venerdì, 22 Novembre, 2019

La Mezzanotte del mondo di Jorge Galán. Il viaggio si fa collettivo

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A dieci anni di distanza da “Breve historia del alba” Jorge Galán in Medianoche del mundo (pubblicato in Spagna nel 2016 e con il quale ha vinto, come inedito, la XVI edizione del Premio «Casa de América de Poesía Americana») si immerge direttamente nella notte e aguzza la vista per scrutare invisibili orizzonti, le varie gradazioni del buio e del dolore, le sfumature delle ombre, gli “alberi di luce” così lontani da noi. E questo avviene a mezzanotte, ovvero nel preciso istante in cui muore un giorno e – ancora immersi nelle tenebre – ne inizia uno nuovo.

In Mezzanotte del mondo il viaggio si fa collettivo, coinvolge più persone, paesi e città di metallo, probabilmente molto distanti dalla sua casa, dal territorio originario, dalla sua famiglia. Al centro vi è sempre El Salvador dal quale l’autore, negli ultimi anni, è stato lontano. El Salvador, tra i paesi più pericolosi del mondo, devastato da una guerra civile iniziata nel 1980, anno dell’uccisione dell’arcivescovo Óscar Romero, e terminata dodici anni più tardi dopo aver provocato oltre 80.000 morti, per non parlare dei feriti, degli orfani, delle devastazioni”. Con queste parole Alessio Brandolini, traduttore ed editore per l’Italia di Medianoche del mundo (Edizioni Fili D’Aquilone), interpreta il contenuto di questa nuova opera di Jorge Galàn, scrittore e poeta nato a San Salvador (El Salvador).

Fin da giovanissimo Galàn ha avuto riconoscimenti nazionali per la sua poesia, ricevendo poi in Spagna, nel 2006, il Premio Adonáis. Il libro sarà presentato venerdì 18 ottobre a Roma (Piazza di Porta San Giovanni 10), alle ore 18,00 (in collaborazione con l’Associazione Culturale TRAleVOLTE), con l’autore saranno presenti Alessio Brandolini, Marisa Martínez Pérsico e Francesco Tarquini. Galàn è lo pseudonimo letterario di George Alexander Portillo (classe 1973). George scrive anche libri di narrativa e il suo primo romanzo, El sueño de Mariana, riceve il Premio Nazionale di El Salvador. Nel 2013 pubblica in Spagna il romanzo La habitación al fondo de la casa, con una introduzione di Almudena Grandes, libro poi edito anche in Italia da Mondadori nel 2016 (La stanza in fondo alla casa). Nel 2015, sempre in Spagna, dà alle stampe il romanzo Noviembre, incentrato sull’assassinio di sei gesuiti avvenuto nel novembre del 1989 presso l’Università UCA a San Salvador. A causa delle minacce di morte ricevute per via di quel che è narrato in Noviembre si vede costretto a lasciare il proprio Paese e a rifugiarsi in Spagna.

Jorge Galán secondo l’antologia pubblicata in Spagna El Canon abierto (Visor, 2015), studio-inchiesta realizzata da critici e professori di oltre cento università di tutto il mondo, è riconosciuto come il poeta più rilevante di lingua spagnola nato dopo il 1970 (e non ce ne stupiamo).

“In Mezzanotte del mondo” l’autore è alle prese con il destino di un uomo che si trova intrappolato in una oscurità senza coordinate, dove il recupero di una immortalità non può che proiettarsi nel desiderio di un ritorno all’origine perché il futuro e il presente sono rappresentati da un mondo dove “ogni giorno sento che hanno ucciso qualcuno, ma la guerra non è guerra”; dove ogni giorno si vive come sussurri in una città che si alza tra una moltitudine di colonne di fumo; dove un sussurro, solo un sussurro è quello che siamo stati in questo secolo, in questo mondo; dove gli uomini sono come bloccati su una terra morta, soli, in attesa ma senza nulla attendere, mentre il Poeta disperatamente, cercando un padre, non ha altro desiderio che toccare il “centro del silenzio del mondo”.
La sua è una poesia forte e violenta, in cui non si aprono luci di speranza, permeata dal dolore per la lontananza da sua Madre, dalla sua Terra, per la violenza in essa subita e che hanno subito i suoi fratelli, i suoi familiari, ma anche dal terribile disorientamento provocato da una realtà altra, nella quale è stato costretto a rifugiarsi, ugualmente malata.
Il nulla diventa così protagonista (“sussisto possedendo il nulla”) e la solitudine un elemento salvifico, non si può che benedire “il silenzio”, scrive l’autore, in una terra fredda, senza figli, né moglie, né familiari.

Il dramma del Salvador diventa così il dramma del presente, di una umanità che non riesce a cogliere la bellezza della natura che ormai sola (e come affrancata dall’uomo) conserva una nota di immensità, quello che ci troviamo a subire è un mondo abitato solo dalla solitudine, dall’oscurità e dalla morte.
E’ un libro troppo amaro, senza luci nella sua mezzanotte, ma dalle note forti e sicure di un poeta vero, che affonda la sua poesia nelle radici del suo tempo e, come tutti i grandi artisti, ne coglie l’aspetto più essenziale e feroce, proprio con l’intento consapevole ed inconsapevole di morire e rinascere.

“Questa è la mia morte. L’anno dove mi fermo e torno all’inizio” scrive, ma la morte non può che essere strumento per tornare indietro colpendo un istante dell’alba perché morire sia come cadere, abisso, esplosione, presepe e insieme bellezza.

Maria Grazia Di Mario

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