martedì, 1 Dicembre, 2020

La storia di Mondoperaio vista dallo storico Giovanni Scirocco

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Recensione al testo di Giovanni Scirocco “Una rivista per il socialismo. Mondo Operaio 1957-1969”, Carocci editore, Roma, 2019.

Parlare della rivista Mondo Operaio (poi Mondoperaio) è come ripercorrere la storia del Partito socialista italiano, delle sue intuizioni, dei suoi personaggi che hanno segnato tanto la politica nazionale, dei suoi errori e delle innumerevoli crisi che lo hanno accompagnato per tutta la sua vicenda politica. I partiti sono soggetti complessi, e volendo parafrasare Niklas Luhmann (il quale si riferiva alle società), essi “necessitano di un certo grado di instabilità, per poter reagire a sé stessi e al loro ambiente”. Ed il Partito socialista italiano, definito da Luciano Cafagna “il luogo di un fervido disordine […] – in mancanza di meglio – il luogo ideale della indipendenza, della ricerca innovatrice, della libertà […]” , ne ha rappresentato un ideal tipo nel panorama politico italiano, pur portandosi dietro immancabili dosi di “incoerenza (e) disunione” .
Lo storico Giovanni Scirocco, nel suo libro, ripercorre la storia della rivista dal 1957 al 1969, anni in cui ci fu il passaggio, come ebbe a dire Ennio Di Nolfo “dal filosovietismo di maniera sotto argomentazioni neutralistiche a un neutralismo disimpegnato, fino ad un filoatlantismo condizionato”. Questo rappresentò il frutto di un lungo travaglio durato una decina d’anni, alla metà dei quali si ebbe la svolta del 1956. Non fu facile abbattere il «feticcio di Mosca», che portava con sé il corollario della coincidenza della causa del proletariato con quella dell’URSS.
Il XX congresso del PCUS e i fatti di Ungheria cambiano tutto, e si avrà un ampio e vivace dibattito sulla concezione dello stato e della democrazia nel socialismo, pur se lo stesso Nenni riscontrava ancora sostanzialmente pochi seguaci rispetto alla sua idea di via democratica al socialismo.
Passaggio importante per la rivista fu la condirezione di Raniero Panzieri, critico “da sinistra” dello stalinismo e della concezione del partito giuda, e che Nenni definiva affettuosamente uno “scombinato, ma anche il più onesto e il più intelligente”, il quale rileggeva Marx in maniera estremistica, ma che, secondo Giuseppe Berta, ha avuto il merito di indurre il fronte opposto del suo partito a definire con più rigore le sue posizioni. Panzieri ebbe il non secondario merito di far abbandonare alla rivista le vesti del “bollettino di partito”.
Ovviamente, e non lo si poteva certo chiedere allo stesso Panzieri, non era ancora “lecito”, e non lo fu per anni, definirsi riformista o socialdemocratico. L’abbattimento del capitalismo rimaneva ancora un obbiettivo rimarcato ancora con decisione.
Dopo il Congresso di Napoli del 1959, che vide prevalere la componente autonomista, Panzieri fu sostituito, e siccome, come segretario, Nenni aveva deciso di dedicare tutta la sua attenzione al partito, cedette la direzione della rivista a Francesco De Martino, che venne affiancato da Gaetano Arfè e Antonio Giolitti. Mondo Operaio diventa l’organo di elaborazione e di definizione concreta della nuova politica del Partito socialista, il cui punto nodale sarà l’incontro con la Democrazia Cristiana.
L’obbiettivo ora era preparare un programma socialista di governo, alla cui responsabilità si doveva arrivare, secondo Nenni, da una via “diversa da quella comunista e socialdemocratica”. E la lotta contro il neo-capitalismo, andava ora fatta “all’interno dello stato, per strappare al padronato questo fondamentale strumento delle sue scelte economiche e farne uno strumento di pianificazione nell’interesse dei lavoratori”, come ebbe a scrivere Federico Coen.
Con il centro-sinistra organico, anche Mondo Operaio accentua “una discussione spregiudicata e franca, e certo aspra”, soprattutto nei confronti del Pci, su problemi già emersi nel 1956, tra cui quello della libertà. Il tentativo di Arfè era di farne una “rivista di dibattito”, che trattasse in maniera approfondita temi quali: “il rapporto tra partito, sindacato e in generale organizzazioni di massa; la scuola e la ricerca scientifica […]; l’autonomia dei comuni e delle regioni; l’organizzazione della cultura; le relazioni con i partiti socialisti stranieri e l’europeismo”.
L’unità socialista fu, naturalmente, al centro del dibattito della rivista e, alla metà degli anni ’60, gli intellettuali che gravitavano nell’orbita di Mondo Operaio si impegnarono per l’organizzazione della “Costituente socialista”, con l’intento di dare una base culturale ampia quanto solida al processo di unificazione tra Psi e Psdi. Era sentita l’esigenza di una profonda analisi dei cambiamenti sociali, che servisse in ultima istanza anche a modernizzare il partito, per renderlo più funzionale ai bisogni di una collettività in grande e veloce cambiamento
I perché della nascita di Mondo Operaio sono evidentemente cambiati nel tempo. E per fortuna. Ma solo “discutere l’indiscutibile” poteva essere la chiave di volta per la modernizzazione, parziale e contradittoria quanto si vuole, della sinistra italiana. In quest’opera la rivista è stata di certo determinante, diventando anche il luogo dove i socialisti di tutte le tendenze si sono incontrati per dibattere sul ruolo del Psi nella società italiana. Dibattito, come ebbe a dire Luciano Pellicani, “senza il quale non è possibile nessun progresso lungo la strada della democrazia sostanziale, che è poi la strada già indicata dal grande Filippo Turati”. E vien da dire: oggi più che mai.
Riprendendo il titolo del testo di Scirocco, Mondo Operaio è stata ed è, davvero una rivista per il socialismo accompagnandolo tutti i suoi passaggi storici e ideologici sin dal Dopoguerra. Fino a comprendere, usando le parole di Guido Calogero, che ci sono “nessi inscindibili che legano le istituzioni della libertà politica con gli ordinamenti della giustizia sociale”. Oggi questo ci appare scontato. E se è così lo si deve anche a Mondo Operaio.

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