martedì, 7 Aprile, 2020

La sinistra sotto il renzismo  

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A meno di un anno dalla nascita del suo governo, San Matteo Renzi ha già al suo attivo un primo indiscutibile miracolo. Ha distrutto il sistema politico italiano, assieme alle formazioni che lo componevano. A destra, Berlusconi è oramai una mummia politica imbellettata, tenuta in vita, con raro cinismo, solo perché permanentemente ricattabile. Il centro riesce ad essere, nel contempo, inesistente e litigioso. In quanto alla sinistra, dopo l’implosione della lista Tsipras (dal copione, “continuiamo a farci del male”), assistiamo,da una parte, all’invereconda salita di massa sul carro del vincitore, dall’altra, alla malinconica conferma della propria volontà di opposizione.

Rimangono, al centro della scena, il cosiddetto “partito della nazione”, privo di identità e, proprio per questo, portatore di messaggi per tutti, da Piersilvio Berlusconi a Gennaro Migliore. E, ai margini, le formazioni populiste, a incanalare la protesta e, al tempo stesso, la sua permanente marginalità politica.

I miracoli, di regola, investono le persone. Non la realtà che le circonda. Nulla è cambiato, o mostra di stare cambiando, nella società e nell’economia italiana; tutto è cambiato o mostra di cambiare nella sovrastruttura politica e nel nostro immaginario collettivo. E ad  opera di una sola persona capace di soddisfare le più diverse e opposte sensibilità; a, al tempo stesso, di costruire un universo politico che ruota intorno a lui. Un universo che ruota sulla contrapposizione bipolare tra il fare e il non fare: da una parte un leader che “fa le riforme”; dall’altra gruppi minoritari che lo ostacolano per puro conservatorismo se non per la difesa di interessi particolari.

Non siamo certo al regime tanto paventato da alcuni. Ma il clima c’è tutto. Un leader che sostiene che chi ha il 41% ha automaticamente la ragione dalla sua parte e, tutt’intorno, un’area indistinta e infinita pronta a riconoscere in Renzi l’unico possibile orizzonte (salvo a cambiare opinione al primo stormir di fronda). Polemiche e argomenti, si dirà, triti e ritriti; perché, allora, riproporli qui?

Il perché è presto detto e nasce dalla convinzione (convinzione non auspicio…) che il bulldozer renziano, più presto che tardi, sia destinato ad andare a sbattere. Confrontandosi, a torto o a ragione, con un ostacolo che non sarà in grado di superare e non avendo gli strumenti per cambiare trotta o per evitarlo.

A quel punto cosa succederà nel deserto di un quadro politico disfatto ? E, soprattutto, quale sarà il futuro della nostra “socialdemocrazia reale” (insomma delle conquiste realizzate nel corso di decenni dal mondo del lavoro e dalla democrazia), in assenza di una forza impegnata a difenderla?

Non stiamo parlando, chiariamolo da subito, dei vari rappresentanti dell’estremismo parolaio (all’insegna, oggi come ieri, del “me ne hanno date però gliene ho dette”), ma di una sinistra di governo. E non per vocazione ministeriale, ma per la sua capacità di proporre soluzioni e vie d’uscita alla crisi italiana ad un tempo credibili e diverse rispetto a quelle messe in campo nel corso di questi ultimi venti anni e che, dopo ogni fallimento, vengono propinate in dosi maggiori. Oggi, questo partito non c’è.

Questa assenza ha radici lontane: il condizionamento esercitato dal Pci e dai suoi eredi; il peso della tradizione massimalista e dell’ideologismo astratto; la subalternità culturale nei confronti del pensiero unico; e via elencando. Tutti temi su cui c’è francamente poco da aggiungere.

È forse, allora, più utile puntare il dito sulla carenza di offerta politica. Insomma, sul fatto che la ricostituzione di un’area politica di sinistra socialista non se l’è proposta concretamente nessuno.

Tutti, invece, si sono preoccupati di ricostituire le loro diverse case, in una logica del tutto autoreferenziale e politicista, realizzando così tanti piccoli edifici, magari formalmente presentabili, ma abitati da pochi intimi e del tutto incapaci di comunicare con l’esterno; e men che meno, di comunicare tra di loro. Questo per dire che un progetto comune e credibile di sinistra di governo non potrà partire dalle formazioni esistenti.

E però la logica autoreferenziale è purtroppo contagiosa. Perché si è trasmessa ai tanti gruppi, marcati culturalmente o a vocazione ecumenica, intellettuali o movimentisti, di matrice socialista, liberale o comunista: molte proposte, molti documenti variamente identitari, molte iniziative sul territorio, ma pochi momenti di sintesi e di collegamento operativo, e poca volontà di scendere in campo misurandosi collettivamente sui temi dello scontro in atto. E quindi, nessuna possibilità di raggiungere la necessaria massa critica.

Così, la sinistra di oggi è, insieme, un campo di rovine e un campo aperto. Nel primo caso non c’è proprio nessuno che sia in grado di dire: “Ecco il leader. Ecco il partito. Ecco il progetto e la linea. Seguitemi!”.

Nel secondo caso, invece, qualcosa si può fare. E da subito. Ci si può cominciare a mettere insieme, come persone di buona volontà, espressione di diverse sensibilità politiche e di diversi vissuti, ma senza esserne condizionati. Non sappiamo quale forma avrà l’area, politica e culturale, di sinistra nel futuro e quali saranno i suoi leader. Il nostro compito è quello di lavorare, a tutti i livelli perché questa area ci sia. E con la consistenza necessaria. Sentiamo che, per esistere domani, una forza di sinistra, deve manifestarsi concretamente nell’oggi. Impegnandosi nei referendum contro la politica dell’austerità, dando forza alle battaglie del compagno Besostri ieri contro il porcellum, oggi contro l’Italicum, sostenendo tutte le iniziative per la difesa della democrazia a livello locale.

Il futuro è incerto. Ma occorre che ognuno faccia la sua parte nel presente.

Alberto Benzoni

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