mercoledì, 30 Settembre, 2020

La sovrastima della preoccupazione del “macigno del debito”

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Al Seminario che il Comitato Direttivo dell’Associazione “Il Mulino” ha organizzato nel 2019 sul problema del “rapporto fra sistema economico e sistema politico”, , nell’articolo “Il debito italiano in Europa. Un problema mal posto” (pubblicato sul n. 2/2020 della Rivista edita dall’Associazione), Paolo Bosi si chiede se la preoccupazione di diminuire il rapporto debito/PIL non crei “più problemi di quanti ne possa risolvere”; converrebbe – egli afferma – “non tanto ragionare se ridurre e come ridurre il debito pubblico italiano, quanto piuttosto chiedersi che cosa possa significare, per la sopravvivenza dell’Europa e in generale di una società democratica, l’esasperata attenzione portata al debito pubblico”. Ciò soprattutto se, nell’attuale assetto istituzionale europeo, il problema di natura politica del rientro dall’alto rapporto debito/PIL viene legato al ruolo prevalente dei mercati finanziari, poco “interessati” alla vita democratica ordinata dei singoli Paesi.

Secondo Bosi, per ridimensionare l’eccessiva preoccupazione dell’alto livello del debito avvertita in Italia, occorre rimuovere due pregiudizi: il primo riguarda la presunta natura del debito come “macigno” che condiziona fortemente la vita politica ed economica del Paese; il secondo espresso dalla necessità che, per gestire l’alto livello del debito, l’Italia debba essere “credibile” in Europa.
L’Italia deve liberarsi dal primo pregiudizio, in considerazione del fatto che il debito non sempre è un onere. Prima del 2008 – sottolinea Bosi – il debito pubblico forniva ai risparmiatori italiani la possibilità di impiegare il loro risparmio in attività prive di rischio; un Paese dotato di un alto grado di sviluppo economico e di un assetto istituzionale stabile può indebitarsi fin che vuole, se può sopportare la pressione fiscale aggiuntiva, senza compromettere la propria stabilità politica ed economica, necessaria per far fronte al pagamento degli interessi. Per l’Italia, la pressione aggiuntiva rispetto ai restanti Paesi europei è pari a circa 2-2,5% del PIL e costituisce – afferma Bosi – un fatto spiacevole, ma non intollerabile; del tutto “spiacevole, ma pur sempre non intollerabile, se il debito attivato in passato è stato usato male. Meno spiacevole e forse anche lodevole […] se è servito a creare opere pubbliche, istituzioni ben funzionanti, ecc,”.

Tutto ciò è vero, se il Paese che si indebita ha il controllo della propria moneta ed è in grado di garantire il rimborso del debito; non lo è però, se il Paese fa parte, come l’Italia, di un’unione monetaria, le cui istituzioni siano mal disegnate. In linea di principio, all’interno di un’unione monetaria, lo “spread” (differenza di rendimento tra i titoli dello stesso tipo e durata emessi dagli Stati membri dell’unione) dovrebbe essere tendenzialmente nullo. Poiché in assenza di un’organizzazione statuale, l’unione monetaria, di per sé, non può offrire alcuna garanzia, in sua vece agiscono i mercati finanziari, sulla base del presupposto che la loro valutazione di ciò che è bene per un Paese sia migliore di quella che può essere formulata dal “legittimo governo del Paese medesimo”. Sennonché, accade che i segnali in base ai quali “i mercati finanziari valutano il grado di rischio non siano correttamente disegnati e mettano in pericolo un corretto rapporto tra democrazia ed economia, tra Stato e mercato, con privilegio dei secondi (economia e mercato) rispetto ai primi (democrazia e Stato)”.

Il secondo pregiudizio da rimuovere è quello che impone all’Italia la necessità che, per gestire l’alto livello del proprio debito pubblico, debba essere credibile al cospetto degli altri Paesi europei membri dell’unione monetaria. L’Italia, però, non ha bisogno d’essere credibile, in quanto non è a rischio di “default”; la “sua posizione netta sull’estero è quasi in pareggio”, essendo il saldo della bilancia dei pagamenti positivo per circa due punti di PIL. Stando così le cose, perché l’Italia – si chiede Bosi – deve risultare credibile, se l’unione monetaria manca di adeguati meccanismi elettivi e rappresentativi a livello soprannazionale?
Comunque, la mancanza di credibilità non implica necessariamente la fuoriuscita dell’Italia dall’eurozona, perché una simile azione avrebbe costi universalmente giudicati insostenibili. Ciò però non significa che il Paese non possa valutare la possibilità di “individuare linee politiche alternative” in tema di moneta comune, soprattutto se si è gravati dal sospetto che l’entrata a fare parte dell’unione monetaria, “in quel momento e a quelle date condizioni”, sia stata l’esito di una decisione errata, o quantomeno affrettata. Quando si è deciso acriticamente di entrare a far parte dell’unione monetaria, si è “gettato – sostiene Bosi – il cuore oltre l’ostacolo, con una fiducia nel progresso della storia che non ha trovato realizzazione”, sottovalutando il fatto che la liberalizzazione dei mercati finanziari e l’impatto della globalizzazione avrebbero inevitabilmente comportato l’egemonia della Germania sui Paesi dell’unione monetaria; un’egemonia cui Berlino non è certo disposta a rinunciare.

Gli effetti della Grande Recessione del 2007-2008 hanno fornito l’occasione per introdurre riforme volte a realizzare un “disegno europeo” realmente coeso e condiviso, attraverso politiche fiscali che favorissero rapporti più equilibrati fra gli Stati membri ed un aumento dei livelli salariali; ciò però non è avvenuto, consentendo alla Germania di conservare il proprio sistema economico prevalentemente orientato all’export e garantendo alle banche francesi e tedesche la loro posizione creditoria nei confronti dei Paesi indebitati, fra i quali l’Italia. Questi ultimi, anziché essere aiutati attraverso una reale solidarietà europea, sono stati costretti ad attuare politiche deflazionistiche che hanno concorso ad aggravare i loro problemi strutturali.

Non aver compreso che per far fronte alla crisi sarebbe stato necessario un passo decisivo in avanti verso l’unificazione politica dell’Europa, all’interno di un’organizzazione istituzionale federativa, necessariamente ridistributiva e rispettosa delle storie e delle culture degli Stati membri europei, è stato – nota Bosi – l’errore più grave commesso dalle autorità di Bruxelles. Con la rinunci a compiere tale passo in avanti, più politico che economico, sulla via dell’unificazione dell’Europa, le istituzioni europee hanno mostrato di non accorgersi che il vero “tallone d’Achille” dell’Unione era in realtà l’euro e non il debito pubblico di alcuni Paesi.

Essendo costretti a convivere all’interno di un’eurozona regolata sulla base degli accordi stabiliti a Maastricht, negli Stati membri indebitati si è diffuso – osserva Bosi – il dubbio che per migliorare la UE sia necessaria “una revisione dei Trattati”; se però la revisione deve avvenire nel rispetto della regola dell’unanimità, essa diviene politicamente impraticabile, per cui ai Paesi indebitati non resterebbe, come unica soluzione possibile, che l’uscita, non solo dall’unione monetaria, ma anche dall’Unione Europea. Tutto ciò perché – a parere di Bosi – non sarebbe politicamente ed economicamente giustificabile continuare a “vivere in un sistema politico in cui si sono definite regole […] che la stragrande maggioranza degli osservatori ormai considera ‘stupide’, incomplete, immodificabili, affidando la sanzione del dissenso alle agenzie di rating e al mercato”.

Ovviamente, per i Paesi indebitati una diminuzione del debito comporterebbe indiscutibili vantaggi, ma il suo scopo non dovrebbe essere quello di sottrarsi ai diktat del mercati, quanto quello di rendere più tollerabile la pressione fiscale e di migliorare l’offerta dei servizi pubblici. Nell’attuale assetto istituzionale europeo, una riduzione del debito che non sia orientata a consentire una sua gestione più flessibile e meno ossessionata dalle rigide regole del Patto di stabilità e crescita sarebbe “impraticabile e controproducente”. In realtà, in Italia, l’eccessiva ossessione per il debito rivela, secondo Bosi, solo una “sfiducia eccessiva sugli effetti keynesiani dell’intervento pubblico”; un’ossessione che origina dal fatto che non si riesce ad accettare che le vere azioni per una gestione più flessibile del debito richiedono “anche molta spesa pubblica corrente, su progetti specifici”, quali istruzione, sanità, assistenza agli anziani, contrasto all’evasione, lotta alla criminalità, sicurezza e controllo del mercato del lavoro nero.
In mancanza di una riforma delle regole che disciplinano attualmente la partecipazione all’unione monetaria, per affermare un punto di vista diverso riguardo alla gestione del debito pubblico, i Paesi indebitati, a parere di Bosi, non devono avere come obiettivo la conservazione della loro credibilità presso le istituzioni europee, ma la costruzione di “alleanze con forze politiche trasversali alle nazioni che ne fanno parte”. Se la regola dell’unanimità prevista a livello europeo per l’assunzione di decisioni riformatrici non sarà sostituita dalla regola maggioritaria, per sottrarsi al ricatto cui è sottoposto l’accoglimento di qualunque proposta di riforma, ai Paesi indebitati non resta che uscire dall’unione monetaria, ma non dall’Unione Europea.

Bosi ritiene infatti che i vantaggi del far parte dell’Europa siano connessi “più all’essere parte dell’UE che dell’UEM”, all’interno della quale operare per promuovere “elementi di flessibilità nella gestione della politica fiscale” (attraverso proposte radicali, sia che vadano nella direzione della costruzione di una reale unione politica dell’Europa, sia che comportino un temporaneo passo indietro nella realizzazione del disegno europeo); ma soprattutto per promuovere “una vera e propria riforma del sistema monetario europeo”, che implichi “una condivisione dei rischi, con una riformulazione degli obiettivi della banca Centrale […] e un allentamento se non addirittura la sospensione del Patto di stabilità”.
Dopo aver evidenziato i limiti che caratterizzano le attuali regole che disciplinano la circolazione dell’euro, Bosi rileva che i federalisti (ai quali egli dichiara di sentirsi molto vicino) dovrebbero comprendere che qualsiasi proposta volta a modificare il contesto economico-monetario europeo ora esistente è votata all’insuccesso, a causa della regola dell’unanimità, mentre quelle che potrebbero essere accolte spingerebbero “a un traguardo di lungo periodo ben lontano dall’unione politica” dell’Europa. La probabilità che riforme più rispondenti a una effettiva condivisione solidale dei rischi fra tutti i Paesi membri dell’UE siano attuate, – conclude pessimisticamente Bosi – è praticamente nulla, “a causa dell’opposizione della Germania e dei Paesi del Nord Europa”.

Per questa ragione, la previsione più attendibile, per Bosi, è che un Paese come l’Italia non avrà la possibilità, attraverso la classe politica della quale dispone, di avanzare con fermezza proposte in grado, ove fossero accolte, di sottrarla alla stagnazione dalla quale non riesce ad uscire; ma la causa di ciò non è però – conclude Bosi – il debito pubblico.

 

Gianfranco Sabattini

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