lunedì, 17 Giugno, 2019

La Rossanda, Magri, ma anche Craxi…

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Vedevo spesso Bettino Craxi passeggiare in Transatlantico con Lucio Magri. Parlavano, si confrontavano, si rispettavano. Non tutti sanno che tra Craxi e Cossutta c’era una vecchia amicizia e che Ugo Intini venne rimproverato da Bettino perché, a suo dire, aveva mancato di rispetto a un vecchio compagno come Pajetta. In Craxi convivevano due particolari riconoscimenti: quello verso chi manteneva una coerenza ideale con una tradizione e quello verso chi possedeva una raffinata cultura politica. Le ricordo a proposito dell’intervista appassionata e disperata di Rossana Rossanda, rilasciata al Corriere.

La Rossanda, 95 anni, lucidissima e ancora appuntita nel tracciare giudizi sugli uomini e le situazioni, parla del tempo presente senza quel distacco che l’età potrebbe consentirle. Anzi lo fa con angoscia, quasi con orrore. Parla di imbarbarimento, di volgarità. E in effetti desta un certo scalpore il paragone tra gli intellettuali del Manifesto come lei, Luigi Pintor, Lucio Magri, la Castellina, che si sorbivano libri come caffé e scrivevano e fondavano riviste e quotidiani, coi personaggi del tempo presente. La ragazza del secolo scorso, come la Rossanda si é definita in un suo celebre libro, ammette il fallimento del suo, del loro, progetto, che certo peccava di astrattismo, di intelettualismo, di utopia. A tal punto che proprio la fine dell’Unione sovietica, in quel magico 1989, e poi il suo sgretolamento definitivo del 1991, quel mito che donne e uomini come la Rossanda, Magri e Pintor contestarono tra i primi dentro il Pci, dal quale furono espulsi per frazionismo nel 1969, diventano paradossalmente anche la loro fine.

E anche quella di Craxi, che dalla caduta del muro di Berlino non seppe trovare la forza per aprire subito una nuova stagione. Cosi quel mondo crollato diventò una barriera invalicabile, un Everest della politica, un buco nel futuro. Si, quegli incontri nei primi anni novanta questo in fondo segnalavano e cioè l’idea se non della fine della storia, come vaticinava Francis Fukujama, almeno della morte della politica. La politica alta, quella dei valori e degli ideali che sorreggevano filosofie e progetti di società alternativi. A giudizio della Rossanda Lucio Magri scelse di morire anche per questo. Influì certo il dolore straziante per la scomparsa della moglie Mara, ma a giudizio della Rossanda la sua fu anche una scelta politica. E per questo lei non cercò mai di dissuaderlo e lo accompagnò. Perché si ha anche il diritto di scegliere di morire.

Non penso proprio che sia una forzatura accomunare in questa scelta di morire, come scelta politica, anche coloro che su altri versanti decisero di uscire dalla dimensione politica, di accucciarsi altrove. Togliendosi l’anima se non il corpo. Spesso mi chiedo che cosa avrei fatto della mia vita se avessi diciassette oggi e non nel 1968. Non penso che mi sarei infatuato del confronto, che peraltro é oggi estinto come tutte le buone abitudini, nelle assemblee studentesche e nei cineforum. Sceglierei un’altra vita. La politica di oggi respinge i buoni propositi. Sì, si é involgarita, é divenuta solo show quando va bene, più spesso inutile esercizio elettorale. Cosi questa intervista e la considerazione della fine di Magri, come la scelta di chiudere il sipario perché la tragedia é finita, inducono alla riflessione, al rispetto e in fondo, almeno un po’, alla condivisione.

 

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

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