martedì, 24 Novembre, 2020

La scuola che non c’è

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Considerazioni di un sognatore sul sistema scolastico italiano non più adeguato alle esigenze di una società già da tempo profondamente cambiata e destinata, almeno nel futuro più immediato, ad assistere ad ulteriori mutamenti.

 

La scuola che c’è (da dove viene?)

Il sistema scolastico italiano, a partire dalla Legge Casati del 1860 fino all’ultima vera legge di riforma, quella della “Buona Scuola” del governo Renzi, si è radicalmente evoluto. Sono una decina gli interventi legislativi di riforma più significativi. Inizialmente attuati a distanza di molti anni gli uni dagli altri e, invece ultimamente, ad intervalli di tempo molto ravvicinati (5 anni tra la riforma Moratti e quella di Gelmini).

Una prima riflessione sul dato temporale, cioè la durata in vita di ogni singola riforma. Forse non è per puro caso che le riforme Casati, Coppino, Orlando e Gentile abbiano avuto una vigenza lunga, rispetto alle successive. Costituivano, è vero, in un certo senso le fondamenta di un sistema scolastico che avrebbe dovuto offrire a tutti i cittadini pari opportunità sul piano della formazione in senso generale.

Diversa la riflessione che si può fare in merito alla breve durata media delle riforme approvate ed attuate dagli anni settanta ad oggi. Se si esclude il periodo del ministero Falcucci, nel corso del quale la scuola italiana ha vissuto cambiamenti prima impensabili: Decreti Delegati per la gestione sociale della scuola, assegnazione alle scuole di docenti di sostegno a studenti diversamente abili, accesso all’università senza il privilegio per il liceo classico, tanto per fare esempi, le riforme successive sono state di breve respiro e dettate più che altro da convenienze di parte. In un caso, addirittura, la legge Berlinguer nel 2000 è stata approvata e non è mai andata in vigore!

Ad oggi è vigente la legge 107 del 2015, voluta dal governo Renzi i cui decreti attuativi sono stati emanati dalla ministra senatrice Valeri durante il governo Gentiloni. Legge che, purtroppo, ha contribuito non poco a creare nella scuola un clima non proprio ideale per un ambiente educativo.

La scuola che c’è (da cambiare)

La scuola che c’è (da cambiare) è nei fatti. Lo certifica il Rapporto Ocse “Education at a Glance 2019”:

– la differenza di retribuzione tra gli insegnati italiani e quelli europei è talmente evidente da rendere quasi inutile documentarla, cifre alla mano. Il confronto con i paesi europei più avanzati è, a dir poco, impietoso. Siamo in coda, nell’ordine a: Germania, Belgio, Olanda, Francia e Spagna;
– al netto un docente di scuola superiore al massimo della carriera percepisce meno di 2mila euro (1.960), all’inizio, invece, 1.350 euro. Un docente di scuola media, invece, all’inizio di carriera prende 1.350 euro, poi alla fine ne prende 1.895. Per quanto riguarda, invece, i docenti della scuola dell’infanzia, all’inizio della carriera prendono 1.262 euro, poi a fine sono 1.759 euro;
– oltre al danno, anche la beffa! L’orario di servizio degli insegnati italiani è differenziato per ordini di scuola. Si va dalle 32 ore settimanali dei docenti di scuola dell’infanzia, le 24 degli insegnanti di scuola primaria, alle 18 nella scuola media inferiore e superiore. Ci si aspetterebbe che chi lavora di più percepisca anche una retribuzione superiore. Non è così. Esiste una relazione inversamente proporzionale tra il numero di ore di lavoro e le relative retribuzioni: chi più lavora meno percepisce;
– l’Italia registra la terza quota più elevata di neet, giovani che non lavorano, non studiano e non frequentano un corso di formazione. Il 26% tra quelli dai 18 ai 24 anni è neet, rispetto alla media Ocse del 14%;
– la nostra scuola perde per strada un numero troppo alto di giovani prima del traguardo dell’obbligo, ed accompagna un numero troppo basso di giovani al conseguimento della laurea;
– la spesa per l’istruzione è ancora inferiore alla media europea di più di un punto percentuale;
– nell’anno scolastico 2016/17 e nel passaggio all’anno successivo, ben 131.062 studenti hanno abbandonato la scuola, non assolvendo all’obbligo (dati MIUR);
– solo una persona su sei, fra quelle in età di lavoro, ha la laurea in Italia. E’ il secondo dato peggiore in Europa dopo la Romania (Il Messaggero.it):
– dagli ultimi dati INVALSI risulta che un ragazzo su 5 lascia le superiori o non è preparato. C’è un 7% di “diplomati ignoranti” e gli abbandoni scolastici sono tornati a crescere. Solo Romania, Malta e Spagna fanno peggio (Corriere della sera).
La saggezza antica consiglierebbe di non strafare con gli argomenti a favore o contro (Qui nimium probat, nihil probat), ma bisogna pur evidenziare le carenze, a volte anche gravi, e le contraddizioni di un sistema scolastico che mostra di non essere più, ammasso che lo sia stato in altri tempi, in grado di rispondere alle richieste della società attuale.

 

La scuola che c’è (come potrebbe cambiare)

– Aumento significativo degli investimenti pubblici

L’Italia spende poco e male per la scuola, sia come percentuale del Pil (3,9%), sia come percentuale della spesa pubblica totale. Gli investimenti italiani sono al di sotto della media Ue. Il risultato? Un alto tasso di abbandono e una percentuale di disoccupazione post laurea allarmante (LINKIESTA giornale on-line).

– La formazione dei docenti

Nel campo della formazione degli insegnanti, in Italia si è dato molto spazio alle competenze disciplinari, dimenticando quasi completamente la dimensione relazionale dell’insegnamento a tutti i livelli. “Insegnare” non è e non può essere solo trasmettere delle nozioni. Chiunque abbia, anche saltuariamente, varcato la soglia della porta di un’aula scolastica, sa che ancora prima di affrontare con la classe qualsiasi argomento, anche il più accattivante, sono necessarie tre condizioni: conoscere ciò di cui si vuole parlare (competenza disciplinare), instaurare un corretto rapporto con gli alunni (competenze minime di psicologia) e un approccio alla trasmissione del sapere basato sulle competenze in ambito metodologico-didattico.

– Il tempo scuola

La necessità di un ampliamento della variabile “tempo” in tutti gli ordini e gradi della scuola italiana, è data da almeno due fattori: il ruolo anche sociale che riveste il servizio scolastico nell’attuale società (si veda l’istituzione del “tempo pieno” nella scuola primaria degli anni settanta), e la necessità di interventi di sostegno finalizzati a permettere al maggior numero di alunni di raggiungere livelli minimamente adeguati di alfabetizzazione obbligatoria.

Si potrebbe ipotizzare di mantenere il tempo del mattino a disposizione degli insegnanti per le attività così come sono organizzate attualmente (lezioni frontali) e il tempo pomeridiano (da quantificare) per l’attivazione di “protocolli didattici” per il sostegno all’apprendimento, sulla base delle migliori (riprendere e rivalutare le intuizioni dei grandi educatori, psicologi e pedagogisti del passato) in campo psicopedagogico e della didattica, senza che questo possa essere visto dai docenti come un limite alla loro libertà d’insegnamento.

– Istituti professionali

“I dati sull’occupabilità o i divari salariali spiegano perché l’Italia si classifichi agli ultimi posti rispetto al benchmark (banco di prova) dell’Europa 2020: abbandona precocemente l’iter d’istruzione o formazione professionale il 17% dei discenti (obiettivo UE 10%) e solo il 22,4% degli adulti di età compresa tra i 30 e i 34 anni ha conseguito un diploma di studi superiori universitari o equivalenti (obiettivo 40%). L’obiettivo che l’Italia si pone a livello nazionale per l’Europa 2020 resterà comunque al di sotto dell’obiettivo atteso per il 2013, ovvero che almeno il 26% degli iscritti completi l’iter di studi superiore universitari o equivalenti”.

– Dispersione scolastica

Il fenomeno della dispersione scolastica è considerato da anni un’emergenza italiana. In un paese dove vige l’obbligo di frequentare la scuola almeno fino ai 16 anni, la percentuale dei ragazzi che non va oltre il conseguimento della licenza media è del 15%- Questo annoso problema non può essere affrontato e risolto (o almeno ridotto a termini accettabili) solo migliorando l’offerta formativa della scuola (strutture adeguate, docenti preparati). E’ del tutto evidente, infatti, che tale fenomeno ha radici anche fuori dal contesto scolastico. Coinvolge le famiglie e l’ambiente sociale in cui i ragazzi vivono. E’quindi necessario prevedere forme di intervento in tale contesto, al fine di motivare i giovani e le loro famiglie, rispetto ad un obiettivo di crescita anche culturale.

– Valutazione degli alunni

C’è in Italia una generazione di insegnanti (in via di estinzione?) che ha riflettuto molto sul tema della valutazione scolastica. E’ nata anche una disciplina universitaria nel merito: la docimologia. Sembrava di aver raggiunto un traguardo importante: che senso ha valutare un alunno della prima classe della primaria con valori da zero a dieci? Oggi i tanti tentativi di trovare un’alternativa ai voti in decimali, sembrano falliti: “La valutazione degli apprendimenti delle alunne e degli alunni frequentanti la scuola primaria e secondaria di primo grado è effettuata dai docenti di classe, mediante l’attribuzione di un voto in decimi”.E come poteva andare a finire diversamente, in barba ai docimologi e ad altre barbe di insegnanti idealisti incalliti? Evviva, si torna ai bei tempi. Sarà contento il mio professore di greco, il quale contava gli errori, poi partiva da dieci a scalare finché c’erano errori. Qualcuno prendeva anche 3 sotto zero! Tutto è possibile. Anche che oggi una dirigente scolastica, a fronte di un alto numero di bocciati in classi di scuola primaria se ne esca con un commento del tipo: “Finalmente si torna a bocciare!” e, dall’altra parte del tavolo, la maggioranza dei docenti applauda. Ciò significa una sola cosa, che gli operatori di quella scuola non si rendono conto di aver bocciato se stessi, non i loro alunni. I bambini non vanno a scuola né per essere promossi, né per essere bocciati. Il significato dei termini “bocciare” e “promuovere” lo apprendono, purtroppo, dagli adulti la cui azione, come scrive una grande e dimenticata pedagogista italiana Maria Montessori, “anche se non c’entra la volontà, è diabolica nei suoi effetti di distruzione e disgregamento di tutto ciò che il bambino va costruendo laboriosamente e delicatamente nella sua vita interiore: l’adulto non se ne accorge, il bambino ricomincia, l’adulto ancora distrugge”. Ovviamente dovrebbe, di pari passo, aumentare anche il tempo scuola dei docenti (32 ore per tutti?), attualmente differenziato senza un valido motivo.

Giancarlo Volpari

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