mercoledì, 21 Ottobre, 2020

La revisione socialista sia patrimonio del nostro piccolo PSI

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Sono diventato socialista da ragazzo. Lo era già mio padre, lo era mio nonno. Ma l’elemento decisivo è stato il Sessantotto. I riformisti erano considerati traditori. Amavo sfidare le mode. Ero eretico e consideravo l’Urss una dittatura comunista, Mao e Castro miti violenti. M’innamorai di Filippo Turati. Citavo spesso, quando eravamo tra studenti liceali, i suoi due discorsi, quello al congresso di Bologna del 1919 e quello di Livorno del 1921. Il leader riformista sapeva unire cultura, esperienza, disincanto, capacità profetica, dosi avvolgenti di ironia. Nenni era il leader della corrente autonomista del Psi. Divenni un giovane socialista, riformista, autonomista nenniano. Uno dei pochi, per la verità. Di li a poco conobbi Loris Fortuna, anche lui autonomista, e mi impegnai, polemizzando con i comunisti, sulla battaglia per divorzio e aborto, iscrivendomi anche, tra i primi, al Partito radicale.

Nel 1976, quando ero da un anno consigliere comunale a Reggio Emilia, venni eletto, come membro della segreteria della Fgsi, nel Comitato centrale del Psi sia pure come supplente e partecipai nel luglio dello stesso anno al Comitato centrale del Psi che elesse Craxi alla segreteria. Con Craxi segretario e Nenni presidente incrociai il mio percorso preferito. Quegli anni furono entusiasmanti per noi. Il nuovo corso, il rilancio di una funzione autonoma del Psi nella sinistra, la riappropriazione di un ruolo internazionale ed europeo, coi meeting dei leader euro socialisti, da Gonzales, a Soares, a Mitterand, a Papandreu, il cosiddetto saggio su Proudhon, che altro non era che una presa di posizione teorica contro il comunismo, la posizione assunta sul caso Moro, il lancio della prospettiva della grande riforma delle istituzioni, oltre alla rinascita del confronto culturale grazie a Mondoperaio, coi suoi quaderni, Critica sociale, l’Avanti, il progetto socialista, la nuova sede e la libreria di Mondo operaio, rappresentavano l’affermazione di una nuova identità che si voleva più incisiva e per niente annullata dal berlinguerismo. Dopo la sconfitta del Psi demartiniano eravamo tornati sulla cresta dell’onda. Solo più tardi, a partire dal 1985, arriveranno anche i risultati elettorali. Positivi, mai travolgenti.

Ma mi fermo al dibattito teorico. Oggi è scomparso. Una volta era d’obbligo. Siamo andati a tal punto controcorrente, e questo mi pare fra tutti una capacità tipica di quel periodo, da contestare il concetto di uguaglianza, per sostituirlo con quello di equità, da considerare non sovrastrutturale ma fondamentale, la riforma delle istituzioni, compresa la revisione della Costituzione, suscitando scomuniche dai dogmatici del Pci, da difendere non solo il pluralismo politico, ma anche quello economico, considerandoli strettamente legati, da introdurre il merito tra le categorie di una sinistra conservatrice, da esaltare in un’Italia indecisa il decisionismo, concordando sulla consultazione, ma non sulla concertazione sindacale. Abbiamo sfidato la sinistra ufficiale sui missili a Comiso e sulla guerra del Golfo, meritando gli insulti dei pacifisti a senso unico e anche dei comunisti o ex comunisti che poi hanno promosso contro la Serbia una guerra senza l’Onu. Ma abbiamo sfidato anche gli Usa, su Sigonella, i bombardamenti in Libia e sulla questione palestinese. E soprattutto i poteri forti (Berlusconi non ne faceva parte) e in particolare quello aggregato dal cosiddetto partito di Repubblica.

Ecco vorrei che questo patrimonio ideale di revisioni non andasse disperso e che il nostro piccolo partito lo facesse suo, rinnovato e adeguato in una situazione nella quale non solo la cultura e la teoria sono scomparse, ma anche la storia pare finita al macero. Che non ce lo scordassimo assumendo posizioni, magari le stesse che ieri abbiano contrastato. Il grande merito del nostro vecchio partito, fino al 1989, è stato quello di arrivare prima degli altri. Oggi non vorrei che gli altri arrivassero, nelle intuizioni delle novità, assai prima di noi. Per questo ho voluto polemizzare non solo coi nostalgici (non con la nostalgia che è sentimento nobile e anche giustificato, ma con il nostalgismo, cioè con la politica ridotta a nostalgia), ma anche coi dogmatici, cioè con coloro che non ricordano o volutamente dimenticano il patrimonio ideale del nostro passato. Contesto Renzi per la sua superficialità, non credo sia nemmeno capace di scrivere un saggio sui suoi princìpi, sul suo modo di essere riformista. Scrivere con Twitter e su Facebook sara più moderno, ma non è la stessa cosa. Prendo però atto che non si può vivere prescindendo dal web, vedo che funziona così anche al Sinodo. Contesto Renzi per il suo modo di agire (trattare col sindacato è per lui una noia, meglio mangiarsi un gelato), però non posso contestare Renzi se sull’economia, il sindacato e financo sulla giustizia le sue posizioni sono le stesse che noi abbiamo anticipato. Insisto su questo. La nostra revisione deve essere al servizio dell’Italia. Guai a noi se adesso la contestassimo noi stessi.

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