domenica, 29 Novembre, 2020

Le ragioni del crollo dell’ordine internazionale post-bellico

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In “Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale”, Vittorio Emanuele Parsi sostiene, a ragione, che la riflessione sulle cause che hanno determinato il crollo del modo in cui i Paesi ad economia di mercato e retti da regimi democratici avevano organizzato, dopo la fine del secondo conflitto mondale, attraverso una fitta rete di istituzioni internazionali, il governo delle loro relazioni, sia sul piano politico che su quello economico, è falsata dal fatto d’essere condotta sulla base dell’assunto che quelle cause siano da rinvenire quasi esclusivamente in fenomeni che, in realtà, rappresentano solo un effetto del “naufragio dell’ordine liberale”.

Le cause, infatti, sono evidenziate da una narrazione dei fenomeni attuali falsata – come afferma Parsi – “dalle istanze protezioniste, dal sovranismo, dai risorgenti nazionalismi e dal populismo e non anche da un’ideologia neoliberale che ha sostituito il liberalismo correttamente inteso”; da una teologia economica, cioè, “incapace di autocorreggersi” e da democrazie “sempre più insofferenti rispetto all’esistenza del popolo e da un capitalismo della rendita, oligopolistico e finanziario”, che non ha più alcun senso corredarlo con il “libero mercato”.

In realtà, considerato che le “istanze” delle quali parla Parsi, sono una conseguenza della Grande Recessione che ha colpito, nel 2007/2008, le economie e le società dei Paesi che facevano parte dell’ordine internazionale, è più giusto affermare che il crollo di tale ”ordine” sia imputabile non “anche” alle insorgenze protezioniste, sovraniste e populiste, ma “solo” all’egemonia acquista dall’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society di Fridrich Hayek e Milton Friedman.

A parere di Parsi, dalla crisi dell’ordine internazionale postbellico, i Paesi coinvolti possono ancora uscire, a condizione che della realtà abbiano una rappresentazione che li “aiuti a comprenderne i tratti salienti senza sconti e indulgenze […], ricorrendo al ‘pessimismo della ragione illuminato dall’ottimismo della volontà’, come insegnava Antonio Gramsci”. I tratti salienti dei quali parla Parsi sono, da un lato, l’indebolimento del ruolo della leadership americana nel governo dell’ordine internazionale e, dall’altro lato, “l’affaticamento delle democrazie schiacciate tra populismo e tecnocrazia”.

I Paesi europei, dal canto loro, dovranno valutare tali tratti salienti “sullo sfondo della crisi dell’Europa”, evitando il tracollo del processo di unificazione politica e riequilibrando al suo interno “la dimensione delle crescita e quella della solidarietà, facendo della sorveglianza e difesa dei confini europei una responsabilità comune […], ritrovando la capacità di armonizzare le sovranità degli Stati membri nel rispetto del sdegno della casa comune europea”.

L’ordine liberale internazionale crollato era l’insieme dei principi e delle istituzioni attraverso cui le relazioni internazionali (politiche ed economiche) sono state governate a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale; si trattava di un ordine che aveva negli Stati Uniti la potenza che ne esercitava la leadership, attraverso alcune istituzioni create già prima che la guerra finisse, per iniziativa oltre che degli USA, anche della Gran Bretagna, ovvero da parte dei Paesi la cui alleanza aveva consentito di contribuire alla sconfitta del nazismo.

Le istituzioni costituite a partire dal 1944 (Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione delle Nazioni Unite e Trattato istitutivo dell’Alleanza Atlantica), avevano lo scopo, da un lato, di costruire una struttura istituzionale a vocazione universale efficace per regolare le relazioni internazionali politiche; dall’altro lato, di ricostruire l’unità del mercato internazionale che, dopo la Grande Guerra, era stato “frantumato” attraverso la sua suddivisione in un insieme di “blocchi economici chiusi” attraverso la pratica di radicali politiche protezioniste.

La creazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, all’interno della quale venivano resi reciprocamente compatibili il “principio di uguaglianza” (espresso dall’Assemblea Generale) con il “principio di realtà” (espresso dal Consiglio di Sicurezza), che riservava uno status speciale ai “Cinque Grandi” (cioè ai Paesi usciti vittoriosi dagli anni delle guerra), congiuntamente all’Alleanza Atlantica, ha assicurato negli anni della dura competizione bipolare tra USA e URSS, pur anche in presenza di una contrapposizione frontale in seno al Consiglio di sicurezza, una reale situazione di pace, offrendo “un luogo e un codice di comunicazione istituzionalizzati e permanenti”, che hanno facilitato la stabile convivenza tra le nazioni in tutto il periodo della cosiddetta Guerra Fredda, “scoppiata” intorno al 1947, tra Washington e Mosca.

Dal punto di vista economico, invece, sono state le altre istituzioni (Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale) che, assicurando un sistema di cambi fissi tra le principali valute, fondato sulla parità aurea del dollaro, hanno consentito di contrastare la speculazione finanziaria e di offrire un supporto alla ricostruzione delle economie nazionali che maggiormente avevano subito gli esiti devastanti della guerra, realizzando il coinvolgimento di tutti i Paesi ad economia di mercato nel nuovo ordine internazionale. In questa prospettiva è nata la propensione dei Paesi dell’Europa occidentale (anche per meglio reggere alle “minaccia” proveniente dall’Est europeo, ricadente nell’area di influenza di Mosca) ad avviare gli accordi che porteranno negli anni successivi alla creazione, prima, della Comunità Europea e, successivamente, dell’Unione Europea.

Il nuovo ordine internazionale, realizzato dopo il 1945, è valso così a costruire, attraverso un intervento attivo dello Stato nel regolare il funzionamento delle istituzioni economiche, le premesse che hanno consentito la stabilità politica e la crescita economica dei Paesi ad economia di mercato; questi hanno potuto garantire al loro interno una sempre più estesa protezione sociale, con la creazione del sistema di welfare State e l’attuazione di “politiche del lavoro in grado di valorizzare le persone anche se economicamente non tutte e sempre altamente produttive”.

Il processo si crescita e sviluppo, associato alla stabilità interna e internazionale, ha proceduto ininterrottamente per i primi decenni successivi al 1945, dando luogo ai “Trent’anni gloriosi”, cosiddetti proprio per i traguardi in termini di benessere che era stato possibile raggiungere

I primi sintomi di cedimento di questo ordine, però, si sono avuti nel corso degli anni Settanta, a causa della crisi dei mercati delle materie prime e di quelli monetari; a tali eventi ha fatto seguito un periodo di generalizzata stagnazione dei Paesi ad economia di mercato; così, nell’establishment politico ed economico dominante, si è radicato il convincimento che per il rilancio della crescita dell’economia fosse necessario inaugurare una “ritirata dello Stato dal sistema economico”.

Sul piano politico, questa ritirata è stata sostenuta ed attuata da Margaret Thatcher e Ronald Reagan nei Paesi, rispettivamente governati, presto imitati da tutti gli altri Paesi ad economia di mercato; sul piano economico, invece, la ritirata dello Stato è stata sostenuta dall’ideologia neoliberista elaborata dal sodalizio della Mont Pelerin Society e attuata all’interno dei singoli Paesi dalle forze politiche sia di destra che di sinistra, tutte motivate, a differenza dei costruttori dell’ordine internazionale postbellico, a ridimensionare la proiezione interna dello Stato e a trasformare le istituzioni economiche internazionali vigenti in modo da conformarle alla liberazione dei mercati nazionali dai “lacci e laccioli” della loro regolazione pubblica.

Nel 1989, con la fine della Guerra Fredda e il crollo del Muro di Berlino, infatti, l’originario Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio è stato sostituito dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, introdotta a supporto del processo di globalizzazione delle economie nazionali; si è trattato di una sostituzione che ha segnato l’ingresso del capitalismo in una nuova fase che – afferma Parsi – ha reso le “società sempre più ineguali, caratterizzate dalla concentrazione della ricchezza, dei redditi, delle opportunità”; una fase che ha “impoverito” la classe sociale, il cosiddetto ceto medio, in cui si identificava la “spina dorsale” delle cosiddette economie sociali di mercato, che l’ordine internazionale postbellico aveva contribuito a realizzare.

Il nuovo ordine internazionale costituitosi dopo il 1989, in luogo dell’incremento del benessere per tutti i cittadini, ha dato origine a diverse conseguenze negative: innanzitutto, sul piano economico e militare, è stata ridimensionata l’egemonia degli USA (che avevano svolto il ruolo di Paese-guida nel governo dell’ordine internazionale postbellico), con conseguente modificazione delle relazioni di forza tra le principali economie globali; in secondo luogo, l’indebolimento dei regimi democratici all’interno dei Paesi ad economia di mercato, non rivelatisi all’altezza di risolvere i problemi connessi all’allargamento e all’approfondimento della globalizzazione con la comparsa di movimenti politici populisti identitari e sovranisti, che hanno indebolito la capacità d’azione dello Stato, a vantaggio di oligarchie tecnocratiche sovranazionali, il cui comportamento si è sottratto ad ogni forma di controllo democratico.

Sin dal suo costituirsi, il nuovo ordine internazionale neoliberista, causando un peggioramento delle disuguaglianze distributive, risoltosi in un indebolimento dell’uguaglianza politica (centrale per il funzionamento condiviso dei regimi democratici), ha prodotto risultati che “hanno via via generato livelli di disoccupazione, precarizzazione e minor retribuzione del lavoro, erosione dei servizi sociali e fine delle politiche redistributive”; lo smantellamento progressivo del vecchio ordine internazionale, travestito da riforma dei sistemi di welfare divenuti nel corso del tempo sempre più inefficienti, si è rivelato causa di gravi conseguenza politiche soprattutto per i Paesi coinvolti nel progetto di unificazione politica dell’Europa.

Ciò – sottolinea Parsi – è accaduto perché nel lungo secondo dopoguerra, dal quale era emersa l’idea della realizzazione dell’unificazione politica dell’Europea, “lo Stato westfaliano (perfettamente sovrano dal punto di vista politico-militare) è stato sostituito dallo Stato welfarista”. Con questo sistema di protezione sociale, la limitazione di sovranità che la Guerra Fredda imponeva agli Stati dell’Europa occidentale ha fatto sì “che lo scambio tra protezione e lealtà politica – tipico e costitutivo di qualunque patto di cittadinanza – traslasse da quello securitario (la protezione verso le minacce esterne) in gran parte garantito dalla superpotenza egemone, a quello economico-sociale”.

Di conseguenza, il ridimensionamento dello Stato rispetto alla protezione sociale ha minando il rapporto di cittadinanza che si era concretizzato, su basi solidaristiche, all’interno dei Paesi europei che nel secondo dopoguerra avevano aderito al progetto di unificazione politica. La prassi delle istituzioni europee, però, soprattutto dopo l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008, è stata orientata dall’ideologia neoliberista a favorire l’attuazione di politiche di austerità, in funzione della conservazione dell’efficienza dell’intera base produttiva, ma a spese della solidarietà tra gli Stati membri del disegno unitario europeo; gli effetti dell’austerità all’interno dei singoli Stati nazionali sono valsi a diffondere una larga disaffezione dei cittadini dell’Europa e a creare le condizioni per una loro crescente adesione a movimenti populisti e sovranisti che, nel loro insieme, hanno determinato un indebolimento complessivo del Vecchio Continente sul piano delle relazioni internazionali e su quello delle relazioni interne tra i singoli Stati.

E’ proprio al consolidarsi dei movimenti populisti e sovranisti che, a parere di Parsi, va ricondotta la responsabilità dell’impedimento di riannodare su basi solidaristiche rinnovate il rapporto tra le sovranità nazionali e l’azione complessiva dell’Europa; l’impedimento – conclude Parsi – potrà essere rimosso solo se i Paesi membri sapranno e vorranno “rimettere in equilibrio le ragioni della solidarietà e quelle della produttività, per salvare contemporaneamente la democrazia e il mercato”.

L’auspicio di Parsi però non basta, essendo impensabile che un “rilancio” della solidarietà (sacrificata sull’altare dell’austerità) tra i Paesi membri del disegno europeo possa soddisfare le ragioni della democrazia, del mercato e della produttività; a tal fine, occorrerà che l’intera Europa comunitaria tenga conto anche delle nuove condizioni in presenza delle quali opera l’industria moderna: se per un verso, attraverso la globalizzazione senza regole e l’apporto delle nuove tecnologie produttiva, i sistemi industriali hanno aumentato la loro efficienza e la loro capacità di produzione, per un altro verso, essi non sono più in grado, non solo di espandere le opportunità occupazionali, ma addirittura di riuscire a conservare i livelli occupazionali raggiunti. Se non si terrà conto della necessità di riformare i meccanismi distributivi del prodotto sociale sinora adottati, diventa difficile ipotizzare, come fa Parsi, che una semplice riproposizione a livello europeo dello “status quo ante” possa compensare gli effetti del crollo dell’ordine globale internazionale postbellico.

Gianfranco Sabattini

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