giovedì, 25 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

La strategia riformista
contro l’ineguaglianza sociale

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Nel suo ultimo libro — Quanto capitalismo può sopportare la società — Colin Crouch parte dalla constatazione — fatta sia al Fondo monetario internazionale (Fmi) che dalla Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) — che negli Stati Uniti le disparità di reddito hanno raggiunto livelli tanto estremi da suscitare il timore che esse possono dissestare l’economia. Dopo di che, egli polemizza vivacemente contro il cliché “L’alta marea solleva tutte le barche” , secondo il quale se i ricchi diventano più ricchi , prosperano anche le classi inferiori.

Le cose, però, non stanno affatto come amano dipingerle quelli che George Soros ha felicemente battezzato “i fondamentalisti del mercato”. I redditi dei più ricchi in particolare, nel settore finanziario – continuano a salire, mentre, contemporaneamente, diminuiscono i redditi medio bassi. Inoltre, nella società americana si è formata, — proprio a causa della istituzionalizzazione del paradigma neoliberista, tutto centrato sul mercato autoregolato — una nuova classe: quella dei working poors, la cui presenza, da sola, smentisce i sostenitori della così detta “teoria della goccia”, stando alla quale la ricchezza dovrebbe scendere verso il basso. Infatti, utilizzando il coefficiente di Gini, risulta che, mentre l’ineguaglianza economica nella società svedese è 0.25, nella società americana è 0.40.

Evidentemente, c’è qualcosa di profondamente sbagliato nel paradigma neoliberista. Eppure – constata con amarezza Crouch – da almeno due decenni assistiamo a questo strano spettacolo: che i critici più severi del neoliberismo sono i liberali “progressisti” come Stieglitz e Krugman, mentre i socialdemocratici si sono attestati su una posizione difensiva. Occorre — dice Crouch – che la socialdemocrazia ritorni ad essere quella che è stata durante i così detti Gloriosi Trenta, quando, introducendo la tassazione progressiva dei rediti più elevati, creò quel sistema di sicurezze sociali – l’assistenza medica gratuita, l’indennità di disoccupazione, le pensioni, ecc. – grazie al quale il capitalismo è stato, in qualche misura, “civilizzato”. La socialdemocrazia – incalza Crouch – deve tornare ad essere assertiva per favorire l’ulteriore sviluppo democratico delle società industriali. Deve, in altre parole, lasciare l’attuale posizione difensiva e andare all’attacco contro il paradigma neoliberista. Con una precisazione di fondamentale importanza: la sua strategia non deve mettere in discussione la centralità del mercato, visto che questo è risultato l’unico sistema capace di garantire lo sviluppo economico, senza il quale le politiche di redistribuzione della ricchezza sono impraticabili e persino impensabili.

Contemporaneamente, però, la socialdemocrazia deve sottolineare con la massima energia che esistono almeno due modelli di “società giusta”: quello neoliberista che, seguendo l’insegnamento di Hayek, si affida in toto al mercato e quello che assegna allo Stato il compito di incrementare l’eguaglianza sostanziale. Quest’ultimo modello tiene presente la lezione di Popper, un grande liberale che non chiuse gli occhi di fronte al fatto di evidenza solare che il mercato, abbandonato alla sua autonormatività, produce inevitabilmente intollerabili ingiustizie sociali. Di qui la sua difesa dell’ingegneria sociale: una saggia strategia riformista contrapposta sia alla pianificazione totalitaria dei regimi comunisti che al laissez faire.

Crouch conclude la sua appassionata analisi facendo presente che la socialdemocrazia assertiva non è affatto una vuota utopia. Lo dimostra l’esempio della Svezia, dove la Sinistra è rimasta fedele alla sua vocazione originaria; e lo ha fatto conciliando in maniera esemplare l’efficienza economica con la giustizia sociale. Di qui il fatto che la società svedese, oltre ad essere una delle più innovative del mondo, oggi risulta essere la più ugualitaria.

Luciano Pellicani
dal blog della Fondazione Nenni

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