martedì, 19 Febbraio, 2019

La postdemocrazia italiana:
partiti personali e primarie

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Declino sinistra

«Renzi nega di voler fare un partito personale, ma il Pd rischia di trasformarsi, uniformandosi ai peggiori modelli degli ultimi anni: Lega, Forza Italia, Di Pietro e Movimento 5 Stelle». È una democrazia ammalata, quella italiana. Forse una post-democrazia. A delineare il ritratto della crisi politica del nostro Paese che, con le “turbolente” primarie del Pd tende a compiersi, è il professor  Massimo Salvadori, storico, politologo ed ex parlamentare del Pds che spiega: «Ci troviamo di fronte non tanto alla crisi, quanto a una vera e propria frantumazione dei vecchi partiti di massa, ovvero di quelle agenzie che veicolavano il consenso, strutturate secondo un preciso schema fatto di sezioni che coprivano l’intero territorio nazionale».

Una deriva, senza dubbio, che in molti riconoscono, ma che in pochi riescono a spiegare. E se è vero che per orientare l’azione è, innanzitutto, necessario capire viene da chiedersi quali siano le cause che stanno portando al disfacimento di quello che era, innanzitutto, un modello organizzativo della partecipazione e del consenso.  «Negli ultimi 20 anni è venuto avanzando un nuovo tipo di partito che, in Italia, ha preso piede stabilmente: parliamo del modello di partito che possiamo chiamare liquido e che viene definito tale non a caso. Si tratta di realtà che marcano una differenza sostanziale rispetto ai partiti strutturati perché si richiamano fortemente ad una persona. Abbiamo avuto e continuiamo ad avere il partito berlusconiano, che era un partito aziendale in cui in luogo dei funzionari, dei segretari e delle sezioni c’era un personale strettamente legato alle aziende del proprietario.  Poi abbiamo avuto l’altro partito fortemente personale che è stato al Lega. E, poi, abbiamo continuato  arrivando fino ai 5Stelle, un partito completamente nelle mani di Grillo che fa da padrone e di Casaleggio che rappresenta il guru intellettuale».

Secondo Salvadori l’unico partito che, tra i maggiori, non ha assunto queste caratteristiche personalistiche è stato il Pd, «ma ora con Renzi questo è un aspetto che viene messo in discussione anche se il sindaco di Firenze nega di voler formare un partito personale».

Una deriva che sembra, dunque, capace di contaminare tutti i partiti rendendoli liquidi? Dove nasce la crisi di rappresentatività che porta alle derive personalistiche? «Dopo il crollo del sistema dei partiti, all’inizio degli anni ’90, si è prodotto un mutamento, una crisi devastante alla quale i partiti stessi non hanno saputo rispondere e dalla quale non si sono più  ripresi. Ad aggravare il tutto è arrivato il malcostume dilagante che ha generato il “sentimento anticasta”. Perché, bisogna ricordarlo, dei partiti liquidi sono liquidi alla base, ma continuano ovviamente ad avere le ramificazioni in Parlamento e, come tutte le organizzazioni di vertice, si esprimono in oligarchie. Gruppi che hanno specifici interessi e che tendono a chiudersi, a perpetrare il proprio potere. Di qui è nata la tendenza contro “la casta” che si è allagata dalla rivolta contro l’oligarchia dei partiti fino ai privilegi dei parlamentari».

Un fenomeno uscito fuori controllo, dalla forte matrice populista che, pure, per Salvadori affonda le radici in una specifica anomalia che interessa la democrazia italiana e che sembra non avere eguali nel resto dei paesi democratici dell’Occidente. «Devo dire che, se noi guardiamo all’Europa, non vediamo prevalere il modello di partito che ha conquistato lo scenario italiano. In Germania, l’Spd non è il partito di un leader e non lo è nemmeno la Cdu che pure ha una leadership forte come la Merkel. Non accade nemmeno in Francia, così come non accade in Svezia. Il fenomeno della personalizzazione dei partiti ha le sue forti peculiarità nazionali che affondano le radici in quel processo degenerativo tipicamente italiano che non ha riscontri in altri paesi d’Europa. L’Italia, per livello di corruzione, è collocata nelle classifiche internazionali a livello dei paesi più corrotti. I nostri parlamentari, gli alti dirigenti ministeriali sono i più pagati d’Europa e si sono auto concessi ogni sorta di privilegio. Assistiamo a fenomeni corruttivi dilaganti a cui non è stato posto rimedio e che hanno caratterizzato la scena politica. La verità è che, purtroppo, noi abbiamo un primato scandaloso che fa parte delle caratteristiche del’Italia attuale».

Un paese malato, dunque, in cui la classe politica è causa, ma allo stesso tempo specchio, della profonda crisi politica. E, quello che è più grave è che nessuno sembra aver elaborato, fino ad ora, una reale strategia per uscire da questo incastro. «Del resto sia le oligarchie di partito che i parlamentari a livello centrale, così come i rappresentanti dei consigli regionali e comunali,hanno mostrato, nel nostro Paese, di alimentare il risentimento e la protesta contro quella che, in larga misura, è diventata una casta nei fatti che, però, viene messa in discussione senza che siano stati individuati i rimedi». Secondo Salvadori, dunque, non sono le ragioni che muovono il risentimento contro la politica a non essere fondate. Il problema vero è che anche i movimenti che cavalcano l’onda di indignazione popolare non esprimono una reale alternativa, alimentando così pericolose spinte disgregatrici.

Possibile, dunque, che i partiti non abbiano cercato di percorrere strade alternative, di trovare soluzioni possibili? «Dobbiamo notare come il Pd abbia cercato di rimediare a questa caduta della capacità di rappresentanza attraverso il ricorso alle primarie, un meccanismo inventato proprio dai Ds prima e dal Pd dopo. Un sistema ripreso, in maniera distorta, anche dai 5 Stelle. Un tentativo che, in parte, riesce e, in parte, mostra la corda perché queste primarie si sono dimostrate inquinate da lotte di corrente che danno vita a fenomeni poco gradevoli come quelli a cui assistiamo: brogli sulle tessere, fenomeni di manipolazione».

Un tentativo fallito anche quello delle primarie dunque? «Anche le primarie hanno subito un deterioramento come strumento democratico, e perdono la loro funzione di legittimazione popolare della leadership. Così, il tentativo di recuperare un rapporto con la base si rompe, anche perché ci troviamo di fronte a una base che, a differenza del passato, non è strutturalmente organizzata in maniera permanente, ma si mobilita periodicamente dando origine a fenomeni di natura plebiscitaria che, per la loro stessa essenza, come tutti i fenomeni politici che tirano in ballo movimenti popolari, sono esposti al rischio di manipolazione».

Roberto Capocelli

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