». Nenni si diede un po’ pace solo quando Charlotte Delbo, la compagna di Vivà sopravvissuta alla tremenda vita nel campo, le riferì a Parigi le ultime parole della figlia: “Dites à mon père que je n’ai jamais trahi ses idées”. Dite a mio padre che non ha mai tradito le sue idee.

Era proprio di Nenni pensare che Mussolini avesse il potere di intervenire in quella infernale macchina di morte che era Auschwitz-Birkenau, dove le persone, quelle che non venivano immediatamente inviate nelle camere a gas, diventavano numeri: per Vivà il 31635.
Ed essere sicuro che ciò avrebbe voluto fare Mussolini, lo stesso che, solo sei mesi dopo, a Verona, per tacitare i tedeschi e i fascisti più intransigenti, lasciò mandare a morte gran parte dei suoi amici e sodali fascisti “antemarcia” ed il genero Galeazzo Ciano, il che provocò la definitiva rottura con la figlia Edda.
Come scrisse Oriana Fallaci: Nenni “è un tale galantuomo, un tale professore di onestà. E anche un tale professore di generosità: allorché giudica gli altri teme sempre di offenderli”.

Insomma, la battaglia per impedire la riscrittura della storia socialista dev’essere combattuta da tutti coloro che credono che la passione politica dell’oggi, ma rivolta al futuro, debba basarsi sulla consapevolezza della propria storia. Solo così la memoria non si esaurirà con il venir meno dei testimoni di un tempo, ma si rigenererà fra i nuovi socialisti.

Ma ne riparleremo.

N.B. Il presente articolo è stato scritto prima della notizia del diniego di commemorare Bettino Craxi al Senato della Repubblica, come richiesto dal sen. Riccardo Nencini, presidente del Consiglio Nazionale del PSI, che costituisce la conferma, se ce ne fosse bisogno, della volontà delle attuali forze politiche, con l’eccesione di Italia Viva, di voler continuare, al di là delle retoriche e interessate dichiarazioni di esponenti del centro-destra e di qualche piddino, sempre a titolo personale, a mantenere Bettino Craxi nel ruolo di capro espiatorio di tutte le malefatte, vere o presunte, della Prima Repubblica, e a saccheggiare e distorcere la storia socialista, come sopra ho cercato di dimostrare.

Alfonso Maria Capriolo

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