sabato, 7 Dicembre, 2019

La stagnazione del futuro

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L’Italia si conferma in stagnazione economica, sia rispetto allo scorso trimestre che allo scorso anno. Lo dice l’Istat che oggi ha reso noto il consueto rapporto sulla situazione del Paese.
Ad impressionare è il sostanziale blocco del Pil, che certifica quanto fossero a dir poco imprudenti le stime del Governo al momento della manovra finanziaria 2018 e del DEF 2019. Con tutto ciò che questo comporterà nell’autunno che si apre, quando il Paese dovrà rinegoziare con la “nuova” Commissione europea le condizioni della legge di bilancio per il 2020, sulla base di riforme epocali del fisco già annunciate sotto l’ombrellone.

Ma quello che emerge con ancora maggiore gravità sullo sfondo dei parametri macroeconomici è, anzitutto, una condizione di sempre più profonda stagnazione della società italiana, sommata alla palese assenza di una missione per il futuro del Paese. Il Governo naviga a vista, alla continua ricerca di punti di equilibrio tra i due partner di maggioranza, Lega e cinquestelle, che litigano ogni giorno per evitare di separarsi e ammettere così il proprio fallimento. Il Parlamento viene palesemente escluso dalle principali questioni sul tappeto, tanto da consentire al principale gruppo di maggioranza, il M5s, addirittura di disertare la seduta di question time nella quale è il Presidente del Consiglio (il proprio premier) a riferire su una delicata vicenda politico-giudiziaria che riguarda però il Ministro dell’Interno, e vice-premier, che invece ben si guarda dal riferire in aula. Il tutto mentre le organizzazioni sindacali vengono convocate al Viminale, sede del Ministero dell’Interno, per parlare di economia, ma alla presenza di soli Ministri leghisti, con l’alleato a fare la voce grossa, ma neanche tanto. E il Consiglio dei Ministri si convoca e sconvoca a colpi di click.

Basterebbero questi pochi esempi per rendere chiarezza del cortocircuito kafkiano in cui stiamo vivendo. L’aspetto ancor più serio e preoccupante, però, è la totale perdita di bussola politica per un Paese che pare aver smarrito la propria direzione, e che preferisce affidarsi alle narrazioni securitarie su ordine pubblico e immigrazioni da un lato, a quelle assistenzialistiche in campo produttivo e sociale da un altro, oppure a rancorose campagne di delegittimazione da un altro ancora, piuttosto che confrontarsi con la sfida della crescita, della competitività e della relazione con il resto del Mondo, a cominciare dall’Unione europea. Con uno spaventoso arretramento nel contegno e nelle sensibilità istituzionali impensabile per un ordinamento costituzionale avanzato.
In un Paese come il nostro che sconta un saldo demografico sempre più negativo, secondo solo al Giappone – avendo perso dal 2014 circa 700 mila residenti italiani e subendo dal 2015 un calo delle nascite pari a quello del biennio 1917-18 (anni drammatici di guerra) – e con un aumento esponenziale degli espatri per motivi di lavoro, questa situazione pone quindi una seria ipoteca sulle possibilità di rilancio. Ecco perché appare stucchevole assistere ad un balletto sempre più surreale sulla tenuta del Governo, senza interrogarsi sui costi che noi cittadini pagheremo domani per l’inconsistenza delle politiche di oggi.

Occorrerebbe uno shock prima di tutto culturale e poi politico-economico, con un Esecutivo capace di tratteggiare un chiaro profilo di Paese proponendo riforme organiche, in primis istituzionali, e dotato del coraggio dell’impopolarità. Ma purtroppo le premesse non sono delle migliori. Nella stagione dei populisti, infatti, il “racconto” del popolo viene prima del popolo stesso. Meglio ancora se in diretta social.

Vincenzo Iacovissi
Vice segretario nazionale PSI

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