lunedì, 26 Ottobre, 2020

La società incivile

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Non ho mai pensato, nemmeno negli anni caldi di Tangentopoli, che in Italia esistesse una società civile migliore di quella politica. Non solo perché da che mondo è mondo la seconda è lo specchio della prima, soprattuto in epoche in cui il consenso si misurava con le preferenze. Ma anche perché la diffusione dell’illegalità politica era ampiamente conosciuta, accettata e anche utilizzata da larghe fette di pubblica opinione. Ricorderò sempre, ce l’ho stampato in testa, l’incontro con un bravo compagno durante le inchieste del Pool mani pulite. Si presentò scandalizzato, con le tessere del partito degli ultimi dieci anni nella mano, me le gettò indignato sul tavolo. Poi mi prese da parte per dirmi che la figliola doveva presentarsi a un difficile concorso all’Unità sanitaria locale, pregandomi di fare qualcosa. Naturalmente lo cacciai via in malo modo.

Eppure questa dissociazione, questo doppio comportamento, così inflessibile verso gli altri e così indulgente verso se stessi, è alla base dei dati, invero allucinanti, diffusi dall’ultimo rapporto della Guardia di finanza riferito al 2013. Ne esce il ritratto di un Paese che continua a vivere in buona parte nella più assoluta e indifferente illegalità. E che nel contempo é pronto a impugnare l’arma della più inflessibile questione morale. Partiamo dall’università, solo perché la Guardia di finanza non può fornirci i dati sul comportamento dei magistrati, dipendendo da essi stessi l’indagine. Nelle università italiane proliferano consulenze, incarichi, doppi lavori per professori e incaricati, quasi una prassi, mentre negli Enti locali, nella Motorizzazione civile, nella stessa Agenzia delle entrate e nelle Asl sono stati scovati anche alti funzionari che svolgono attività parallele e spesso in aperto conflitto con la loro primaria attività.

I numeri sono da brivido. Su 1346 verifiche negli enti locali si sono scoperti ben 1704 impiegati con doppio lavoro, ingegneri capo con lo studio privato, un dirigente della Motorizzazione che faceva le perizie, uno dell’Agenzia delle entrate con l’ufficio da commercialista, infermiere della Asl che lavoravano anche in cliniche private. Parliamo di decine di migliaia di persone. A quali vanno sommati i 3.500 finti poveri che hanno fatto uso di sconti e benefici e i 389 finti invalidi che hanno truffato lo stato, nonché gli appalti truccati e spesso concordati in avvio. Il danno erariale ammonta a 3,5 miliardi di euro ai quali va aggiunto un altro miliardo e mezzo per frodi e finanziamenti illeciti. Più dell’Imu per la prima casa. Pensiamo all’enorme area di evasione fiscale ordinaria e abbiamo un quadro tutt’altro che rassicurante per la situazione italiana. Si deve ritenere falsificata così anche ogni cifra che i vari istituti forniscono sulla condizione reale degli italiani. A quella ufficiale andrebbe sempre abbinata quella illegale. Non si capirebbe l’enorme divario tra il risparmio privato e il debito pubblico, la ragione per eccellere in entrambi. La verità è che l’Italia illegale, la cosiddetta società incivile, continua a proliferare, a mantenere buona parte di italiani in ottime condizioni di vita, ma anche a fregare quelli perbene. E questa contraddizione non può non esplodere.

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