domenica, 5 Luglio, 2020

La sfida del cartello riformista

0

L’articolo pubblicato sul Foglio da Roberto Giachetti centra il punto: “c’è posto per i riformisti”. Con Forza Italia ridotta a un ectoplasma politico e il PD che ha scelto di tornare a una impostazione di sinistra molto “tradizionale” l’opinione pubblica riformista, modernizzatrice (o semplicemente di buon senso) non ha in questo momento punti di riferimento forti; d’altra parte l’affollarsi di diverse sigle e leadership in quello spazio politico per un verso è un sintomo di vitalità per l’altro rischia di essere esiziale disperdendo energie.

Giachetti propone un percorso di merito e di metodo a Italia Viva (di cui fa parte), Azione, + Europa, ai socialisti (cui riconosce di avere una “rete territoriale più consistente di quanto si pensi”), ai verdi non integralisti, agli altri radicali, oltre che agli autentici liberali in difficoltà nel centrodestra sovranista e (immagino) ai numerosi riformisti ancora presenti nel PD.

Dal punto di vista del merito va tenuto conto del fatto che tanto le sigle più giovani quanto quelle più antiche hanno investito molto nel costruire (o difendere) la propria identità ed è dunque naturale che siano spinte a rivendicarla e guardino con diffidenza i “vicini”. Certo esistono differenze politico/programmatiche (e qualche ostilità pregressa) ma credo anche esista un minimo comun denominatore “riformista” su tre questioni fondamentali che, da sole, definiscono – a mio modo di vedere- un’identità politica chiara e riconoscibile in cui tutte queste forze possono riconoscersi:
1) Il rifiuto del sovranismo nazionale e l’ancoraggio all’Europa;
2) La priorità assegnata alle politiche di sviluppo e recupero della competitività produttiva rispetto agli interventi di tipo assistenziale;
3) La restituzione di centralità alle istituzioni democratico-rappresentative rispetto agli altri poteri (economici, mediatici, burocratici e giudiziari) che hanno abbondantemente tracimato in questi anni.

Definire da subito un “patto” per riflessioni e iniziative politiche comuni su questi tre temi di (o su altri che possono essere individuati, purché siano “pochi ma buoni”) potrebbe essere un buon metodo per cominciare a verificare se la convergenza di merito è effettiva e se esiste un’area politico elettorale che non solo comprende le sigle esistenti ma può estendersi abbondantemente al di là di esse.
Certo costruire “cartelli” di forze che vogliono mantenere la propria identità ed autonomia organizzativa non è mai facile, bisogna affrontare ostacoli non solo “programmatici” ma anche “organigrammatici” e “politici”. Da potenziale elettore di questo potenziale cartello (e da effettiva “vittima” della divisione tra “+Europa” e “Insieme” nelle elezioni del 2018) posso solo dire che le qualità politiche dei gruppi dirigenti interessati si misureranno nella capacità di affrontare questi nodi senza frantumarsi. Se ci riusciranno avranno meritato di rappresentare il riferimento per un gran numero di elettori riformisti e di buon senso che esistono in Italia e potranno svolgere un ruolo importante nella prossima fase politica, in caso contrario -credo- saranno tutti condannati ad una sostanziale irrilevanza.

Questo, lo dico da semplice iscritto al PSI quale sono, vale anche per noi socialisti. I tentativi in corso di ricomporre la diaspora sono meritori, ma sarebbe una più illusione pensare che, anche se avessero successo, renderebbero possibile un’autonoma presenza elettorale a scala nazionale. Al contrario la collocazione dentro un disegno come quello descritto per un verso favorirebbe il reincontro di chi ha seguito strade diverse per l’altro aiuterebbe a ricostruire presenze istituzionali senza le quali non c’è volontarismo organizzativo che tenga.

Daniele Fichera

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply