mercoledì, 23 Ottobre, 2019

La scuola italiana bocciata dall’Ocse

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Si riaprono le scuole con tutte le falle lasciate aperte dal governo giallo verde appena franato. Ma le falle non sono solo quelle dei vuoti di organico che fanno presagire un nuovo anno scolastico pieno di supplenze. Sono anche problemi più vecchi che il comparto si porta dietro da anni, come per esempio la differenza di retribuzione tra gli insegnanti italiani e quelli d’Europa. Nei giorni scorsi è uscito il rapporto Ocse sulla scuola. Il quadro che ne esce è a dir poco preoccupante. Nei prossimi dieci anni, la scuola italiana si ritroverà con un milione di studenti in meno e circa la metà degli attuali docenti che andranno in pensione. L’Italia ha la quota maggiore di docenti ultra 50enni (59%) e anche la quota più bassa di insegnanti di età tra i 25 e i 34 anni nei Paesi Ocse. Il 68% degli insegnanti ha dichiarato che migliorare i salari dei docenti dovrebbe essere una priorità.

Un altro dato negativo, che emerge nel Rapporto Ocse “Education at a Glance 2019”, presentato a Parigi riguarda i neet: l’Italia registra la terza quota più elevata di giovani che non lavora, non studia e non frequenta un corso di formazione (il 26% tra quelli tra 18 e 24 anni è neet, rispetto alla media Ocse del 14%).

L’Italia e la Colombia sono gli unici due Paesi dell’Ocse con tassi superiori al 10% per le due categorie (inattivi e disoccupati) tra i 18-24enni. Inoltre, la Grecia e l’Italia sono gli unici Paesi in cui più della metà dei 18-24enni è rimasta senza lavoro almeno per un anno. Infine, in Italia, il tasso di giovani neet aumenta fino al 37% per le donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni.

Il Rapporto svela anche però più di un dato positivo. Il primo è che in Italia tutti i giovani di età compresa tra i 6 e i 14 anni – l’età che copre la scuola dell’obbligo nella maggior parte dei Paesi dell’Ocse – sono scolarizzati. Non solo: la piena scolarizzazione (i tassi di scolarizzazione superiori al 90%) inizia prima nel nostro Paese, all’età di 3 anni, con un tasso di scolarizzazione del 94% tra i bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni, rispetto all’87% in media nei Paesi dell’Ocse.

Inoltre, nelle scuole dell’infanzia il numero di bambini per insegnante si attesta a 12, rispetto alla media Ocse di 15. L’altro elemento positivo che emerge dallo studio è che nel nostro Paese il conseguimento della laurea sta aumentando per le generazioni più giovani, sebbene rimanga relativamente basso. Nel 2018 la quota di 25-64enni con un’istruzione terziaria era del 19% rispetto al 28% tra i 25-34enni.

Gli adulti con un titolo di studio dell’istruzione terziaria in alcuni degli ambiti relativi a scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (note come discipline Stem) registrano tassi di occupazione prossimi alla media Ocse: questo è il caso per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (87%), ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia (85%).

Le donne laureate, in Italia, guadagnano in media il 30% in meno rispetto agli uomini (il 25% è la media nei Paesi Ocse). L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo evidenzia anche come l’Italia spenda poco per l’istruzione, circa il 3,6% del suo Pil dalla scuola primaria all’università, una quota inferiore alla media Ocse che è del 5% e uno dei livelli più bassi di spesa tra i Paesi dell’Ocse. La spesa è diminuita del 9% tra il 2010 e il 2016 sia per la scuola che per l’università, più rapidamente rispetto al calo registrato nel numero di studenti.

Il nostro paese ha fatto alcuni progressi, in realtà, ma i docenti sono mal pagati; ci sono moltissimi giovani che non studiano, non lavorano e non si formano; la percentuale dei laureati resta tra le più basse e molti fanno fatica a trovare lavoro; per finire, la spesa per l’istruzione è ancora inferiore alla media di più di un punto percentuale.

L’Italia resta però uno dei paesi dove le rette sono più alte e il numero dei laureati nella fascia d’età 19-64 anni non supera il 19%, mentre la media Ocse si attesa su un lontano 37%. Non solo: l’università non riesce sempre a garantire un’occupazione – e, anche quando lo fa, non garantisce uno stipendio significativamente più elevato rispetto a chi si è fermato alle superiori.

A fare più fatica sono i ragazzi che si laureano nelle materie artistiche e in quelle umanistiche. Solo il 72% dei primi e il 78% dei secondi hanno un lavoro. Va un po’ meglio ai loro coetanei che hanno frequentano facoltà scientifiche, tra cui la percentuale di occupati sale all’84%.

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