martedì, 24 Novembre, 2020

La nascita della UIL: un atto di disobbedienza

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La mostra sulla storia del sindacalismo riformista italiano, curata dall’Istituto Studi Sindacali UIL “Italo Viglianesi”, in occasione del XVII Congresso della UIL tenutosi a Roma EUR, alla Nuvola, il 21-22-23 giugno 2018, è stata anche un’occasione per guardare al futuro alla luce del passato. In due poderose ondate il movimento sindacale Otto-Novecentesco ha organizzato la classe lavoratrice e costruito le sue istituzioni. Dopodiché, ha subìto la cesura violenta del Fascismo. Infine, ha contribuito all’edificazione nella democrazia dello stato sociale e ad una crescita politica, economica e sociale della classe lavoratrice. Molte storie del sindacato in Italia si limitano a trattare il secondo dopoguerra: un peccato, perché i primi 60-70 anni sono ricchi di personaggi e vicende memorabili. Le Società Operaie di Mutuo Soccorso e le Leghe di Resistenza sono state in Italia le prime organizzazioni di lavoratori, quasi esclusivamente specializzati. Le Federazioni di mestiere e le Camere del Lavoro hanno per la prima volta introdotto le due modalità organizzative, verticale ed orizzontale, il cui progressivo intreccio sarà fondamentale nel sindacalismo italiano. È soprattutto il sindacalismo territoriale delle Camere del Lavoro ad aprire anche ai non specializzati. Successivamente, anche le Federazioni passeranno per gradi dal mestiere all’industria. Il 1901 è un anno decisivo: il governo Zanardelli-Giolitti chiude il capitolo dell’inimicizia preconcetta dello Stato verso il movimento operaio, il cui culmine sono le cannonate di Bava Beccaris contro i manifestanti milanesi, nel 1898, e apre quello della neutralità e del dialogo – non senza incoerenze, ma la novità è reale; il nuovo clima favorisce le lotte operaie, tanto che il primo autunno caldo sarà proprio quello del 1901.

 

Quell’anno vengono fondate la FIOM (metallurgici) e la Federterra (braccianti: l’organizzazione dei lavoratori nelle campagne è una grande peculiarità del sindacalismo italiano). Nel 1906, FIOM e Federterra sono tra le organizzazioni più attive nel promuovere la costituzione della grande confederazione nazionale, la CGdL. Il primo segretario generale della CGdL sarà Rinaldo Rigola, biellese. Biella è da considerarsi la prima capitale del sindacalismo italiano, per il grande sciopero, vittorioso, nel 1877, e per il primo documento di relazioni industriali, il regolamento redatto dal giurista socialista Pasquale Stanislao Mancini. Costante sarà il conflitto tra gli edificatori delle grandi federazioni di mestiere e della confederazione, riformisti, e i sindacalisti rivoluzionari. Mentre nel Partito Socialista i massimalisti sconfissero i riformisti nel 1914, la CGdL fu sempre guidata dai riformisti. Riformisti furono Rinaldo Rigola, Ernesto Verzi, Bruno Buozzi, Argentina Altobelli, Giuseppe Massarenti, Maria Goia, Pietro Chiesa, e tanti altri. Per questa ragione la UIL si sente erede di quella storia. Bruno Buozzi è, infatti, il sindacalista del periodo pre-fascista che la UIL prenderà come punto di riferimento ideale per le conquiste che contribuì a realizzare e la netta distinzione che sempre praticò dagli estremismi. A lui è intitolata la sala riunioni in Via Lucullo, sede della UIL Nazionale. La UILA-UIL, categoria UIL degli alimentaristi, ha intitolato ad Argentina Altobelli l’omonima Fondazione che ha per scopo di favorire gli studi sul sindacalismo agricolo. Rinaldo Rigola nel dopoguerra si iscriverà alla UIL. Arturo Chiari, amico di Buozzi, sarà il segretario della FIOM unitaria del 1944 e poi, dopo le scissioni, della UILM-UIL. La distruzione ad opera del Fascismo del libero sindacalismo non deve cancellare il valore di quelle esperienze e le sue acquisizioni culturali. La ripresa del sindacato comincia prima della Liberazione. Gli scioperi del 1943-44 ne sono l’emblema, così come il Contratto della Montagna, negoziato clandestinamente a Biella – ancora Biella! – sotto l’occupazione Nazi-Fascista, e contenente le prime norme di parità salariale uomo-donna. Il ritorno del Sindacato non è solo un ripristino: la CGIL unitaria del 1944 non è la CGdL del 1906. Intanto, i cattolici prima del Fascismo erano organizzati nella CIL, mentre nella CGIL unitaria sono una delle tre componenti fondanti. Il ruolo dei partiti nel 1944 è molto più marcato: sono infatti i tre partiti maggiori del CLN, comunisti, democristiani e socialisti, ad indicare i tre commissari. Certo, se Buozzi non fosse stato assassinato dai nazisti nel giugno 1944, ad un pugno di giorni dalla stipula del Patto di Roma, il sindacato del dopoguerra avrebbe potuto essere diverso. La cultura riformista della CGdL e la sua intransigenza verso il sindacalismo rivoluzionario, i massimalisti e, dopo la scissione del 1921, i comunisti, non si ritrovano nella CGIL unitaria, che però solo per pochi anni poté tenere insieme le sue componenti. La logica della Guerra Fredda, che determinò la rottura della CGIL unitaria 1944-48, premeva affinché alla CGIL social-comunista si contrapponesse una sola organizzazione sindacale, al cui interno il peso dei cattolici sarebbe stato di gran lunga il più rilevante.

 

“La nascita della UIL fu un atto di disobbedienza” – scrisse Sergio Turone – per sottolineare il coraggio con cui i suoi fondatori, laico-socialisti, resistettero ai condizionamenti americani, vaticani e democristiani quando decisero, il 5 marzo 1950, di far nascere la UIL, la terza organizzazione. L’esistenza stessa della UIL sarà determinante per la successiva unità sindacale. Va detto che la UIL era sì fortemente polemica con i comunisti, nondimeno è stata sua convinzione sin dalla nascita che sui temi concreti di interesse dei lavoratori si dovesse sempre ricercare l’unità d’azione. Il lockdown anti-Covid non ci ha permesso di festeggiare come avremmo voluto il 5 marzo 2020 il 70° compleanno della UIL, se non con l’apposizione di una targa nel palazzo storico dell’INAIL, a Roma, dove si tenne l’assemblea costitutiva. Recupereremo appena sarà possibile. L’insistenza della UIL sulla ricerca dell’unità d’azione le valse numerosi richiami dall’Internazionale sindacale, che era permeata dalla logica della Guerra Fredda, ma sarà premiata nel grande risveglio dell’Autunno Caldo del 1969 (il secondo autunno caldo, a considerare quello del 1901) e con il conseguimento della grande riforma dello Statuto dei Lavoratori del 1970. Si poté così giungere alla terza esperienza unitaria del sindacalismo italiano: la Federazione Unitaria CGIL-CISL-UIL del 1972-84. La soluzione della Federazione Unitaria deluse quanti speravano nell’unità organica, ma probabilmente era il solo compromesso unitario sostenibile all’epoca, che permise di dare degli sbocchi al grande movimento di fine Anni Sessanta e di combattere il terrorismo Anni Settanta. L’unità sindacale si infranse sullo scoglio della lotta all’inflazione: il sindacato confederale non poteva non affrontare le devastazioni sociali provocate da aumenti annuali dei prezzi a due cifre. E invece, non poté farlo unitariamente, a causa dei pesanti condizionamenti politici sul sindacato prodotti dalla fine della politica del compromesso storico, dal ritorno del PCI all’opposizione, dal duello a sinistra. La rottura sulla scala mobile divenne la rottura della Federazione Unitaria (1984). L’anno successivo, il referendum sul taglio dei punti di contingenza operato dal decreto di San Valentino vide la dura sconfitta del PCI. L’unità sindacale si rimise in moto con fatica, ma era tornata ad essere unità d’azione, nulla di più. Ma in una circostanza delicatissima, quale la scomparsa in un anno dei cinque partiti che avevano governato l’Italia nel dopoguerra (Tangentopoli), l’unità sindacale – che resistette nonostante le tensioni interne alla CGIL – diede al governo, con gli accordi del 1992 e 1993, il supporto decisivo per centrare gli obiettivi del Trattato di Maastricht pur nel collasso del sistema politico e portare l’Italia nella moneta unica. Dopo di allora, lo strano bipolarismo della cosiddetta Seconda Repubblica vide spesso il sindacato profondamente diviso. La UIL espresse più volte la sua convinzione sulla necessità che il sindacato non fosse indifferente alla politica, ma certamente autonomo ed indipendente da essa, mentre in CGIL i confini tra politico e sindacale furono molto più sfumati, tanto che si arrivò a supportare una componente di un partito, il “correntone” nei Democratici di Sinistra. A diversi livelli, si stipularono contratti ed accordi cosiddetti separati, senza la firma della CGIL: il Patto per l’Italia (2002); numerosi rinnovi di contratti nazionali, soprattutto nei metalmeccanici (2001, 2003, 2010); gli accordi di Pomigliano e Mirafiori (2010). Ciononostante, la UIL non volle mai chiudere definitivamente la porta in faccia a future riprese unitarie, che si concretizzarono passando per uno sciopero generale delle sole UIL e CGIL contro le penalizzazioni per i lavoratori contenute nel Jobs Act (2014), cui seguì dal 2015 un importante lavoro comune per correggere i difetti più gravi della recente legislazione lavoristica e previdenziale e rinnovare i contratti pubblici e privati evitando la sostituzione della legge al contratto, come minacciava il governo, con la sponda, inizialmente, di Confindustria. Siamo ora di nuovo con i contratti scaduti o in scadenza, in un contesto reso difficilissimo dal sommarsi degli effetti della grande recessione iniziata nel 2008 e della pandemia del 2020. L’azione sindacale è unitaria. Nondimeno, è il caso di domandarsi se siano sufficienti l’attuale livello di unità d’azione e gli attuali obiettivi di essa. La UIL negli ultimi anni ha più volte posto il tema della costruzione di una nuova Federazione Unitaria. Una ricerca sulla storica Federazione Unitaria 1972-84 che ha coinvolto sindacalisti di CGIL, CISL e UIL, ricercatori delle tre organizzazioni e dei relativi enti storico-culturali, nonché studiosi indipendenti, è stata anche l’occasione per scambi di idee sul tema. Superata, con decisivo apporto UIL, la fase del bipolarismo sindacale, che ha visto spesso Cisl e Uil da una parte e Cgil dall’altra, l’unità sindacale è tornata attuale. Certo, è altamente improbabile, e forse anche non desiderabile, una riproposizione dell’unità organica, di cui l’unica esperienza si è avuta nel 1944-48, essendo l’unità nella CGdL 1906-25 una storia diversa, vista l’assenza della componente cattolica. È invece nel potenziamento dell’unità possibile, dando vita a una convivenza regolata tra le tre confederazioni, che potrebbe essere più proficuo muoversi. Quando la UIL ha evocato una nuova Federazione Unitaria, non aveva in mente una mera riproposizione del vecchio schema, diritto di veto incluso, ma un approccio pragmatico che utilizzasse il gran lavoro fatto in questi anni per misurare e regolare rappresentanza e rappresentatività, con il compromesso virtuoso tra sindacato degli iscritti e sindacato dei lavoratori, per un nuovo patto federativo, fatto non solo delle indispensabili regole sulla validità dei contratti, ma un patto più completo, volto alla ricerca del consenso più ampio ma senza riproporre un troppo esteso diritto di veto, individuando temi su cui le decisioni possano essere assunte con maggioranza qualificata. Difficile dire se effettivamente questi spunti si tradurranno in una nuova esperienza unitaria strutturata. I temi da affrontare sono di tale portata da richiedere alle forze progressiste e al sindacalismo, i moderni tribuni della plebe di cui parlava il compianto Luciano Pellicani, di misurarsi con la necessità di un nuovo ciclo di riformismo. Rappresentanza, rappresentatività, contrattazione (in attuazione della Costituzione); ricomposizione del mondo del lavoro; nuovo stato sociale; quarta rivoluzione industriale; intelligenza artificiale e lavoro; ritorno delle diseguaglianze in Occidente; consolidamento e approfondimento della svolta dell’Unione Europea con il programma di sovvenzioni – non solo prestiti – deliberato per la ripresa post-pandemia: serviranno politiche ed istituzioni all’altezza. Uno sguardo al nostro passato, agli enormi ostacoli superati, alla trasformazione di lavoratori senza diritti in un grande movimento operaio organizzato, può aiutarci a pensare al nostro futuro con voglia di misurarci con i problemi di oggi e idee nuove.

 

Roberto Campo
Presidente dell’Istituto Studi Sindacali “Italo Viglianesi”

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