mercoledì, 23 Ottobre, 2019

La responsabilità dei mercati nei confronti della società civile

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In “Responsabili. Come civilizzare il mercato”, Stefano Zamagni intende mostrare come nella prospettiva dell’economia civile (intesa come teoria economica di mercato alternativa al capitalismo e fondata sui principi solidaristici di reciprocità e fraternità) sia possibile avanzare un concetto di responsabilità dell’agire in grado di integrare sia l’etica della responsabilità che quella delle conseguenze. In una stagione come quella attuale – egli afferma – “nella quale le forze del mercato controllano ormai il pianeta, è urgente muovere passi decisivi verso l’elaborazione di un concetto di responsabilità che vada oltre la familiare imputabilità”; ciò, al fine di tener conto delle conseguenze dell’azione economica, non solo sul soggetto che l’ha posta in essere, ma anche sull’intera collettività (non necessariamente racchiusa all’interno di un determinato Stato-nazione).
L’urgenza di elaborare un concetto di responsabilità più comprensivo rispetto a quello implicito nella logica del comportamenti economico è resa palese dalla considerazione che, “se pensare l’atto senza ascriverlo a chi lo compie” significa cadere in un inaccettabile oggettivismo (come se l’azione potesse esistere indipendentemente da chi agisce), del pari inaccoglibile è “la posizione del soggettivismo, secondo cui basterebbe l’intenzione buona a rendere tale l’azione”.

Tradizionalmente, il concetto di responsabilità, per l’agente che deve rendere ragione del suo agire, veniva inteso – secondi Zamagni – nel senso di una chiamata dell’agente a rispondere solo delle conseguenze delle proprie azioni; tale concetto aveva a suo supporto l’autorità della filosofia del libero arbitrio, secondo la quale ogni agente è dotato della capacità di essere causa dei propri atti e, di conseguenza di essere responsabile degli esiti negativi che da essi (gli atti) possono derivare. Da un cinquantennio a questa parte – continua Zamagni – ha preso forma un’accezione di responsabilità che è valsa a collocarla “al di là del principio del libero arbitrio e della sola sfera della soggettività, per porla in funzione della vita”; una collocazione che ha comportato un obbligo morale vincolante l’agente ne confronti del mondo.

In questo contesto, il focus della responsabilità è divenuto la vulnerabilità “degli esseri investiti dagli effetti di azioni, individuali e collettive”. Mentre nel passato il problema della responsabilità si poneva nei confronti di agenti nettamente individuabili, oggi, “di fronte alla portata cosmica del mercato e della nuova tecno-scienza”, le azioni individuali e collettive “possono turbare le stesse prospettive di sopravvivenza nonché le stesse basi biologiche della vita”. In queste condizioni – sottolinea Zamagni – il non danneggiare gli altri (che per l’etica liberale tradizionale è l’unico limite alla libertà d’agire a livello personale) non è più sufficiente, in quanto occorre fuoriuscire dall’indeterminatezza e stabilire chi siano “quelli” che non devono essere danneggiati.
Zamagni ritiene che, per uscire dall’incertezza si debba adottare la prospettiva di analisi della responsabilità fondata sull’”etica del futuro”, formulata dal filosofo tedesco Hans Jonas, in “Il principio di responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”. L’interpretazione del concetto di responsabilità offerta dal filosofo tedesco presuppone la liberazione dell’uomo dai problemi posti dal “dominio sconfinato della tecnoscienza” e della possibilità che le azioni ad essa informate “possano trasformare o alterare le strutture originarie della vita umana”. A tal fine, secondo Jonas, occorre che la responsabilità sia definita sulla base di un “imperativo non eludibile”, ovvero sulla base di un dovere, per l’essere umano, di non danneggiare se stesso con le proprie azioni e di difendere la specie umana, per garantirne la sopravvivenza. Da ciò consegue che l’uomo contemporaneo debba sempre comportarsi senza mai fare dell’esistenza una “posta in gioco nelle scommesse dell’agire”.

Secondo Jonas, le possibilità aperte dal potere conferito dai progressi della tecnoscienza hanno messo in crisi i presupposti impliciti all’etica della responsabilità tradizionale; in particolare è stato messo in crisi quello secondo cui l’azione dell’uomo non sarebbe mai stata in grado di violare la natura. Proprio per questo, in passato, la riflessione sulla responsabilità non aveva bisogno di porsi il problema della sopravvivenza della specie umana.
Tuttavia, secondo Zamagni, la prospettiva di analisi del concetto di responsabilità di Jonas presenta il limite di ridurre il fine “dell’uomo alla pura sopravvivenza, intesa in senso basicamente biologico”. Per l’economia civile, invece, il fine dell’uomo, e della società alla quale egli appartiene, non è il semplice sopravvivere, ma il “vivere bene”; ciò, per rendere possibile la “piena realizzazione di tutte le capacitazioni [nel senso di Amartya Sen]della persona”. Sul piano del vivere insieme, ciò implica – sostiene Zamagni – “una disponibilità da parte della politica alla trasformazione dell’assetto istituzionale esistente, non tanto alla sua conservazione con interventi meramente riformisti”, quanto al suo continuo adattamento alle aspirazioni dell’uomo alla realizzazione piena del proprio progetto di vita.

Dopo la lunga premessa sull’evoluzione del concetto di responsabilità e sulla più comprensiva definizione dello stesso formulata all’interno della prospettiva di analisi di Jonas, Zamagni si chiede: “Se il fondamento di un comportamento responsabile non può essere il solo calcolo economico, né il rispetto formale della norma legale, né la libertà di fare ciò che si vuole, dove lo si può cercare? […] Se il fine ultimo è il compimento della persona […], come un tale fine può essere perseguito in un ambito come quello economico”, dove la massimizzazione del risultato dell’azione individuale è “considerata condizione di successo nel mondo degli affari?”. Se è impossibile vivere senza un’economia di mercato – risponde Zamagni -, non è detto che questa sia l’unica via del progresso. Se il mercato è necessario, in esso possono essere oggetto di scambio solo le cose, non anche le persone e l’insieme delle loro reciproche relazioni, che stanno a fondamento del loro “vivere bene”. Esistono valori, asserisce Zamagni, che possono essere realizzati attraverso il mercato, solo se, secondo la prospettiva dell’economia civile, lo si considera come luogo in cui sia possibile perseguire la “virtù” e non solo la ricerca di “rendite”.

E’ noto come il mercato sia stato originariamente definito come il luogo all’interno del quale l’uomo è capace di dare vita, con le proprie azioni, a conseguenze buone o cattive a seconda delle circostanze, del tutto imprevedibili e non intenzionali; quindi del tutto indipendenti da ogni considerazione sulla moralità dell’agente. Con l’inizio della modernità e la progressiva affermazione del mercato, si è dovuto affrontare il problema di trovare il modo di “assicurare un ordine sociale senza ricorrere al principio d’autorità o a presupposti teologici”; se, con l’istituzionalizzazione del mercato, non si poteva prescindere che in esso potesse prevalere il “vizio” della ricerca di rendite da parte di agenti egoisti, occorreva trovare le particolari condizioni che in qualche modo valessero a “giustificare” il loro comportamento. La soluzione della “mano invisibile” di Adam Smith è servita allo scopo; secondo il filosofo-economista morale scozzese non era necessario assumere la moralità delle azioni degli agenti di mercato, a condizione che fossero stati “predisposti (e fatti correttamente funzionare) ben definiti meccanismi di mercato”. La genialità della metafora di Smith, a parere di Zamagni, è consistita proprio nel fatto d’aver consentito di dimostrare che “gli individui servono l’interesse collettivo proprio quando sono guidati nelle loro azioni dall’interesse proprio”.
Nel mercato guidato dalla mano invisibile smithiana, gli esiti finali del processo economico “non conseguono dalla volontà di un qualche ente sovrastante […], ma dalla libera interazione di una pluralità di soggetti, ognuno dei quali persegue razionalmente il proprio obiettivo, sotto un ben definito insieme di regole”. Per Zamagni, l’elegante dimostrazione di Smith, che il libero mercato, quando razionalmente governato, produce risultati ottimali, sia per gli agenti che in esso operano che per l’intera collettività, nasconde in realtà “elementi di fragilità”. Ciò perché, il ragionamento alla base del convincimento che il mercato possa consentire con libere scelte individuali, il perseguimento di risultati ottimali per tutti, “non è quasi mai vero”; sarebbe vero “se il soggetto che sceglie avesse preso parte alla definizione del menù di scelta”.

Infatti, la scelta sarebbe libera solo se gli agenti avessero preso parte alla definizione dell’insieme delle alternative tra le quali essi possono scegliere; se l’insieme delle alternative è già dato, perché fissato da altri, la condizione di libertà di scelta non è soddisfatta. Si deve allora concludere – sottolinea Zamagni – “che l’inganno e la manipolazione delle preferenze degli agenti, essendo endemici al meccanismo di mercato”, determinino il venir meno della responsabilità degli agenti. Così stando le cose, accettare il libero mercato alla base dell’ordine sociale non implica necessariamente una sua organizzazione deresponsabilizzante; ciò perché esso (il mercato) può essere organizzato in maniera tale da fare sempre risaltare la responsabilità delle azioni degli agenti che in esso operano.
Quanto ciò sia necessario è reso evidente dal fatto che nella produzione di beni e servizi nelle condizioni storiche attuali (caratterizzate dalla presenza del fenomeno della globalizzazione), è “l’anonimato” dei suoi protagonisti (in particolare delle organizzazioni d’impresa) e gli effetti di lunga gittata delle loro operazioni che “tendono a scoraggiare o addirittura a dispensare gli individui dal sentirsi responsabili di quel che fanno”.

Negli ultimi due secoli, la scienza economica è stata in grado di far valere il senso di superiorità che le derivava dal fatto d’essere considerata la più scientifica delle scienze sociali; una presunzione fondata sul nucleo duro espresso “dal celebrato modello della scelta razionale”, posto a fondamento dell’agire dell’homo oeconomicus. Da qualche tempo – sostiene Zamagni – si è affermato “un interesse crescente degli economisti nei confronti del problema riguardante i presupposti antropologici del discorso economico”, ancora dominato da una concezione limitata del benessere personale e dall’incapacità di riconoscere la rilevanza dell’esistenza nell’uomo di “disposizioni che vanno oltre il calcolo dell’interesse personale”.
Tali insufficienze del discorso economico hanno motivato molti economisti a interiorizzare la necessità di un cambiamento del “raggio d’azione della ricerca economica”. Da questo allargamento è emerso con chiarezza – secondo Zamagni – “il segnale del disagio di continuare a muoversi entro una camicia di Nesso che impone di credere alla presunta neutralità del discorso economico”. I limiti del discorso economico tradizionale sono emersi con “conseguenze devastanti” in ambiti specifici della teoria economica, quali ad esempio quello della giustizia distributiva e quello della qualità dell’impatto sull’ambiente naturale delle moderne attività industriali.
I limiti che la teoria economica tradizionale ha sempre presentato riguardo al problema della giustizia distributiva sono riconducibili, a parere di Zamagni, innanzitutto al permanere del convincimento tra gli economisti della validità dei dogmi dell’ingiustizia, considerata l’esito di “una sorta di legge ferrea cui il genere umano mai si sarebbe potuto sottrarre”; oppure, l’esito della credenza che l’”elitarismo” dovesse essere sempre incoraggiato, nel convincimento che il “benessere dei più” potesse crescere “maggiormente con la promozione delle abilità dei pochi”. Riguardo al problema ecologico, l’insufficienza della teoria economica tradizionale è invece riconducibile alla persistenza di un altro dogma, quello secondo il quale il sistema economico, “attraverso i suoi stessi meccanismi”, sarebbe sempre riuscito a superare, con un continuo flusso di innovazioni tecnologiche, qualsiasi impatto negativo del processo produttivo sull’ambiate. Si tratta di un dogma smentito dalle modalità di funzionamento delle attuali economie industriali, i cui effetti esterni sull’ambiente, se nel passato potevano essere considerati trascurabili, oggi causano invece danni irreversibili sulle risorse naturali indispensabili per la vita dell’uomo.

Gli effetti delle ineguaglianze distributive e dei danni ambientali irreversibili sulla stabilità dell’attività produttiva e della tenuta della coesione sociale impongono oggi, conclude Zamagni, non solo una completa ristrutturazione degli attuali metodi produttivi, ma anche e soprattutto “nuove categorie di pensiero per una disciplina – l’economia appunto –troppo a lungo rimasta estranea” alle problematiche che agitano il mondo contemporaneo e all’urgenza di una più puntuale definizione di bene comune.
Non si può che condividere l’analisi critica che Stefano Zamagni formula nei confronti delle categorie proprie della teoria economica tradizionale; ugualmente va condiviso il suo convincimento che la ristrutturazione degli attuali metodi produttivi e l’introduzione, nel corpus teorico della teoria economica, di nuove categorie di pensiero dipendano dalla necessità che gli economisti, nello svolgimento della loro professione (per stabilire quali “regole e quali strumenti” rispondono a una più comprensiva definizione dei bene comune), si aprano più alla ragione sapienziale che a quella strumentale; il problema di fondo, però, sta nel fatto che, nell’esercizio della loro professione, la maggior parte degli economisti tende, oggi come ieri, ad aprirsi molto più alla ragione strumentale che a quella sapienziale.

Gianfranco Sabattini

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