venerdì, 7 Agosto, 2020

La supponenza di chi ha un reddito fisso ferisce le nuove povertà

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La pandemia ha costretto molti italiani, fino a prima sconosciuti alle anagrafi dei servizi sociali, a chiedere il buono spesa. Con il DPCM del 30 marzo, il governo destinava ai comuni italiani la somma di 400 milioni. Le nuove povertà sono cresciute soprattutto tra quei cittadini che lavorano come parasubordinati, con contratti precari o a partita iva, o magari in nero, per l’equivalente di quello che era il misero salario erogato dal signor padrone Novecentesco. Sarebbe pedante ricordare come tutto ciò sia avvenuto nel corso degli ultimi decenni con l’avallo dei sindacati.
Ebbene, l’arroganza di chi ha un modesto reddito fisso, come alcuni addetti ai servizi sociali, ferisce le nuove povertà gestendo male il suo piccolo-grande potere; riconosco che non sono molti, o almeno lo voglio sperare, ma quei pochi feriscono profondamente l’anima degli impoveriti. Provocano un vulnus vero e proprio.

Eppure, proprio perché addetti ai Servizi sociali dovrebbero, almeno fintamente, confortare chi viene colpito per la prima volta da improvvisa miseria; invece, in alcuni casi, questi addetti si comportano come arcigni inquisitori, facendo sentire i richiedenti di beni alimentari di prima necessità, sospetti ladri di pasta e pane: neanche fossimo tornati ai tempi della peste manzoniana, quando per sopravvivere davvero si era costretti a rubare il pane.
Sono un po’ quel genere di operatori sociali che, avendo magari vinto un concorso, mancano del requisito principale non richiesto dai testi sacri della burocrazia: l’umanità. Essenziale per ricoprire un compito tanto delicato.
I tempi della vita sociale si sono così velocizzati al punto che diventare poveri oggi, seppur momentaneamente, è un battito d’ali di farfalla, così come lo è per le pandemie; basti ricordare che solo cento anni fa la “spagnola” per diffondersi nel mondo ci mise due anni, mentre oggi il COVID-19 ha impiegato pochi giorni.

Proprio per questo sarebbe prudente dire “Mai dire mai”, prendo in prestito il titolo del film, credo dell’ultima interpretazione di Sean Connery, nelle vesti dell’agente 007, dove Jan Fleming ci racconta che la vita è un po’ come la porta girevole di un Grand Hotel: dove si entra con tanto di inchini e spesso si esce a pedate. Ma l’arroganza è sorella gemella dell’ignoranza e poi, come dicevamo, tutto oggi si consuma così in fretta che basta credere di avere un reddito fisso per ritrovarsi in quella porta girevole e rendersi conto d’improvviso di uscire dalla zona protetta per finire in quella del precariato, per questo ci vorrebbe, se non pietas, almeno prudenza.

 

Angelo Santoro

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