domenica, 17 Gennaio, 2021

La rabbia dei vinti. Dal passato le lezioni per il presente. Intervista al Professor Robert Gerwarth

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Pochi libri come La rabbia dei vinti, dello storico tedesco Robert Gerwarth, tradotto in Italia da Laterza, negli ultimi anni hanno consentito uno sguardo più ampio alla crisi generata dalla prima guerra mondiale. Gerwarth, direttore del Centre for War Studies dell’Universtà di Dublino e docente di storia contemporanea nella stessa università ha accolto la nostra proposta di un’intervista che approfondisce alcune delle tematiche contenute nel suo volume.

Professore, innanzitutto grazie per aver accettato la nostra intervista e complimenti per il suo libro, La rabbia dei vinti. Crediamo che questo libro offra degli interessanti spunti. Il primo, da cui le chiedo di poter partire, è che la prima guerra mondiale non può considerarsi come un elemento di frattura nella storia del novecento, ma come elemento scatenante di nuova violenza. La speranza che questa guerra sarebbe stata l’ultima, si spense banalmente, trascinando altresì l’Europa in una nuova spirale di violenza. Perché?

La prima guerra mondiale è senza dubbio un evento fondamentale nella storia dell’Europa e del resto del mondo. È sia una manifestazione di esplosioni di violenza mai viste prima, ma anche – come dici tu – il catalizzatore di nuove forme di violenza.

Pochi, se non nessuno, erano contenti dell’esito della guerra, vale a dire dei trattati di pace di Parigi, e quelli che avevano perso la guerra erano desiderosi di rivederli, anche con la forza se necessario. La politica divenne anche molto più ideologicamente carica di quanto non fosse prima del 1914. Né l’ascesa del bolscevismo né l’emergere del fascismo possono essere spiegati senza la guerra e il modo in cui finì.

La Grande Guerra ha sollevato una serie di domande essenziali sul futuro della società e della politica, ma non ha risposto a nessuna di esse. A parte le nuove spaccature ideologiche tra comunisti e fascisti, che credevano entrambi nel potere di trasformazione della violenza, c’è stato anche un aumento significativo della violenza interetnica, in particolare nei territori altamente misti degli ex imperi terrestri nell’Europa centro-orientale. Ogni gruppo voleva il proprio stato etnicamente omogeneo, obiettivo che poteva essere raggiunto solo attraverso la violenza.

Un’altra delle cose interessanti del suo libro è, a mio avviso, l’idea di una ricostruzione che tratta il vasto panorama delle nazioni europee, non concentrandosi soltanto su quelle che potevano essere considerate le potenze continentali. Come mai ha deciso di dedicare questo spazio a paesi secondari?

Per molto tempo – troppo a mio avviso – la storia della prima guerra mondiale è stata scritta da una prospettiva molto ristretta con un’attenzione preponderante concentrata sul fronte occidentale e sui tre principali antagonisti che hanno combattuto qui, vale a dire Gran Bretagna, Francia e Germania. È solo negli ultimi dieci anni circa che gli storici del mondo anglofono hanno iniziato a interessarsi più seriamente ad altri teatri della guerra, dal fronte italiano all’Europa dell’Est, dal Medio Oriente al mondo coloniale. Quando ti allontani dal fronte occidentale, ti rendi conto che l’11 novembre 1918, la data in cui la Germania accettò la sconfitta, non portò veramente la pace per la maggior parte dei paesi europei. Ci sono guerre civili, rivoluzioni, controrivoluzioni e persino vere e proprie guerre interstatali nell’Europa centro-orientale e meridionale. Tra il 1918 e il 1923, più di cinque milioni di persone muoiono a causa di questo, e sono più delle vittime combinate in tempo di guerra di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti messe insieme. In tal senso, gli eventi in Europa centro-orientale, ma anche in Italia, ci aiutano a comprendere meglio l’impatto fondamentale della guerra sull’Europa e non solo.

Andare oltre George Mosse non è un’impresa facile. Eppure, nell’introduzione all’edizione italiana del suo libro, si evidenziano i limiti, anche alla luce del più recente dibattito storiografico, della teoria della brutalizzazione. Ci vuole evidenziare questi limiti?

La tesi della brutalizzazione di George Mosse è stata a lungo molto influente e offre una spiegazione conveniente per l’ascesa del nazismo: l’esperienza di guerra ha “brutalizzato” ‘ i combattenti (Mosse stava parlando del caso tedesco in particolare) nella misura in cui sono diventati ricettivi ai messaggi dei nazisti. Ma se è vero, c’è da chiedersi perché il fascismo ha trionfato in Italia (uno stato vincitore della guerra) o in Germania (uno stato perdente), ma non in Gran Bretagna o in Francia la cui esperienza di guerra non era fondamentalmente diversa. Allo stesso modo, se ha richiesto la guerra per “brutalizzare” le società, come si spiega la guerra civile finlandese del 1918, uno dei conflitti civili più brutali del periodo, in cui l’1% della popolazione è stata uccisa in tre mesi, nonostante il fatto che la Finlandia non sia stata coinvolta nella prima guerra mondiale? Il mio suggerimento è di guardare più da vicino a quanto sviluppatosi alla fine della guerra – dalle rivoluzioni al collasso imperiale – se vogliamo comprendere meglio i modelli di radicalizzazione e violenza dopo il 1918.

Veniamo all’Italia e al caso del fascismo. Nel suo libro, pur prestando fede all’idea che il fascismo sia nato sulla scia del malcontento generato dal cosiddetto mito della “vittoria mutilata, si va oltre un elemento dato per assodato da molti storici. Il fascismo non fu una specificità tutta italiana. Anzi. Mentre nasceva e si sviluppava in Italia, in molti altri paesi si erano sperimentate forme di violenza nazionalista.

Sì, il fascismo può essere considerata un’invenzione italiana, ma ha svolto un ruolo importante in quasi tutte le società europee nel periodo tra le due guerre e, naturalmente, durante la seconda guerra mondiale. Una nuova e più radicale forma di nazionalismo doveva molto all’esperienza della prima guerra mondiale, dopo la quale il vecchio mondo della politica del diciannovesimo secolo appariva superato, ma doveva anche molto all’esistenza dell’Unione Sovietica, il primo grande stato con un governo comunista e la minaccia percepita della rivoluzione bolscevica che si sposta verso ovest per “infettare” il resto dell’Europa. La paura di una conquista comunista nei propri paesi ha certamente contribuito alla radicalizzazione delle classi medie, anche nei paesi in cui era improbabile una rivoluzione bolscevica.

La prima guerra mondiale segnò il superamento dell’era degli imperialismo e portò a un ritorno di una nuova stagione di nazionalismi. Ma di nazionalismi violenti. In cosa si differenzia questa stagione dai nazionalismi del diciannovesimo secolo? E in questa nuova fase furono più importanti le teorie o gli uomini che le interpretavano (penso a Mussolini e Hitler, in particolare)?

Il nazionalismo che incontriamo dopo il 1918 è certamente molto più radicale e violento di qualsiasi cosa abbiamo visto nel XIX secolo. Sia Mussolini che Hitler condividevano la convinzione che la prima guerra mondiale avesse dato vita a una nuova élite, l’aristocrazia delle trincee (come le chiamava Mussolini) e una nuova “comunità di persone” (come la definì Hitler), nata dall’esperienza del combattimento. Il fascismo e il nazionalsocialismo hanno attinto a idee che circolavano ai margini del discorso politico già un pò di tempo prima del 1914 – darwinismo sociale, eugenetica, l’idea di territori “irredenti” che dovevan essere uniti alla rispettiva patria – ma hanno dato una nuova svolta ad esse. Nel contesto dei trattati di pace di Parigi, della riuscita rivoluzione di Lenin in Russia e dei disordini economici, le loro promesse di ripristinare la grandezza dei loro paesi sembravano essere piene di prospettive per molti. Inoltre, il sostegno ad entrambe le varietà di fascismo dipendeva in modo cruciale dai loro leader carismatici in un momento in cui molte persone erano alla ricerca di “salvatori”. Ciò che è anche importante tenere a mente è che la violenza era un elemento cruciale sia per Hitler che per Mussolini molto prima che salissero al potere, come dimostra chiaramente la violenza di strada condotta sia dagli squadristi che dalle SA prima del 1922 e 1933. Condividevano la convinzione che la violenza fosse necessaria per affrontare con determinazione il loro principale oppositore ideologico a sinistra.

Sono un fermo assertore dell’alto valore civile dello studio della storia. Pensa ci sia una lezione del presente che si può trarre dall’affascinante analisi proposta dal suo libro?

Penso che lo studio del passato ci aiuti a capire meglio la contemporaneità, come l’umanità sia arrivata alla presente, se volete. Se guardi ai conflitti armati contemporanei in Medio Oriente o in Ucraina, ad esempio, o alla guerra civile nell’ex Jugoslavia negli anni ‘90, come è possibile comprendere le loro radici più profonde senza uno sguardo più da vicino al dopoguerra, periodo in cui sono iniziati molti di questi conflitti? Ho sempre trovato sorprendente come, solo per elaborare uno di questi esempi, lo “Stato islamico”, nella sua propaganda, abbia sempre fatto riferimento alla disgregazione dell’Impero ottomano, insieme all’accordo Sykes-Picot, e all’abolizione del califfato dopo la prima guerra mondiale come errori storici il cui capovolgimento era l’obiettivo finale.

Il periodo immediatamente successivo alla prima guerra mondiale offre anche lezioni su quanto siano volatili le democrazie. Alla fine del 1918, quasi tutti gli stati europei erano democrazie. Quindici anni dopo, quasi tutte le democrazie stabilite nel 1918 avevano ceduto il passo a una forma di regime totalitario o ad un’altra. Penso che questa sia un’importante lezione storica poiché attualmente assistiamo all’emergere di vari movimenti populisti in tutto il mondo occidentale che sfidano lo status quo. Le democrazie possono cadere se non vengono opportunamente difese.

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