mercoledì, 28 Ottobre, 2020

La pandemia ha ucciso le frontiere. Ora una politica mondiale

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Il virus è stato un grande acceleratore e amplificatore di fenomeni già in atto. Alcuni sembrano certi (nei limiti in cui questo è possibile nella “età dell’incertezza”). Altri sono più dubbi e reversibili. Purtroppo quelli dubbi riguardano soprattutto il mondo, mentre quelli certi (e di pessimo auspicio) riguardano l’Italia.

-Il declino degli Stati Uniti.
Era già in corso e in un precedente articolo scrivevo che il virus lo stava portando alla ribalta. Ma adesso le convulsioni interne americane lo rendono più evidente. Le morti soprattutto di poveri e di neri sono state la benzina sulla quale è caduto come un fiammifero il soffocamento in Minnesota di George Floyd. L’eccesso di differenze sociali e razziali, il degrado dei servizi sociali e soprattutto della sanità pubblica hanno presentato il conto. E l’iper liberismo del modello americano non è più un esempio per il mondo. Così come non lo è un sistema istituzionale dove il mancato coordinamento tra i singoli Stati federali ha aggravato la pandemia. Mentre gli Stati Uniti si guardano bene dal porsi alla guida della lotta contro il virus (e soprattutto contro le sue conseguenze economiche) il cardine stesso del sistema americano di alleanze, ovvero la Nato, risulta ormai in discussione. Perché lo fa Trump stesso con gesti simbolici (ad esempio con l’annunciato ritiro di migliaia di soldati della Germania), ma soprattutto perché da tempo le contraddizioni sono troppe. Ha ancora senso un fronte militare focalizzato contro un pericolo che, con la fine dell’Unione Sovietica, non esiste più? Cosa ci fa nella Nato la Turchia, che gioca (dalla Libia alla Siria) contro gli interessi dei suoi alleati occidentali?

-L’ascesa della Cina.
Mentre Washington declina, Pechino sale. Da tempo si contano gli anni (sempre meno) che ci separano dal momento in cui il Prodotto Interno Lordo cinese supererà quello americano. Da tempo (e il caso Huawei è la punta dell’iceberg) la tecnologia cinese riduce le distanze con noi. Alibaba raggiunge Amazon, TikTok insegue Whatsupp e Twitter. Adesso il “king flu”, come dice Trump, è nato sì a Wuhan, ma è stato contenuto più rapidamente e meglio. Soprattutto, la Cina si avvia a essere l’unico grande Paese dove nel 2020 il PIL avrà un segno non negativo ma (sia pure disastrosamente meno del previsto) positivo. Se, come spera, il vaccino cinese arriverà presto, già Pechino annuncia che lo metterà a disposizione di tutti (e il terzo mondo certo se lo prenderà), realizzando così uno straordinario successo propagandistico. La stretta stessa su Hong Kong è un passo che prima del virus forse i leader cinesi non avrebbero osato.
-La ripresa dell’unità europea. Il mondo sembrava polarizzarsi intorno allo scontro tra Stati Uniti e Cina. I singoli Paesi europei divisi (presto nessuno al di sopra dell’1 per cento della popolazione mondiale) scivolavano nell’irrilevanza. Ma ecco concretarsi la profezia del padre dell’Europa Jean Monnet, il quale sosteneva che i passi avanti sarebbero stati compiuti a poco a poco, sotto la spinta degli eventi, anche drammatici. L’unità dell’Europa ha fatto un salto di qualità sino a ieri impensabile, perché l’opinione pubblica ha toccato con mano che si affonda o ci si salva insieme. I nuovi debiti vengono caricati sulle spalle di tutti, ovvero dell’Unione, e i soldi recuperati vengono distribuiti a ciascuno secondo le sue necessità. Di più. Bruxelles versa a fondo perduto (Recovery Fund) per chi ne ha bisogno (ad esempio per l’Italia) denaro europeo preso dalla cassa delle aree più ricche (a cominciare dalla Germania). Esattamente come fa Roma quando dà alla Calabria denaro italiano preso ad esempio dalla Lombardia. Dove molti milanesi per la verità si oppongono furiosamente e protestano con il governo italiano esattamente come gli olandesi (oggi da noi deplorati) protestano con Bruxelles. Gli stop and go saranno tanti. Il processo è ancora incerto e reversibile. Ma un passo verso lo “Stato federale” europeo è stato fatto. E possono essercene altri relativi alla difesa. Nella sua ultima intervista al Suddeutsche Zeitung, la Merkel, non per caso ha detto a proposito della Nato parole pesanti : “se gli Stati Uniti vogliono volontariamente congedarsi dal ruolo di potenza mondiale, noi dobbiamo fare una riflessione approfondita”. Il che significa pensare al nucleo iniziale di un nascente esercito europeo.

-Dal virus globale alla globalizzazione.
Gli argomenti a favore della globalizzazione, che erano già tanti, si sono rafforzati con la pandemia. I leader sovranisti più famosi, da Trump a Bolsonaro e Johnson, non hanno fatto una grande figura. La loro immagine è legata a quella dei muri. Già da tempo, soprattutto i giovani avevano capito che le frontiere non possono fermare la principale minaccia del nostro tempo: il mutamento climatico. Adesso, il virus giunge a confermarlo. E’ diventato globale in un baleno, come oggi ormai tutto. Globale sarà il rimedio, ovvero il vaccino. Il più povero che nel Paese più marginale si ammalerà di Covid (o in futuro di altro) sarà sempre una minaccia per il più ricco del Paese più importante. La finanza è stata il principale motore della globalizzazione sinora, ma per gli eccessi di diseguaglianza che ha provocato si trova sempre più sotto attacco da parte di chi chiede non la fine della globalizzazione stessa, ma il ritorno della politica. Di una politica però altrettanto globale. Il che significa una globalizzazione più umana, meno dominata dal privato e dal profitto individuale immediato. Il virus ha rafforzato queste valutazioni sottolineando un paradosso. Gli Stati Uniti sono l’area più ricca e più scientificamente evoluta (anche sul piano medico), ma la pandemia li ha colpiti più del resto del mondo.

-Un mondo disegnato dai media. Si sprecano i confronti con la pandemia “spagnola” del 1919-20. Ma dovrebbe colpire una differenza stranamente poco sottolineata. Allora morirono 50 milioni di persone. In Italia 600 mila su una popolazione di 38 milioni. Eppure nessuno pensò a un lockdown, né tanto meno alla sospensione del lavoro. Perché evidentemente la durezza allora considerata normale è oggi impensabile. Persino in Cina, dove ancora pochi decenni fa il presidente Mao diceva di non temere un conflitto nucleare perché, se anche avesse ucciso 500 milioni di cinesi, ne sarebbero rimasti molti più degli americani. Come mai questa maggiore umanità e cura dei cittadini a livello mondiale? Certo un secolo fa la povertà era grande e poteva facilmente scivolare nella fame. Ma un indizio indica una delle possibili cause aggiuntive della abissale differenza prima sottolineata: la notizia della pandemia occupava allora raramente le prime pagine dei giornali. Adesso non ci sono soltanto i giornali, ma le televisioni, Internet e i social, che martellano quotidianamente. La pandemia indica che ha avuto una accelerazione formidabile un fenomeno già presente: quello che nulla può essere sottovalutato o nascosto, neppure in Cina. A nessun evento può essere imposta una attenzione o una importanza diverse da quelle che gli vengono attribuite (magari anche a torto) dalla rete mediatica senza frontiere, senza filtri, senza efficaci censure. La realtà mediatica prevale su tutto.

-Smart working per sempre. Già prima si sapeva che un computer funziona allo stesso modo se manovrato a casa anziché in ufficio. Già chat, Skype e “realtà virtuale” tendevano a sostituire la realtà reale. Adesso tuttavia si sta andando molto oltre ed è ormai chiaro che non si tornerà indietro. Ma cominciano i giusti allarmi. Quanto giova alla creatività e al progresso l’interazione fisica delle persone sul luogo di lavoro? Cosa ne sarà di ristoranti e bar nei centri urbani, dei grattacieli di Wall Street, dei palazzi aziendali e dei ministeri se la gente si chiuderà a lavorare in periferia? Cosa della socialità? Da decenni si riflette sul fatto che “su Internet nessuno sa che sei un cane” (la vignetta di Peter Steiner sul New Yorker del 1993 ha fatto scuola). Adesso ad esempio Richard Sennet del Massachussets Institute of Technology dimostra che lo smart working ha una produttività più bassa e che non si può rinunciare al valore aggiunto dei grandi centri metropolitani. Si deve semplicemente garantire “densità senza affollamento”, ripensandoli attraverso un nuovo urbanesimo “aperto”.

-Lotta di classi (di età). Da tempo insisto, anche su queste colonne, che essa ha in parte sostituito la tradizionale lotta di classi (sociali). Il problema si è ingigantito per il semplice fatto che di fronte al virus i vecchi rischiano di più, i giovani rischiano immensamente meno ma pagano un prezzo più alto per la crisi (economica e non solo) causata dai lockdown. Il conflitto è strutturale. Come d’altronde lo è su altri terreni. A cominciare da quello del bilancio pubblico, gravato dalle pensioni e dall’eccessivo costo per la sanità destinata agli anziani. Il fatto che l’Italia sia un Paese tra i più vecchi del mondo ha avuto sino a ieri conseguenze tanto enormi quanto sottovalutate: economiche, sociali e politiche. Adesso, una conseguenza nuova è giunta brutalmente sotto gli occhi di tutti. Abbiamo un record dei morti (in proporzione al numero degli abitanti) anche perché siamo un Paese di vecchi.

-Emarginazione del Parlamento. La teorizzazione M5S sul superamento della democrazia rappresentativa e l’obbiettivo degrado del Parlamento hanno ridotto costantemente il peso di questa istituzione. Ma durante la pandemia, nessuno si è accorto della sua sostanziale assenza. Non per caso il Governo ha scelto come platea e cassa di risonanza per il tentativo di costruire un piano di rinascita non le aule della Camera o del Senato, ma villa Pamphili e gli “Stati Generali. L’opposizione ha ragione quando lamenta di non essere interpellata nella sede giusta e cioè il Parlamento. Ancor più per l’emergenza, i decreti sono diventati praticamente l’unico strumento di governo, ma già in precedenza (con le maggioranze di qualunque colore) il Parlamento era stato largamente espropriato della sua funzione legislativa e di confronto politico. Quasi tutti i leader d’altronde si trovano uniti nel trattarlo come un Ente pubblico inutile per il quale la riduzione dei costi diventa il problema principale. Riduzione dei costi causati dai parlamentari attuali (con il taglio drastico del loro numero). Riduzione dei costi causati dai parlamentari passati (con il taglio delle loro pensioni).

-Degrado della scuola. Spendiamo per l’istruzione sempre meno (e molto meno degli altri Paesi europei).
Siamo al penultimo posto per il numero di laureati (in proporzione agli abitanti) tra i 37 Paesi dell’OCSE (sta peggio solo il Messico). Nei dieci anni successivi alla crisi del 2008, la popolazione universitaria è calata in Italia del 5 per cento, mentre ad esempio è cresciuta del 40 per cento in Germania e del 14 per cento in Francia. E non va meglio per le scuole secondarie: il 39,5 per cento degli italiani non le ha terminate e ha pertanto un’istruzione considerata “medio bassa” (contro il 13,1 per cento dei tedeschi). Nei mesi del lockdown, abbiamo finto che l’insegnamento a distanza funzionasse come quello normale. E adesso siamo tra i pochi Paesi al mondo dove le scuole non hanno mai riaperto. Anzi, siamo l’unico dove non si sa con precisione come le scuole riapriranno. Un disastro che provoca manifestazioni di piazza, ma che è perfettamente coerente con i precedenti.

-L’assistenzialismo e la fine della centralità del lavoro. Avevamo già prima del Covid un tasso di occupazione tra i più bassi. Ancora più basso, in pratica, se si tiene conto dei troppi impiegati a tempo parziale. E del fatto che abbiamo pochi bambini (il che riduce la platea delle persone in età lavorativa). Le cifre sono impietose: 14 punti percentuali in meno della media europea, quasi 10 meno della Spagna, 24 meno della Svezia. Ci spinge verso il basso il dato catastrofico dell’occupazione femminile, specialmente nel Mezzogiorno. In Italia lavorava prima del Covid il 53 per cento delle donne (a Napoli poco più del 24), contro il 67 per cento della media europea, l’80 e il 72 per cento rispettivamente ad esempio della Germania e del Portogallo. Adesso, la disoccupazione è esplosa e piove sul bagnato perché proprio le donne hanno perso decine di migliaia di posti di lavoro più degli uomini. Bisognerebbe concentrare con disperata energia tutte le risorse sulla creazione di posti di lavoro. Ma sempre più (e giustamente) si osserva che il lavoro non è più centrale nella società italiana. Anche perché l’assistenzialismo (col quale si crede di sostituirlo) ha preso una “accelerazione da virus” impressionante. Già avevamo i bonus, il reddito di cittadinanza, il pensionamento anticipato a spese dello Stato in un Paese dove si va in pensione a 32 anni contro la media europea di 36,3. Adesso, sono arrivate la cassa integrazione senza fine, il bonus vacanze, persino quello per i nonni e gli zii che accudiscono i bambini. Se e quando, anche per effetto del virus (il momento potrebbe essere vicino), la percentuale delle donne occupate scenderà sotto il 50 per cento, potremo guardarci nello specchio e dirci “benvenuti nel terzo mondo”.

-Mancanza di vision e di progetti. I dirigenti politici sono sempre stati accusati di fare chiacchiere e enunciazioni di principio, senza piani concreti. Il fiume di denaro che sta per arrivare dall’Europa amplifica il problema. Un esempio potenzialmente clamoroso è il dibattito sul MES. Certo che è utile avere subito 37 miliardi per la sanità. Ma devono essere spesi proprio per la sanità. Si è calcolato con precisione se ne servono 37, oppure 35 o 25? Quanti devono andare alla Sicilia e quanti al Friuli? Poiché la sanità spetta alle Regioni, saranno capaci di spenderli, specialmente quelle meridionali che già perdono per inettitudine miliardi di fondi europei? E per cosa vanno spesi questi soldi? Quanti alla oncologia e quanti alla terapia intensiva anti Covid? E a proposito di questi ultimi, quanti al Nord e quanti nelle regioni meridionali sinora risparmiate dal virus? Finiranno come il padiglione della Fiera di Milano rimasto vuoto? Soprattutto, come si fa a investire subito per la sanità se mancano (come è noto) i medici? Si può temere che l’incapacità di dare risposte concrete spieghi la riluttanza a prendere i soldi MES. Per non parlare del resto. Perché agli Stati Generali si sono sentite molte buone parole. Ma una visione sull’Italia non c’è.

 

Ugo Intini

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