sabato, 7 Dicembre, 2019

La notte in cui Craxi sfidò gli americani

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Mentre oggi diversi politici fanno incetta di voti sbandierando il concetto di sovranismo, abusando inoltre del primo articolo della nostra Carta costituzionale, credo che sia doveroso ricordare quando più di tre decenni fa, l’allora Premier Bettino Craxi difese davvero la sovranità del nostro Paese e il diritto internazionale, senza doversela prendere con dei poveri disperati a bordo di un barcone ma rischiando la rottura diplomatica (e lo scontro militare) con gli Stati Uniti d’America.

Tutto iniziò il 7 ottobre 1985, quando un gruppo terroristi legati alla lotta armata palestinese, sequestrarono la nave da crociera italiana Achille Lauro, con 545 persone a bordo, in acque territoriali egiziane. Mentre le diplomazie mondiali e i servizi segreti erano in azione per trattare con i dirottatori, quest’ultimi uccisero Leon Klinghoffer, un ebreo americano disabile. Il suo cadavere verrà buttato in mare. Accertato il collegamento tra i dirottatori e la fazione filosiriana dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, mentre la nave si dirigeva proprio verso un porto di Damasco, l’unità di crisi della Farnesina guidata da Giulio Andreotti si mise in contatto con il Presidente siriano Hafiz al-Asad, che aiutò immediatamente il Governo di Roma, obbligando chi governava la nave a tornare indietro verso l’Egitto.

In quel frangente il commando fece recapitare la prima rivendicazione, che corrispondeva alla liberazione di cinquanta guerriglieri palestinesi detenuti in Israele. In caso contrario avrebbero fatto esplodere la nave. Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre, Yasser Arafat inviò in Egitto due emissari, per trattare con i dirottatori la liberazione dei passeggeri. Uno di loro era Abu Abbas, capo di un gruppo paramilitare palestinese. Quest’ultimo propose ai terroristi di arrendersi in cambio di un salvacondotto; loro si arresero e la Farnesina accettò la proposta, a patto che tutti i passeggeri fossero sani e salvi, nonostante la strenua opposizione degli Stati Uniti, che avevano dislocato armi e uomini a Cipro per un attacco lampo. Contattato dalle autorità portuali, il comandante della nave Gerardo De Rosa mentì, non comunicando la notizia dell’omicidio di Klinghoffer. Probabilmente disse il falso per potersi mettere in salvo in poco tempo.

Ad ogni modo, alle 15:30 del 10 ottobre i dirottatori furono prelevati e la nave venne messa in salvo. Il Governo egiziano decise di trasferire i quattro dirottatori e i due rappresentati palestinesi in Tunisia, dove si trovava la sede dell’OLP. Alle 23:15 un Boeing 737 delle linee aeree egiziane si levò in volo dall’aeroporto del Cairo. Adesso inizia la parte fondamentale di tutto l’intrigo internazionale. Ronald Reagan, che fino a quel momento non aveva preso nessuna decisione, con il supporto dei servizi segreti israeliani, decise di intercettare l’aereo, mandando in volo i caccia F-14 Tomcat. Washington chiese a Tunisia, Grecia e Libano di negare l’atterraggio del velivolo egiziano nei loro aeroporti.

In quelle condizioni restava disponibile soltanto la base aerea di Sigonella, localizzata in provincia di Catania ma con un intero settore presieduto dai Marines. Un atterraggio in quella pista corrispondeva ad un atterraggio negli Stati Uniti. A questo punto entrò in scena Michael Ledeen, personaggio molto controverso, ai tempi consigliere della Casa Bianca e collaboratore dell’intelligence italiana. Craxi non si fidava di lui, per questo motivo si rifiutò di sentirlo al telefono quella notte. Perché dovrebbe essere lui ad occuparsi di una questione tanto delicata e non l’ambasciatore? Visti i tentennamenti del Premier, Ledeen minacciò il suo assistente che, terrorizzato, fece arrivare la telefonata al destinatario. Il consulente della CIA disse al Presidente del Consiglio che l’aereo sarebbe atterrato a Sigonella.

Craxi, quindi, spiegò la situazione alle truppe italiane stanziate nella base e ordinò la protezione armata dell’aereo. Il Boeing raggiunse la base dopo la mezzanotte, intorno alle 00:15 dell’11 ottobre. Nonostante i militari dell’Aeronautica che gestivano la torre di controllo non conoscessero la situazione, lo fecero atterrare nella parte italiana della base. Quest’azione si rivelò fondamentale per i successivi sviluppi. Fermo in pista, gli uomini del VAM e dei Carabinieri lo circondarono disponendosi a cerchio, armi in pugno. Immediatamente, dai mezzi statunitensi che avevano intercettato e scortato in volo il 737, scesero gli incursori della Delta Force che, armati, circondarono a loro volta i militari italiani. Nel frattempo, da Catania e Siracusa arrivarono altri rinforzi dei Carabinieri, che circondarono a loro volta i militari americani. Tre cerchi concentrici di uomini armati erano disposti intorno al velivolo egiziano. I Delta, per arrestare gli ostaggi, avrebbero dovuto aprire il fuoco sui Carabinieri. Le implicazioni di qualsiasi azione sarebbero state impensabili. Nel mondo diviso a causa della Guerra Fredda, l’Italia aveva un ruolo fondamentale. Non era negli interessi di nessuno cambiare l’assetto geopolitico del pianeta. Una singola pallottola avrebbe potuto cambiare la storia. Seduto nel suo studio della Casa Bianca, Reagan era furioso.

Craxi chiese di incarcerare i terroristi e di tenere i mediatori sotto sorveglianza. Il Presidente statunitense acconsentì, ma Ledeen tradusse le parole in modo sbagliato. Evidentemente c’era qualcosa che non andava. Il Premier decise così di disobbedire. Quando i militari di Washington si ritirarono, i dirottatori vennero presi in custodia dai Carabinieri, mentre Abbas si rifiutò di scendere dall’aereo. Nessuno lo sapeva, ma lui era uno degli ispiratori del sequestro. L’Egitto non aveva ancora liberato i passeggeri: l’avrebbero fatto soltanto dopo la partenza dall’Italia di Abbas. L’ingrippo internazionale non era ancora finito. Nel pomeriggio dell’11 ottobre, Craxi ordinò di far atterrare il 737 a Ciampino. Appena decollato, l’aviazione statunitense inviò due F-14 per dirottare l’aereo egiziano su basi più sicure. Soltanto in volo si accorsero della presenza di quattro F-104 Starfighter italiani. I piloti cominciarono ad insultarsi e minacciarsi via radio, ma nessuno aprì il fuoco. Abu Abbas atterrò così a Roma sano e salvo. Gli USA chiesero l’estradizione, ma il nostro Paese la negò. Bisognava trovava un modo per farlo uscire dall’Italia e per evitare che la CIA riuscisse a farla franca. Il giorno dopo il Governo italiano lo aiutò nel farlo scappare, tramite un aereo di linea jugoslavo diretto a Belgrado. Quando l’ambasciatore statunitense chiese ad Andreotti di non far uscire Abbas dall’aeroporto di Roma, il Ministro democristiano rispose con un sorriso. La crisi di Sigonella finì in questo modo. Successivamente Reagan si rivolse personalmente a Craxi, per far tornare i rapporti diplomatici alla normalità. Litigare con l’Italia sarebbe stato molto sconveniente per gli Stati Uniti.

Successivamente, la crisi di Sigonella si trasformò in una crisi di Governo, con il Pentapartito che rischiò di sfaldarsi a causa dell’irritazione dell’atlantista Spadolini, Ministro della Difesa e leader repubblicano. Sorprendentemente il PCI appoggiò Craxi nelle sue azioni, condividendo la gestione della delicata questione. Tuttavia, il 6 novembre la Camera dei Deputati confermò la fiducia al Governo presieduto dal segretario del PSI. Tutto tornò alla normalità e gli eventi si consegnarono alla storia. C’è chi dice che Mani Pulite sia scoppiata a causa di quest’atto di disobbedienza da parte di Craxi. Per alcuni il leader Socialista pagò il fatto di aver salvato la vita a Muammar Gheddafi, avvertendolo dell’imminente raid americano dell’aprile 1986. Per altri lo scandalo fu manovrato dall’FBI per poter ridisegnare gli equilibri politici italiani, sconvolti irrimediabilmente dalla caduta del Muro. Ad ogni modo, gli Stati Uniti mal sopportavano l’idea di un Premier Socialista e indipendente dall’atlantismo. Ma, in fondo, questa è un’altra storia…

Amedeo Barbagallo

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