domenica, 12 Luglio, 2020

La porta d’avorio e quella della liberazione

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La porta d’avorio è un antico simbolo ricorrente nella letteratura greca e latina per indicare la provenienza dei sogni ingannatori, ne parlano antichi poeti come Omero, Orazio e Virgilio e ne parla anche un antico filosofo come Platone.

Ce ne parla però anche un poeta e filosofo contemporaneo di nome Luigi Pruneti, a molti noto per le sue numerose pubblicazioni, per essere il Rettore dell’Ateneo Mediterraneo e per aver guidato come Gran Maestro a suo tempo la Gran Loggia degli Alam di Piazza del Gesù e oggi l’Ordine Massonico Tradizionale Italiano. Il suo ultimo libro dal titolo “La porta d’Avorio, la globalizzazione all’ombra del Kali Yuga” edito da L’arco e la Corte euro 14, ci appare al contempo come un vaticinio, come un saggio di filosofia della storia e anche come un manifesto no-global, specialmente se ricordiamo quello di Porto Alegre che aveva come motto: “Resistenza al neoliberismo, al militarismo, alla guerra: per la pace e la giustizia sociale” Queste sono infatti anche le linee guida del libro di Pruneti, che però delinea anche la genesi storica e strutturale della globalizzazione.
Sappiamo che le porte dei sogni erano due: una di corno da cui escono i sogni veritieri, mandati agli uomini dagli dei e una d’avorio, da cui escono quelli fallaci, mandati da demoni maligni oppure da una vana immaginazione. Tra le loro varie rappresentazioni antiche, crediamo che la più efficace resti quella di Virgilio anche se appare la più ambigua, ma non troppo, specialmente alla luce delle considerazioni che lo stesso libro di Pruneti svolge nelle sue varie parti. Vediamo perché
Ecco il passo Virgiliano, bellissimo nella sua veste originaria che non possiamo tralasciare

“Sunt geminae Somni portae; quarum altera fertur
cornea, qua veris facilis datur exitus umbris,
altera candenti perfecta nitens elephanto,
sed falsa ad caelum mittunt insomnia manes.
His ibi tum natum Anchises unaque Sibyllam
prosequitur dictis portaque emittit eburna”

“Le porte del Sonno (maiuscolo a sottolinearne il valore sacrale) sono gemelle, cioè nate insieme. Delle quali una è cornea con la quale è data facile uscita ad ombre, intese come immagini e prefigurazioni, veritiere. Con l’altra altra splendente, perfetta (cioè compiuta) di candido avorio i Defunti mandano verso il mondo false visioni.
Anchise allora congeda suo figlio e la Sibilla, e dalla porta d’avorio parlando li fa uscire.”
Perché Virgilio faccia uscire Enea dalla porta delle illusioni fallaci è un motivo molto dibattuto ancora dagli studiosi ed aperto a varie interpretazioni, quella che però ci appare più convincente è riferita al fatto che, mentre egli aveva già prefigurato al figlio un destino di gloria per la futura Roma, di dominio dei popoli assoggettati dalla pace, dai costumi romani, dal benessere scaturitone, debellandone inevitabilmente i nemici, come osserviamo dai seguenti versi

Tu regere imperio populos, Romane, memento:
hae tibi erunt artes, pacisque imponere morem,
parcere subiectis et debellare superbos

Dall’altra, lo metteva in guardia sulle facili illusioni e cioè sul fatto che quel sogno era anch’esso fallace perché basato sulla ferocia delle armi, sulla riduzione in schiavitù e sul cospargere di sale i luoghi dei ribelli, sulla omologazione delle culture e delle lingue. In buona sostanza, la prima globalizzazione dell’umanità era prefigurata da un sogno di gloria, ma usciva alla realtà come crudele destino di imposizione di sofferenze e schiavitù per i popoli conquistati e per gli oppositori interni sterminati nelle lunghe guerre civili. Virgilio era di origine etrusca e non deve aver dimenticato il destino della sua terra natia, pur avendo ricevuto il mandato di celebrare le glorie del nascente impero romano dal suo amico Augusto.
Questa lunga digressione ci fa capire bene anche l’intento di Pruneti, il quale, nel suo libro, fa una analisi precisa e circostanziata dell’origine della globalizzazione moderna dagli albori delle grandi scoperte e conquiste geografiche fino alle guerre e alla nascita delle dittature del XX secolo, parla di Stalin ma anche Hitler è più che mai sottinteso, fino alla spartizione del mondo in due blocchi, e all’avvento delle “magnificate” diremmo, più che “magnifiche” ,“sorti e progressive” della globalizzazione dei mercati e del profitto. Cioè fino alla estensione del capitalismo deregolato a tutto il globo, con l’ avvento dell’ “età del ferro” o Kali Yuga, un tempo alquanto lungo ma non ben determinato che inizia con la morte di Krishna, che sarebbe cominciato nel 3102 A.C e dovrebbe finire nel 428.899, quindi per noi quasi infinito, ma si badi, sorto più o meno contemporaneamente alla nascita della scrittura, alla prima forma cioè di “deviazione dal pensiero originario”, dalla tradizione orale alla norma e alla storia scritta, che ovviamente è sempre interpretata dai vincitori con il fine di autocelebrarsi ed assurgere a civiltà dominante.

L’analisi di Pruneti è veloce, scorrevole, incalzante, precisa e densa di citazioni che accompagnano dall’inizio alla fine tutto il suo svolgimento e, grazie a ciò, lo rendono anche molto efficace nel focalizzare come tale fenomeno possa essersi affermato ed espanso nel corso del tempo fino alla sua dimensione attuale, sia nell’ambito diacronico della nascita e dello sviluppo della modernità sia in quello sincronico della stagnazione dell’epoca attuale che ce lo presenta come “migliore dei mondi possibili”, pur essendo la peggiore rappresentazione della sua sostanza materiale.
Un incubo che ci illude di aver raggiunto il massimo della felicità possibile avendo tutto a portata della mano del nostro palmare, quasi fosse al contempo protesi e braccialetto elettronico della nuova umanità cibernetica, mentre le catene con cui restiamo avvinti a quella parete “portatile” su cui vengono proiettate le ombre consumiste del mondo illusorio che già Platone aveva prefigurato nel suo mito, diventano sempre più grosse ed opprimenti, pur restando invisibili
Pruneti riesce in circa 90 pagine che si leggono di volata, a delineare come in un quadro espressionista, con rapide pennellate e tinte fosche, la sorte del cosmopolita attuale ridotto a troglodita globale, nel senso realmente etimologico del termine.

Egli affronta vari temi ed arriva sempre dritto al cuore delle questioni alle quali accenniamo soltanto per non togliere all’avido lettore il gusto di questa pietanza prelibata che però bisogna digerire a poco a poco, per meditare bene e a fondo su ogni tema trattato: l’insofferenza alla modernità, l’eclisse della libertà e la tirannia del web, la disumanizzazione dell’uomo globalizzato, i pericoli di un laicismo desacralizzante e mitopoietico, tendente cioè a farsi mito di se stesso. E infine la morte della democrazia delle persone integre, che si formano cioè una coscienza consapevole, per l’agonia assistita di un sistema educativo che non sa più formare guide culturali e spirituali, dato che le teme più di ogni altro antagonista, in quanto ostacolerebbero il sistema di omologazione con cui esso si è sempre di più affermato. L’ultima parte è recentissima, in quanto è una lucida e puntuale meditazione sugli effetti e le cause del coronavirus, di cui non diamo alcuna anticipazione perché vogliamo che mantenga il suo ossimorico ed amarissimo “dulcis in fundo

Il risultato è comunque devastante, è la pandemia che colpisce inesorabilmente corpi e spirito, e rende l’umanità agonizzante e sofferente nella sua profonda inconsapevolezza ed ignoranza. E’ il rovesciamento di un sistema elitario in cui i filosofi, o almeno le persone competenti che dovrebbero governare, come nella Politeia platonica, sono invece ridotti ai margini e stentano persino a farsi conoscere e a farsi ascoltare, mentre al loro posto dominano i sacerdoti del profitto, coloro che hanno come loro ultimo dio il denaro e che, in nome di esso, sacrificano, riducendoli a merce, sia gli esseri umani sia la natura che li circonda, e, in questa profonda ignoranza, propiziano l’autodistruzione planetaria. Perché l’estensione del capitalismo che non vorremmo definire “selvaggio”, proprio per rispetto della natura, ma meramente deregolato e autoreferenziale, come “volontà di potenza” distruttiva, e non nietzschianamente creativa e costruttiva, a tutto il globo, lo sta palesemente annientando con tutta la sua biodiversità
I movimenti no global sono quelli che hanno subito la maggiore violenza e reazione da parte di questo sistema globalizzato, fin quasi ad annientarli sul nascere con vere e proprie mattanze come quella di Genova, proprio perché erano anch’essi globalizzati ma in senso inverso, per combattere cioè una pandemia con una medicina gratis e alla portata di tutti, in ogni parte del mondo partecipe di questa lotta. Non a caso il riflusso seguito alla sua repressione ed alimentato dal terrorismo, anch’esso globalizzato, ha sospinto di nuovo le persone nel loro ambito ristretto, con i populismi e con forme rinascenti di nazionalismo, o con il sovranismo monetario, del tutto slegato dal concetto storico, culturale e spirituale di Patria e di patriottismo.

Quale speranza ci possa essere di fronte a tutto ciò, l’autore ce lo dice a chiare lettere fin dall’inizio, proprio per non scoraggiarci nel proseguire la lettura di un testo in cui la lucidità dell’analisi è affilata e luminosa, ma anche dolorosa più dell’effetto di una spada fiammeggiante.
Pruneti dice infatti: “Una speranza vi è sempre e riposa sull’auspicio che la schiera dei risvegliati cresca e abbia il coraggio di ribellarsi, di navigare contro corrente, di combattere il pensiero unico, di opporsi al leviatano del capitalismo, una mostruosa ameba che mira ad accrescersi, per contaminare, sfruttare, piegare e soffocare ogni dissenso”
Egli rivolge una accusa senza possibilità di appello al mondo del web, in cui tutto è ombra vanagloriosa, illusione, sfruttamento e dominio specialmente delle coscienze ma, pure apprezzando la bellezza anche stilistica del libro e dei suoi contenuti, non possiamo fare a meno di notare una cosa: la caverna di Platone, quella che ormai è nelle mani di tutti noi ridotti a trogloditi mediatici globali, resterebbe tale, se un coraggioso che già ci sta dentro, si badi, e che non viene da fuori, non avesse il coraggio di rompere le sue catene, di uscire per non restare a contemplare l’esterno, ma per tornare dentro, costi quel che costi, per liberare anche gli altri. Il filosofo dunque, oggi, non può non misurarsi e non può non combattere anche nel web, etiam spes contra spem et usque ad finem
Perché quella felicità di cui oggi non ci rendiamo nemmeno conto, tanto da confonderla con le ombre telematiche, diventate protesi di noi stessi, non si ha che con la verità. E la verità, nel suo senso originario di alètheia, di non nascondimento, di scoperta continua e perfettibile, è come ci insegna il verso evangelico, la sola che “vi farà liberi”, col cammino verso l’uscita attraverso la porta della liberazione.


Carlo Felici

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Riguardo l'Autore

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Docente abilitato in Lettere, Storia e Filosofia per la scuola secondaria. Redattore dell'Avanti! on line. Ricercatore di storie poco note e controcorrente.

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