domenica, 7 Giugno, 2020

La resa di Concetto Marchesi: dal potere fascista al “cesarismo progressivo” (cioè a Stalin)

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Non c’era da dubitarne. L’ottimo lavoro di Luciano Canfora (Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano, Laterza, Bari 2019, euro 38) ha riaperto un vecchio dibattito sull’ambiguità del Pci. Si può parlare della sua irriducibile vocazione all’equilibrismo, malgrado la ruvidezza – non di rado – dell’intransigenza esibita in pubblico.
“L’equilibrismo dell’ambiguità”, è questa l’espressione con la quale Giuliano Amato nella sua recensione sul Sole-24 Ore (Concetto Marchesi, mente inquieta, 22 dicembre 2019, p. 31) riassume il comportamento di un intellettuale di prestigio come il grande storico dell’antichità.
Seppe dissentire (su questioni e in momenti cruciali) dal partito e addirittura personalmente da Togliatti, ma anche trovare con lui punti importanti di intesa.
Questa situazione viene affrontata analiticamente da Canfora a partire dagli anni del fascismo. Nei suoi confronti, grazie alla maggioranza della popolazione che gli si schierò a favore, Marchesi fu un oppositore silente o dormiente.
Gli rimarrà per tutta la vita la sindrome che le masse esigano, per essere governate, leader carismatici e determinati (anche militarmente). Di qui la funzione sostitutiva che in questo modello autoritario avrà, per Marchesi (che in origine era un anti-parlamentarista), il “cesarismo progressivo” che vide incarnato nel potere staliniano.
Al regime mussoliniano Marchesi giurerà fedeltà in tre occasioni.
Sia il 31 novembre 1931 (come titolare di cattedra presso l’università di Padova), sia nel 1935 quando fu cooptato nell’Accademia nazionale dei Lincei. E, per finire nel 1939, quando Giovanni Gentile lo reclutò in seno all’Accademia d’Italia, che aveva sostituito la prima.
Né è possibile disgiungere da queste occasioni il più noto discorso tenuto, nel novembre 1943, per l’inaugurazione dell’anno accademico, nella sua qualità di rettore, dell’ateneo di Padova. Fu un richiamo a schierarsi, alla lotta aperta raccolto da fascisti e antifascisti.
Interessante è la differenza di posizioni che sulla prima decisione si delinearono in seno al gruppo dirigente del Pci. Rievocandola sul quotidiano La Stampa negli anni Cinquanta Ludovico Geymonat ne prese le distanze, ma Giorgio Amendola volle testimoniare che ad approvarla fu lo stesso Togliatti da Mosca. E il quotidiano del partito, l’Unità, aggredì Geymonat preannunciandone l’espulsione dal Pci. Fu solo una rude minaccia.
Che cosa è stato questo itinerario di Marchesi di compromesso/resa al regime mussoliniano se non una forma, un anticipo, di quella politica di “entrismo” che era stata teorizzata ufficialmente a metà degli anni Trenta? Troverà la sua giustificazione nell’Appello ai fratelli in camicia nera che Ruggero Grieco (per conto dell’intero gruppo dirigente) scrisse su Stato Operaio nell’estate del 1936. Ad esso seguirà l’attività della “doppia militanza” teorizzata dall’intellettuale comunista veneto Eugenio Curiel.
Sul suo ripetuto e autorevole servizio a favore del regime, Marchesi ebbe l’avallo di Togliatti.Non lo si può, però, considerare un’eccezione. Né un episodio circoscritto della biografia politica del grande latinista.
Egli, infatti, farà un uso moltiplicato di questo stato di grazia, un assoluto privilegio (senza obblighi né vincoli) per un iscritto.
Pur nella stima e nel rispetto per Togliatti, non nasconderà né scemerà il proprio dissenso da lui nell’affermare l’opzione per la linea politica sostenuta da Pietro Secchia.
Di vera e propria indisciplina di partito si deve parlare a proposito del voto, nel 1948, in Assemblea costituente, contro la proposta, accolta dai comunisti, di inserire nella Costituzione i Patti lateranensi firmati da Mussolini con la Chiesa cattolica nel 1929.
Nel dopoguerra prese le distanze dalla proposta togliattiana del “partito nuovo” (metafora del tentativo di dare vita al “partito della nazione”) per attestarsi sulle posizioni più tradizionali (per non dire bolsceviche) di Pietro Secchia.
Rispetto alla temuta deriva dei comunisti nel parlamentarismo (rilevata criticamente, in un’altra fase storica, anche da Giorgio Napolitano), il responsabile dell’organizzazione e vice-segretario del partito valorizzò le idee di resistenza e la disponibilità ad aprire un secondo ciclo di lotta rivoluzionaria (nei fini) e armata (nei mezzi da usare). Di qui la cura maniacale dei gruppi partigiani e quindi la scelta per una democrazia non meramente discutidora.
Negli anni Cinquanta, Marchesi la vedrà incarnata nella concezione di uno Stato forte, guidato da un leader dalle grandi virtù soteriologiche. Scrivendo per il mensile Rinascita, nel febbraio 1953, non lascerà dubbio su questo suo modello di riferimento. Lo indica il titolo del suo articolo, Stalin liberatore.
Ma nel 1956,contro la rivolta di centinaia di intellettuali guidati da Sergio Bertelli, si allineerà con Togliatti approvando l’intervento dell’Amata rossa a Budapest.
Dunque, Marchesi seppe dissentire da Togliatti e dal Pci su aspetti e questioni essenziali.
Ma l’identificazione con l’Urss e col suo despota era la linea su cui si ritroveranno i comunisti (di tutto il mondo) fino alla morte del leader sovietico.
In Italia, anche uno storico come Gastone Manacorda darà a qualcuno dei suoi interventi – penso a Umanesimo di Stalin sulla rivista teorica Società (1953, n. 1-2) – titoli e concetti non differenti da quelli del grande latinista.
Anche Manacorda è stato un collaboratore stretto di Togliatti. Ha fondato e diretto riviste come Società e Studi Storici in cui si è rispecchiata o non di rado si è formato il ceto comunista degli intellettuali (dei migliori direi). Lo ricordo perché le sue analisi e posizioni furono sempre molto diverse da quella di Marchesi.
Manacorda mostrò più attenzione alle origini del movimento socialista attraverso lo studio dei congressi. Confessò il ritardo e il silenzio degli storici italiani sugli errori gravissimi commessi dai comunisti al potere nei paesi dell’Europa orientale. E non si tirò indietro nel rilevare i danni de L’austero fascino del centralismo democratico (come l’ho chiamato più tardi, in un articolo sulla rivista bolognese il Mulino), cioè il malthusianesimo della democrazia interna, e quindi le conseguenze riverberatesi nella formazione dei gruppi dirigenti dello stesso Pci.
Luciano Canfora studia gli effetti che l’analisi del mondo contemporaneo (cioè, in pratica, del socialismo “realizzato”, lo stalinismo) da parte di Marchesi ha avuto nel suo stesso campo privilegiato di ricerche sulla storia della letteratura latina. Il suo interesse per Cesare (che seppe governare sostenuto dai civili e solidamente dai militari) rispetto a Gaio Gracco (eletto da ceti popolari inaffidabili e incoerenti) sembrerebbe replicare la distinzione nella struttura del consenso e del potere in Urss tra capi-fazione e leader capaci di assicurare la salvezza del popolo.
Mentre Lenin aveva sottolineato nella costruzione del comunismo, in alcuni suoi appunti (come 1789 versus 1917) il ruolo della rivoluzione francese e del terrore, Marchesi sposta in avanti, più lontano nel tempo il modello di riferimento. Diventa quello di Roma antica che, attraverso le figure di Gracco, Sallustio, Cesare, Tacito, riscrive costantemente nella sua Storia della letteratura latina.
Fu Secchia a contrapporre all’immagine senatoriale ed aulica di Marchesi disegnata da Togliatti ed offerta al pubblico in occasione della sua morte, quella del “partigiano”, del combattente inesausto che non si accontenta della sconfitta del fascismo, il 25 aprile 1945. Anzi non ci crede proprio se dopo l’attentato a Togliatti del luglio 1948, in un articolo su Rinascita (agosto 1948) parlerà dell’assetto dell’Italia post-bellica come di una “democrazia fascista”.
L’idea del partito e del governo delle masse che Marchesi sente maturare in sé non coincide con quella del partito della nazione o del partito nuovo. Sembra, piuttosto, ammiccare a quella del “partito di quadri” sostenuto anche da corpi e apparati para-militari.
Era, in altre parole e in modi diversi, la riproposizione del modello del partito bolscevico. Lo si può rilevare nelle esperienze dei partiti comunisti dopo lo scioglimento del Comintern e la fondazione, alla fine degli anni Quaranta del Cominform.
Come ha finito per ammettere uno studioso come Silvio Pons, dirigente della Fondazione Istituto Gramsci: “All’indomani della nascita del Cominform, il Pci e il Pcf allestirono strutture segrete paramilitari che incrementavano le più pericolose trame cospirative della guerra fredda, anche se non è chiaro quale ne fosse l’effettiva consistenza” (La rivoluzione globale, Einaudi, Torino 2012, pp. 254-255).
Ma degli studiosi più giovani si può dire che obdurutum est cor ejus. È il caso di chi all’argomento ha dedicato anche di recente pagine distratte e fuggevoli (Angelo Ventrone, La strategia della paura, Mondadori, Milano 2019).
A lui sfugge, direi vistosamente, il modo in cui negli Stati Uniti avviene il processo decisionale che si concludeva con la pubblicazione del documento approvato dal presidente (e non di quelli preparatori proposti dai Dipartimenti o dalle diverse agenzie) sul National Security Council.
Dal docente maceratese non viene dato il minimo rilievo all’opzione per una seconda ondata di guerra civile che si segnala anche in seno al “partito nuovo”, come documenta in estesi rapporti il nostro servizio segreto e confermano le carte dall’Archivio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito (alle quali ha avuto accesso Giuseppe Pardini).
Accreditare, nel lavoro storiografico, l’immagine che gli uffici stampa e l’editoria del Pci hanno voluto imporre del rapporto (in verità assai tormentato) col fascismo, come dimostra la vicenda di un oppositore in sonno quale è stato Marchesi; di quello (più semplice) con l’Unione sovietica fino all’ultimo non sempre agevole e soddisfacente (per chi aveva in testa il mito del regime sovietico) e con le nuove istituzioni repubblicane è un’ulteriore, ma tardiva riverenza alla propaganda di sé offerta dal “caro estinto” (il Pci).
La biografia di Luciano Canfora su un grande intellettuale impastato nel “sovversivismo” come Concetto Marchesi è la testimonianza di quanto arduo, tortuoso sia stato per i comunisti esibirsi come fautori della costituzione liberal-democratica. Fino alla spudoratezza – da parte di non pochi studiosi – di presentare Gramsci come un campione del pluralismo politico.
Di fronte allo spettacolo di un popolo che in grande maggioranza si era piegato al fascismo, Marchesi, come Gramsci, pensò di giocare la carta del “cesarismo progressivo”. Come dire sostituire al potere dispotico mussoliniano quello staliniano (non meno, forse anche più dispotico).

Salvatore Sechi

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