mercoledì, 17 Luglio, 2019

La miscela esplosiva di paura e capitalismo

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La drammatica vertenza dell’Ilva di Taranto ha svelato il cuore malato del cosiddetto “capitalismo cognitivo”, cerniera perfetta e macabro sigillo fra la nuda vita e la vita nuda. Esso cioè, da un lato assume come risorsa da sfruttare non più soltanto i muscoli, le braccia, le reazioni fisiche, la disciplina dei tempi e dei movimenti a una catena di montaggio, ma anche i desideri, le tensioni, i consumi, i saperi pratici, le inclinazioni del sentire, le competenze intellettuali, tutto quanto può essere inquadrato come la “nudità” psicofisica dell’individuo, i suoi tratti primari e più intimi. Dall’altro, inserendo l’insieme di questo patrimonio organico e comportamentale nelle cinghie, spesso supplizianti, di un funzionalismo logico-industriale globale, ci astrae dalla vita vera, fatta di passioni, progetti e complessità, per riconsegnarcela “nuda” storicamente e socialmente, ovvero abusata, offesa, deturpata, depotenziata, tarlata di disoccupazione, disperazione, isolamento, guasti ambientali e cieli rattrappiti.

Esattamente quanto sta succedendo nella Puglia (e in tutte le cosiddette “periferie” del mondo) della miseria diffusa e del lavoro che non c’è, spaccata tra fabbriche che producono morte e un’esistenza che, senza individuazione all’interno della collettività e del tessuto economico, sa di tremore e di vuoto. Quello che icasticamente sottolinea Pietro Barcellona nella sua ennesima fatica spirituale e filosofica dal titolo La speranza contro la paura (Marietti, pagg 203, euro 15) quando afferma: “L’epoca in cui viviamo si caratterizza per la trasformazione del processo riproduttivo sociale in fattore produttivo economico, che assume la creazione della vita a elemento del ciclo dell’accumulazione capitalistica… Ciò che sta accadendo è una messa a profitto dell’intera vita degli uomini e delle donne, che annulla ogni tradizionale distinzione fra tempo di lavoro e tempo di vita, fra autonomia della società e produzione di valori monetari”.

Barcellona individua nello stigma dell’”utilizzabile e del traducibile” la cifra di un’estetica di massa incistata in un assetto economico basato sul neoliberismo più feroce, sorretto da una ipertrofia dei linguaggi scientifici predittivi e costrittivi, che riducono la vastità e bellezza dell’agire umano in asettiche curvature evoluzionistiche, in sistemi chiusi e deterministici all’interno dei quali ogni oncia di libertà, ogni finalità autopoietica, ogni ombra del Mistero e del Tragico viene convertita in eliche del dna o formule matematiche. Un patto scellerato fra Denaro e Scienza, con la complicità della Comunicazione che ci offre istanti slacciati e parole senza senso. Ecco dunque rimpicciolirsi e impoverirsi quello spazio della relazione, dell’affettività, della territorialità, del riconoscimento reciproco e dell’apertura al futuro; e un divenire, invece, pervasivi e tentacolari da parte di quei dispositivi che ci condannano alla “paura”, appunto, di non farcela, di non comprare sufficientemente, di non rinnovare costantemente la nostra vita secondo i diktat del marketing e delle speculazioni finanziarie, pronti a spolpare la nostra interiorità in nome di una finta sicurezza, di una nuova formula di cittadinanza, parossistica e conveniente solo per i poteri forti.

Senza effettività e coscienza, coltiviamo – secondo Barcellona – “la vacua fluidità del piacere”, un naufragio perenne dell’io, una rottura col simbolico che, però, l’insigne giurista e pensatore associa in maniera un po’ troppo dottrinaria, cristocentrica e teofanica a un ritorno al Dio della versione paolina, quello che non garantisce la salvezza alle genti terrene e il perdono delle colpe, ma sperimenta la via del dolore e della comprensione prima che l’avvento finale abbia luogo. Ma l’exitus etico-concettuale di Barcellona non convince, anzi corre il rischio di lasciare una sorta di disturbo nell’ambito di una scrittura militante e fertile di inviti alla lotta e alla ripresa di una calda intersoggettività. Il piano soteriologico e provvidenziale, pur addolcito in un àgape tutto da costruire, è pur sempre un paradigma che viene dal “fuori”, un Nomos disincarnato che magari ci salva dal regno dell’Indifferenza ma che soffoca al pari del naturalismo e del culto del mercato che si intende combattere.

Carmine Castoro

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