venerdì, 22 Novembre, 2019

La prima fase della rivoluzione, inizia il tradimento

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FIUME: LA RIVOLUZIONE ARDITA E TRADITA – Molti storici si ostinano ancora a chiamare ciò che accadde a Fiume tra il settembre del 1919 e il dicembre del 1920, una impresa, tutti i libri editi su tale periodo hanno tuttora come titolo prevalente: “L’impresa di Fiume” Ma, osservando i fatti e la documentazione, non possiamo non riconoscere che quella fu una rivoluzione a tutti gli effetti, sia per come nacque, sia per come maturò, sia per come essa tentò di consolidarsi e di espandersi.
Cento anni dopo, è quindi finalmente ora di chiamare con il suo nome vero, quel che accadde in quella città contesa e purtroppo destinata, svariati anni dopo, ad un tragico destino: “la Rivoluzione Fiumana”.

Essa ebbe il suo periodo di sviluppo e i suoi progetti istituzionali, e, come fece notare per primo Renzo De Felice, si svolse essenzialmente in due fasi distinte: la prima dal 12 settembre del 1919 fino alla fine di quell’anno e la seconda dall’inizio del 1920 al Natale di sangue di quello stesso anno. Chi ancora distingue la prima fase dalla seconda mettendo in risalto il fatto che essa avesse una connotazione nazionalista e la seconda una addirittura imperialista, a nostro parere commette un errore grossolano, trascurando in particolare le stesse memorie di protagonisti, come Host Venturi, i quali esplicitamente dichiarano nei loro scritti che lo scopo non era tanto quello di “liberare” o di “annettere” Fiume, quanto di puntare rapidamente da Fiume a Roma, per realizzare un profondo mutamento istituzionale che, pur lasciando intatta l’istituzione monarchica, avrebbe dovuto trasformare il vecchio e imbelle stato liberale, guidato da Nitti, in un nuovo stato rappresentativo delle istanze dei combattenti che erano appena tornati dal fronte di guerra e che ancora presidiavano le linee di confine. Furono loro, in particolare, ad accogliere il progetto e ad unirsi a d’Annunzio quando si mosse da Ronchi verso Fiume. E con loro, dichiara esplicitamente Host Venturi, sarebbe stato necessario, senza indugiare, partire verso Roma, raccogliendo per strada, in particolare nella Venezia Giulia, altri reparti destinati ad unirsi alla marcia trionfale verso la capitale. Seguiamo la narrazione degli eventi immediatamente successivi alla marcia nelle parole dello stesso Host Venturi: “D’Annunzio, per nulla preoccupato, mi fece notare che il successo dell’impresa aveva superato ogni migliore aspettativa e che nei giorni seguenti si sarebbe considerata con calma la linea di condotta da seguire.

Ma io, dinanzi a questo atteggiamento dilatorio, parlai subito molto chiaro. Gli palesai apertamente il vero obiettivo della nostra impresa, quale noi da tempo lo avevamo vagheggiato e che fino a quel momento era stato tenuto gelosamente segreto: l’azione non doveva esaurirsi a Fiume, ma doveva avere inizio a Fiume.

E non c’era tempo da perdere: bisognava puntare subito su Roma. Là soltanto si sarebbe potuta infatti trovare la soluzione integrale di tutti i grossi problemi che affliggevano l’Italia, e cioè anche per Fiume.

Però, man mano che esponevo, con fervore e con chiarezza, il piano che avevamo da mesi preparato tra fedelissimi, il Comandante mostrava sorpresa, quasi sbigottimento.
Io conclusi recisamente: -Questa notte stessa dobbiamo cambiare fronte e partire per Roma-
A D’Annunzio, che appariva sempre più disorientato, narrai allora che fin dal mese di giugno, cioè dopo un mio colloquio con l’ammiraglio Millo, mi ero dedicato a fondo alla organizzazione di un movimento rivoluzionario diretto a dare all’Italia un governo di combattenti e di popolo, composto non di politicanti professionisti e corrotti, ma di studenti, operai, contadini, tecnici, professionisti, uomini di cultura, uomini che conoscevano e vivevano nel mondo dell’industria, della ricerca, e del lavoro, dell’agricoltura e del mare. Tutti, che, avendo servito la Patria in armi, riunissero i titoli legittimi per assumere la responsabilità della cosa pubblica.

Nitti non era ancora riuscito a disgregare (e congedare n.d.r.) le grandi unità militari e i loro organici, né intaccare il loro patrimonio di fierezza e di lealtà coraggiosa verso la nazione. I quadri erano tutti completi e ognuno era pronto a muoversi e a marciare per difendere la propria vittoria, i suoi diritti e i suoi artefici. Infatti, a cominciare dai Corpi d’Armata di Trieste, di Firenze e di Bologna, contavamo molte altre adesioni, tra le quali quella di interi Compartimenti ferroviari da Trieste a Roma. E molti tra la gente di mare ci avrebbero seguiti.

Fiume non era che un preludio alla occupazione di Roma.

… A Roma se il Re sarà con noi, grideremo: “Viva il Re!” In caso contrario il governo sarà affidato al Duca d’Aosta.”

D’Annunzio però inizialmente esitò, non era stato informato di questo scopo apparentemente secondario, eppure, nel piano strategico complessivo considerato principale, che, se nel giungere a compimento, avesse vista l’ostilità del re, avrebbe anche potuto portare sul trono il Duca d’Aosta.
Che il Re fosse al corrente del pericolo che stava correndo ce lo testimonia anche il generale Caviglia nel suo libro “Il conflitto di Fiume”, quando riferisce che il Re era talmente preoccupato da confidargli che sarebbe sceso in piazza in armi pur di non cedere al pericolo rivoluzionario e lo stesso generale lo confortò dicendo che lui sarebbe stato al suo fianco. In realtà le preoccupazioni di Caviglia, che nutriva un certo disprezzo per d’Annunzio, erano ben altre ed in gran parte erano anche condivise da Nitti, egli infatti così scrive: “In seguito avevo visto Francia e l’Inghilterra sempre più cinicamente tradire l’Italia e trattarla come nemica vinta; e servirsi del Presidente Wilson per ricattarla.

Nelle condizioni economiche in cui essa versava, dopo tutti i sacrifici fatti per la guerra, stremata di materie prime e di viveri, essi minacciavano, per mezzo del Presidente degli Stati Uniti, di rifiutare i mezzi di vita, se non accettava una pace di umiliazione e di spoliazione…..Ero convinto che una rivoluzione venuta dal basso avrebbe gettato il nostro Paese nella rovina e nella fame, perché ci sarebbe mancato il credito, e non avremmo più trovato il grano, né il carbone né le materie prime necessarie per la nostra esistenza”
Ma più avanti il generale che poi spezzerà definitivamente a cannonate la rivoluzione fiumana è ancora più esplicito e dice con estrema chiarezza a proposito della marcia su Fiume: “In quel momento sarebbe stato possibile ad un vero uomo di azione di abbattere con la forza il governo e le istituzioni parlamentari per instaurare un nuovo regime in Roma.
L’Italia corse allora il pericolo di una rivoluzione militare. Ma d’Annunzio non aveva le principali qualità per ben guidare la gioventù italiana in un piano di conquista dello Stato” Ma afferma ancora Caviglia che, ricordiamolo bene, fu il più deciso avversario dell’impresa di Fiume: “Nello stato d’animo in cui si trovavano allora le truppe della Venezia Giulia, la marcia su Roma era possibile. Né in quel momento avrebbe trovato forti resistenze da parte delle truppe della penisola…Se d’Annunzio fosse stato animato dal nobile sentimento di dare un timoniere alla nazione italiana, sarebbe andato a Roma con la forza, ed avrebbe fatto un bene transitorio al nostro Paese. Ma egli, violando le leggi patrie avrebbe scritto una triste nota nella storia d’Italia, vi avrebbe inserito un precedente che avrebbe potuto nell’avvenire trovare imitatori.

Ma quando fu a Fiume e vi si trovò incensato ed esaltato, nella posizione di un signorotto medioevale, quando si accorse di attirare gli sguardi di tutto il mondo, poiché tutti i giornali si occupavano di lui; quando vide ai suoi ordini numerose forze militari, e tutte le autorità a lui inchinate, ed ogni libertà di azione anche la più stravagante, anche se rivolta contro la Patria, a lui permessa e perdonata; allora rinunciò per il momento alla rivoluzione, e ripeté l’ “Hic manebimus optime”.
In realtà, l’esitazione di d’Annunzio durò circa un mese, nel quale, con una spedizione a Zara, egli si assicurò anche la fedeltà dell’ammiraglio Millo, ma tanto bastò per portare al fallimento di questo vero intento che avrebbe dovuto essere molto tempestivo. Ciò nonostante egli alla fine si persuase a compiere la sua offensiva portandola sino alla capitale, vediamo ciò che fece in un mese e che non tutti gli storici evidenziano.
Innanzitutto, approfittando della febbre elettorale allora in corso e della inerzia del governo, preparò vari piani di azione, stabilendo i bersagli strategicamente più importanti, con l’istituzione di sei capi zona per l’intero regno (Milano, Venezia, con competenza anche sulla Venezia Giulia, Trento, Genova, Roma e Napoli)
Finalmente il 26 Ottobre d’Annunzio varò un segretissimo Comitato di Salvezza Pubblica, formato da Angelo Scocchi, dal capitano Ercole Miani e da Giacomo Treves, che, in qualità di commissione politica esecutiva, aveva il compito di portare a termine la seconda fase decisiva del movimento rivoluzionario fiumano e cioè la “marcia su Roma”
A tal scopo, tutte le “officine” massoniche furono mobilitate in Italia “onde tutti i fratelli sappiano qual maiale stia al governo d’Italia” “Guai se il nobilissimo atto di d’Annunzio fosse ritardato – è scritto in un comunicato intestato al Consiglio nazionale di Fiume – egli giunse fino a noi come un angelo salvatore nel momento supremo: più tardi sarebbe stato tutto perduto (…) Nitti deve essere rovesciato poiché per la sua caduta le trattative diplomatiche potranno essere di molto facilitate” Il comunicato non si chiudeva con la formula “Fiume o morte!” bensì con quella ben più altisonante di “ITALIA O MORTE!” E ciò era estremamente chiaro su come si intendessero gli sviluppi futuri.

A quel punto, la giunta del Grande Oriente d’Italia si allarmò moltissimo, Torrigiani corse a Fiume per capire gli intenti di d’Annunzio e quando Treves glieli riferì, con tali testuali parole, il Gran Maestro fu davvero costernato: “Reagire presto contro il governo, addivenire subito a traverso ad una breve dittatura militare ad un Ministero di coalizione, e quindi alla costituente per un cambiamento di regime” al di fuori di “qualsiasi tendenza politica”. In poche parole si prospettava un governo di salute pubblica garantito dai militari.
Fu Teodoro Mayer a trarre le debite conseguenze di tutto ciò che a suo avviso poneva non solo la Massoneria ma tutta l’Italia di fronte ad un bivio, egli notò infatti che “La dittatura militare porta queste conseguenze: o rimane e abbiamo la distruzione della democrazia, o è transitoria e noi abbiamo il bolscevismo. Non si crede che le masse siano pronte per assecondare un eventuale movimento di d’Annunzio, ma al contrario, si ritiene che le masse approfitterebbero di questo movimento per anticipare la rivoluzione sociale” Detto in breve, la Massoneria temeva che il fiumanesimo sarebbe stato assorbito, nella eventualità di una rivoluzione, dal bolscevismo. Ed in ogni caso il timore che una rivoluzione potesse modificare assetti economici e privilegi consolidati era fortissimo.

Torrigiani raccomandò vivamente di evitare qualsiasi esito rivoluzionario, pur sostenendo l’impresa fiumana ma confinandola nella città di Fiume, i contatti con il Vate dovevano essere mantenuti informando costantemente il GOI di tutte le sue mosse.
D’Annunzio però ormai pareva lanciato verso tale prospettiva, anche se, come aveva notato Venturi, il fattore sorpresa, che era quello più importante, lo aveva già irrimediabilmente perduto.
Il 22 ottobre i partiti interventisti proposero a Bari la sua candidatura alle elezioni ormai imminenti, ma egli declinò l’offerta riaffermando che “il dovere di ogni buon italiano non è di votare ma di rovesciare e spezzare le urne” perché “Partiti dalla vostra sponda per liberare i fratelli fiumani, di qui partiremo verso verso la sponda vostra per liberare i fratelli italiani. E allora alzeremo le nuove urne per i voti della nuova Italia” Sbandierare una rivoluzione ai quattro venti vuol dire averla già mandata a muffa, perché, come tutti sanno, una rivoluzione per avere successo, deve contare su due fattori indispensabili: la segretezza e la immediatezza. Queste dichiarazioni altisonanti quindi, più che un monito, ci appaiono piuttosto una decisa inversione di tendenza o comunque solo un messaggio ai suoi antagonisti, nel suo stile inconfondibile. Sembrava dunque mettersi in atto tra lui e i suoi dissuasori una sorta di “gioco delle parti”

A quel punto, infatti, venne lanciato dalla Massoneria un caloroso appello al “Fratello Comandante”, mirato a scongiurare sia la guerra civile che una forte reazione “bolscevica” sull’onda della marcia del Vate. Si precisava che “..la parte sana del nostro popolo, specialmente nelle campagne, vuole ricostituirsi e rigenerarsi non per movimento di masse, ma con paziente e tenace e pacifico lavoro, che i combattenti, i mutilati, i fasci, per quanto numerosi, sono appena nel loro periodo organizzativo, e quindi non ancora sufficientemente robusti per imporre al paese la loro volontà, noi concluderemo nell’affermare che oggi l’Italia non è né moralmente né materialmente pronta ad un rinnovamento violento al quale nessuno può stabilire le finalità ultime né prevedere le ultime conseguenze”
D’Annunzio fu quindi caldamente esortato ad evitare ogni eventuale spostamento da Fiume e a concentrare la sua azione in quella città, liberandosi dei cospiratori e sognatori di marce su Roma. L’”Hic manebimus optime” doveva restare il suo motto, senza debordare.
Falliva così l’intento rivoluzionario più pericoloso e concretamente realizzabile e si apriva progressivamente la fase rivoluzionaria più utopistica e artistica ma meno preoccupante e soprattutto meno in grado di attuarsi.

Si trattava quindi di consolidare il governo di Fiume lottando per lo “scopo apparente” e cioè l’annessione di Fiume all’Italia che era continuamente osteggiata dalla Società delle Nazioni e dalle potenze vincitrici, USA in testa, nella specifica persona del presidente Wilson che derubricò persino il Patto di Londra ad “accordo privato”, come se una guerra e le sue conseguenze fossero da considerarsi una questione privata.
In realtà si voleva in particolare il porto di Fiume sotto l’egida della Società delle Nazioni, per garantire i traffici marittimi e la penetrazione nell’Europa Orientale delle grandi potenze che attribuirono a se stesse, anche violando apertamente il principio di autodeterminazione dei popoli, enormi vantaggi territoriali e coloniali, lasciando praticamente solo le briciole all’Italia e facendo valere quasi esclusivamente per il nostro paese il fatto che non potesse annettere territori come la Dalmazia in cui la popolazione era prevalentemente slava. Però Fiume, pur non essendo stata menzionata nel patto di Londra per le ragioni precedentemente esposte, era a tutti gli effetti una città a maggioranza italiana ed aveva sancito la sua netta volontà di essere annessa all’Italia, con un plebiscito ed una delibera del suo Consiglio Nazionale, ancor prima che la guerra vittoriosa finisse, il 30 Ottobre del 1918.

Sostanzialmente il gabinetto Giuriati, tentò in tutti modi di giocarsi la carta dell’annessione che però Nitti negava continuamente, con il terrore che questo potesse portare all’isolamento internazionale dell’Italia e alla drastica riduzione del rifornimento delle sue materie prime di cui effettivamente il nostro paese, prostrato dalla guerra, aveva un disperato bisogno. D’altro canto il re, che si rese perfettamente conto del pericolo che aveva corso con l’eventualità che la marcia dei legionari di Ronchi si trasformasse nell’immediato in una marcia su Roma, aveva immediatamente avvicendato i suoi generali, mandando prima Badoglio poi Caviglia, con l’intento di isolare d’Annunzio e creare un cordone sanitario intorno alla città per impedire che si aggiungessero altri soldati estremamente motivati ad ingrossare le file dei legionari.

Gli Arditi, vera anima della Rivoluzione Fiumana, cominciavano ad essere isolati e venivano costretti a restare nella trincea di Fiume, invece di potersi lanciare all’assalto del cuore della Patria per liberarla dai suoi corrotti carnefici. La rivoluzione non era finita ma cominciava a disvelare il volto dei suoi traditori.

©  Carlo Felici

Parte prima
Parte seconda

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