domenica, 21 Aprile, 2019

La nuova via della seta

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Il 16 maggio 2017 l’allora Premier Paolo Gentiloni intraprese un viaggio di Stato in Cina. Viaggio finalizzato a discutere e sviluppare nuovi scenari di rapporti commerciali con la Cina, nello specifico disse – “’Oggi abbiamo avuto due importanti incontri con il presidente Xi Jinping e il primo Ministro, Li Keqiang, un’occasione per rafforzare i rapporti bilaterali tra i due Paesi e, di nuovo, per ragionare insieme in particolare con il leader cinese su questa prospettiva nuova, che ieri si è consolidata, della nuova Via della Seta”. Allora le forze politiche di Governo parlavano di “un evento che potrebbe lasciare una traccia nella storia dei prossimi anni, perché è un progetto che tende a diventare globale”. Partendo da questo cenno al recente passato ci soffermiamo sulle odierne polemiche – in particolar modo provenienti dalle opposizioni e dal PD – che vedono nel memorandum la via della seta, una minaccia al nostro paese. Lo stesso Salvini si è detto preoccupato da un eventuale nuova “colonizzazione” del nostro paese. Ieri il senatore Andrea Marcucci intervenendo sull’argomento è tornato a chiedere che il Governo riferisca in Parlamento sui veri contenuti dell’accordo.

“Il Ministro di Di Maio non ha ancora capito che siamo una democrazia parlamentare, sta chiudendo un accordo con la Cina che mete a rischio in nostri interessi con l’UE e con gli Stati”. Paradossale, no? Soprattutto se pensiamo che Andrea Marcucci sia stato e resta uno dei fedelissimi di Renzi e nulla ha obiettato quando il 16 novembre 2017 quest’ultimo incontro Xi Jinping in Sardegna. In quell’occasione il leader cinesi indicò il nostro paese come “amico affidabile e partner di cooperazione importante della Cina all’interno dell’ UE”. L’incontro di natura informale si tenne a Pula ove è presente da alcuni anni un’importante polo tecnologico di ricerca e sviluppo e presso il quale la huawei già, sta investendo per lo sviluppo di nuove tecnologie.

La stessa RAS – Regione Autonoma della Sardegna – negli ultimi anni ha messo in campo molte risorse economiche mirate al sostegno della R&S – Ricerca e Sviluppo. Aldilà di quelle che sono le beghe politiche tra opposizione e Governo, è necessario comprendere cosa è in realtà “l’ One Belt One Road’, quali interessi economici vi ruotino intorno tanto da suscitare le obiezioni degli Stati Uniti e gli avvertimenti dell’UE nonostante, com’è noto, ben tredici paesi dell’area UE abbiano già sottoscritto l’ accodo. Per capire meglio dobbiamo tornare ancora una volta indietro negli anni e per la precisione al 2007 e citare uno dossier del servizio “affari internazionali” del Senato – “La Cina in Medioriente” (marzo 2007) “Per tradizione – si legge nel dossier – il Medio Oriente e il bacino del Mediterraneo non sono mai stati punti nevralgici della strategia internazionale cinese. Nel corso delle secolari relazioni commerciali tra le civiltà mediterranee e il Celeste Impero, furono soprattutto i rappresentanti delle prime ad avventurarsi a oriente – lungo la Via della Seta come Marco Polo. Oggi le cose sono cambiate. La crescita economica e l’espansione industriale hanno portato il colosso asiatico a una sempre maggiore necessità di petrolio. Le mire di rafforzamento diplomatico e di consolidamento strategico, in qualità di superpotenza mondiale politico-militare, e l’interesse di creare una robusta rete di alleanze e partnership – attive nei settori più vari e con governi che hanno sempre occupato posizioni polemiche o addirittura antagoniste con l’Occidente – hanno influenzato le scelte di Pechino”.

La Cina, dunque, cerca nuove vie di comunicazione terrestri e marittime per arrivare al petrolio e al gas e per questi motivi ha avanzato proposte di collaborazione a Egitto, Azerbaijan, Kazakhstan e Georgia. Cosa c’entra il nostro Paese in tutto questo? Semplice, per arrivare in Europa alle già presenti rotte marine mancano all’appello i porti di Trieste, Genova e Venezia (si osservi attentamente la mappa tra Oriente e Occidente). Sappiamo che è in atto una dura guerra commerciale tra USA e Cina. Trump porta avanti politiche di protezionismo e sovranismo, ha imposto i dazi ai prodotti cinesi temendo la concorrenza e la conseguente ulteriore crescita economica che da qualche tempo vede protagonista l’impero cinese. L’unico modo di contrastarne l’avanzamento è imporre agli Stati alleati la non collaborazione commerciale con la Cina.

L’Italia, in questo momento, è l’anello debole della crescita economica dei paesi dell’area UE e probabilmente un’eventuale ripresa economica indipendente dall’ala di controllo USA la renderebbe uno dei paesi forti dell’area del mediterraneo qualora il traffico del commercio cinese da e per l’Europa trovasse nei nostri porti l’anello forte. La Cina si sta svegliando o si è già svegliata da qualche tempo, rendendo concreto le previsioni di Napoleone che ebbe a dire – “Quando la Cina si sveglierà, il mondo tremerà”. E’ sotto gli occhi di tutti che l’espansione economico-politico cinese è un fattore d’immensa preoccupazione per l’imperialismo americano volto a mantenere il controllo politico-militare-commerciale su Ue e Medioriente. All’Italia in questo momento serve rilanciare l’economia e per farlo deve aprire le porte a nuovi investimenti che ovvino la sudditanza agli USA.

Antonella Soddu

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