venerdì, 6 Dicembre, 2019

LA SFIDA DEL 3%

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Nencini-infrastrutture

Riccardo Nencini, vice ministro delle Infrastrutture, ha appena incontrato il neo ministro Graziano Delrio. Ed esce dal colloquio particolarmente soddisfatto. Non avevo dubbi. Graziano lo conosco bene. È un tipo gentile e alla mano, sorridente e piacevole, non gigioneggia e ti fa sentire sempre a tuo agio. Ma soprattutto non è un improvvisatore. Contrariamente a Renzi non è personaggio da copertina e men che meno da avanspettacolo. Si prepara prima di parlare, studia, approfondisce. È anche trasparente come il suo esile corpo, irrobustito grazie a un passato da calciatore dilettante. Riccardo mi osserva quasi per scrutare se le sue impressioni sono esatte.

“Sì, l’impressione che ne ho ricavato è molto buona. Mi è parsa una persona equilibrata, seria, attenta ai particolari”.

Di cosa avete parlato?
Soprattuto dell’allegato delle infrastrutture al Dpef, un documento molto importante e stavolta, contrariamente al passato, decisamente innovativo.

In che senso?
Nel senso che stavolta verranno inseriti solo gli interventi prioritari, cioè quelli finanziati e che dovranno essere appaltati e cantierati da qui al 2020. Parlo, per ciò che riguarda le ferrovie, della Napoli-Bari, dell’Alta velocità in Sicilia, del traforo del Brennero, poi del valico dei Giovi. Tutto questo naturalmente in coerenza, e questo vale anche per le opere autostradali, con i cosiddetti corridoi europei, quattro dei quali interessano il nostro Paese. Non dimentichiamo poi le altre opere, quali la grande viabilità ionica che intesserà dal sud al nord la parte orientale della Calabria, la Salerno-Reggio Calabria, il quadrilatero Marche-Umbria. Nonché i nodi delle città metropolitane.

Naturalmente si proseguirà con la Torino-Lione, o ci sono ancora perplessità e tentennamenti? Si tratta di un’opera fondamentale per il corridoio Portogallo-Russia, se non vado errato…
Certamente. La ferrovia Torino-Lione proseguirà come prevedono gli accordi con la Francia e quelli in sede comunitaria.

Il rimpasto parziale non pare ancora completo. Dopo la sostituzione di Lupi con Delrio manca sia il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sia la ricompensa per il Nuovo centrodestra.
Nel Nuovo centrodestra ci sono due divisioni. Una politica, interpretata dalla De Girolamo e forse da qualcun altro, che vorrebbe l’uscita del partito dal governo. Poi c’è una divisione più attinente col potere, tra chi rivendica un ministero forte e chi accetta l’offerta del ministero delle Regioni con qualche delega in più. Quest’ultima, che è la posizione di Alfano, alla fine prevarrà.

Il nuovo Italicum, anche se migliorato rispetto alla stesura iniziale, a me continua a non piacere. È una legge elettorale tutta ricalcata su un modello presidenziale che non c’è. Poi elimina le coalizioni introducendo il premio alla lista, cosa che complica molto la nostra ricerca del tre per cento.
Quest’ultima stesura della legge ha accolto sostanzialmente le nostre richieste di modifica sui punti fondamentali, in particolare l’innalzamento della quota per il premio al primo turno, poi l’abbassamento della soglia di sbarramento delle liste e infine il superamento delle liste bloccate. Credo che per questo alla Camera dovremmo approvarla.

Però anche la nostra ricerca di un polo politico elettorale che possa superare il tre per cento diventa più ostica e peserà su di essa il pericolo del ‘voto inutile’.
Dipende da noi. Tutti i problemi esisteranno dal momento in cui ci metteremo in testa di non riuscire a superare il tre per cento.

Questa idea, dopo il recente Consiglio nazionale, resta il nostro orizzonte?
Certo. Lo ha stabilito il documento approvato a stragrande maggioranza, che ha stabilito che il Psi deve restare al governo, che non deve assolutamente far parte di un nuovo polo della sinistra antagonista e che deve tentare di formare, sulla scorta di quanto sta avvenendo alle elezioni regionali, una lista socialista, laica, riformista, democratica e popolare.

A proposito delle elezioni regionali vuoi riassumere le scelte compiute dai socialisti?
Si voterà in sette regioni. In due (Umbria e Campania) presentiamo liste socialiste, in altre due (Toscana e Marche) liste civiche-socialiste, in Puglia, Veneto e Liguria presenteremo candidati nelle lista del presidente. Anche se in Liguria restano tuttora margini di incertezza.

Dopo il Consiglio nazionale si è tenuta un’assemblea delle minoranze del Psi che hanno fondato il movimento di Risorgimento socialista. Che ne pensi?
Penso che ogni movimento di opinione che si muova all’interno di una logica di partito deve essere il benvenuto. Se invece diventa alternativo alla politica scelta e promuove azioni in contrapposizione con le decisioni assunte allora diventa chiaramente incompatibile.

Dunque nessuna possibilità di aderire alla cosiddetta coalizione sociale di Landini?
Il massimalismo è tramontato nel Psi alla metà degli anni settanta. Col Midas. E da allora non è più rinato. Noi siamo stati e siamo tuttora un partito riformista e di governo. Poi cos’è la ‘coalizione sociale’? Un agglomerato di scontento sociale, di movimenti politici e sindacali che più che porsi il problema di governare si pongono quello di mettere il bastone tra le ruote a chiunque tenti farlo.

Quali i prossimi appuntamenti del Psi?
Proprio giovedì si terrà la riunione di tutte le fondazioni socialiste della quale ti so particolarmente interessato. Il 30 aprile, probabilmente alla Camera o al Senato, riunione di un nucleo di alleanza liberalsocialista, riformista e popolare, alla quale parteciperanno anche interlocutori nuovi come Dellai e Della Vedova. Poi il 3 maggio manifestazioni nei capoluoghi delle sette regioni in cui si vota. Dunque una mobilitazione nazionale del partito alla quale tutti saranno chiamati a recare il proprio contributo. Attivo, costruttivo, elettoralmente utile per un autentico risorgimento socialista

Mauro Del Bue

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