domenica, 23 Febbraio, 2020

Varoufakis, l’Europa e le sue trappole di funzionamento

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Quando non riescono ad equilibrare il proprio bilancio corrente, nel senso che non riescono a bilanciare le entrate con le uscire, gli Stati ricorrono al mercato finanziario interno e/o internazionale, provvedendo al collocamento di titoli obbligazionari coi quali, indebitandosi, si procurano le risorse necessarie a compensare l’insufficienza delle entrate. Se al termine dell’anno finanziario il debito contratto per carenza di risorse non viene rimborsato, lo Stato lo rinnova, limitandosi a pagare solo gli interessi e a rinviarne l’estinzione; nasce così il debito sovrano o debito pubblico consolidato. Se, per ragioni diverse, ma soprattutto per la bassa produttività del sistema economico, il disavanzo corrente viene compensato di continuo attraverso l’indebitamento, il debito sovrano cresce nel tempo; gli interessi che per esso vengono pagati diventano pertanto una posta negativa crescente del bilancio pubblico corrente.

Lo Stato riesce a rinnovare il proprio debito se soddisfa il requisito della solvibilità; ciò accade quando “le cose vanno bene”. Sin tanto che il tasso di crescita dell’economia risulta maggiore del tasso di crescita del debito consolidato, lo Stato può utilizzare le maggiori entrate pubbliche originate dalla crescita per pagare gli interessi sul debito pregresso, conservando stabile il suo ammontare. Quando, invece, l’economia non cresce, la recessione contrae le entrate dello Stato, il quale si trova esposto al pericolo di non riuscire a garantire la propria solvibilità.

A questo punto, i “Signori” che dominano i mercati finanziari (ovvero, le Banche) pretendono tassi d’interesse più elevati, per via del maggiore rischio al quale si espongono nel rinnovare il prestito allo Stato in fase di recessione; i maggiori interessi che quest’ultimo è chiamato a pagare costituiscono la premessa per una riduzione dell’”avanzo primario” del bilancio pubblico al netto degli interessi pagati, quindi di un presumibile aumento del debito consolidato.

E’ facile ricondurre alla narrazione sin qui riportata l’esperienza di quei Paesi (tra i quali l’Italia) che, membri dell’Unione Europea e facenti parte dell’area valutaria dell’euro, prima dell’inizio della Grande Recessione del 2007/2008, hanno potuto ricorrere per finanziare i loro deficit correnti ai mercati finanziari europei, approfittando dalla grande disponibilità di risorse finanziarie a basso costo; ma, dopo il 2008, la situazione è improvvisamente cambiata, allorché le banche finanziatrici (francesi e tedesche, ma anche inglesi, con la partecipazione, tramite queste ultime, di quelle americane), fortemente coinvolte nella crisi del mercato immobiliare americano, si sono trovate nella condizione di non essere più in grado di rinnovare il finanziamento del debito corrente di quegli Stati europei (come, ad esempio, la Grecia) che presentavano i più alti debiti sovrani.

A questo punto sono emerse le rigidità e le incongruenze delle modalità di funzionamento delle istituzioni europee che, anziché operare su basi solidaristiche, nell’interesse degli Stati membri dell’Unione in maggiori difficoltà, sono state invece orientate a salvaguardare la sopravvivenza delle banche responsabili della crisi. Per capire le ragioni della sudditanza delle istituzioni europee ai prevalenti interessi delle banche, è illuminante quanto ha avuto modo di “subire”, in qualità di operatore pubblico, Yanis Varoufakis. Questi, in “Adulti nella stanza. La mia battaglia contro l’establishment dell’Europa”, racconta cosa l’esperienza da lui vissuta gli ha consentito di appurare, ovvero l’impossibilità di ricuperare un comportamento delle istituzioni comunitarie favorevole al benessere dei cittadini dell’Unione, sottraendole alla loro sottomissione alla logica comportamentale delle istituzioni finanziarie.

Varoufakis illustra le difficoltà con le quali egli, in qualità di Ministro delle Finanze delle Grecia nel primo governo Tsipras, ha dovuto fare i conti nel trattare con le istituzioni europee le condizioni del prestito concesso al suo Paese nel 2010, al fine di sottrarlo al pericolo di una sua irreversibile insolvenza; la narrazione dell’esperienza vissuta dall’ex Ministro può risultare illuminante per quei Pesi che, come l’Italia, sia pure muovendo da situazioni meno gravi di quelle greche, avvertono la necessità che il comportamento di quelle istituzioni sia reso più conforme al perseguimento delle finalità sancite nei Trattati costitutivi dell’Unione.

E’ interessante seguire, sia pure sommariamente, l’”odissea” di Varoufakis nel breve lasso di tempo in cui egli è stato, nel 2015, Ministro delle Finanze del suo Paese, e che l’ha condotto a scoprire quanto lontana sia dall’immaginazione collettiva la logica comportamentale delle istituzioni dell’Unione europee; logica che, anziché essere orientata alla cura del benessere dei popoli dei Paesi dell’Unione, è invece quasi unicamente protesa a curare l’interesse dei centri finanziari dominanti all’interno dello spazio comunitario.

All’inizio del 2010, cinque anni prima di diventare Ministro, Varoufakis, con la consapevolezza che gli derivava dalla sua competenza in materia di questioni economiche (in quanto docente di Teoria economica in diverse Università del mondo) assiste dall’esterno, come egli afferma, all’”occultamento” della situazione di bancarotta nella quale versava la Grecia, con la conclusione dell’accordo di “salvataggio” tra l’Unione Europea, il Fondo monetario internazionale e il Governo greco. Subito dopo la conclusione dell’accordo e il versamento del maxi prestito alla Grecia, i rappresentanti della “Troika” (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) hanno imposto ad Atene con misure che avrebbero “scaricato il peso del debito sulle fasce più deboli dei cittadini greci”.

Ciò che lasciava perplesso Varoufakis era il fatto che i rappresentanti dell’Unione Europea e del Fondo monetario internazionale, pur sapendo della situazione di bancarotta nella quale versava la Grecia, “costringessero” quest’ultima ad assumere impegni ai quali non avrebbe mai potuto fare fronte. Allora, si chiedeva Varoufakis, se sapevano, perché operavano il “salvataggio”? Hanno concesso il maxi credito, rispondeva a sé stesso Varoufakis, perché sapevano “esattamente cosa stavano facendo”; della qual cosa il futuro Ministro greco avrà certezza, quando nel 2015, entrato a far parte del governo, sono stati i rappresentanti dell’Unione Europea e del Fondo Monetario internazionale a dirglielo in modo esplicito.

Prima di diventare Ministro, Varoufakis insegnava alla Lyndon B. Johnson School of Public Affairs dell’Università del Texas, a Austin; durante il soggiorno americano, il futuro ministro aveva avuto modo di intessere relazioni con importanti personalità americane del mondo accademico e della politica, cogliendo l’opportunità di discutere con esse i motivi di crisi dell’economia globale e, in particolare, quelli riguardanti l’Europa. All’inizio del 2015, prima di lasciare l’America per assumere l’incarico di Ministro, Varoufakis, ha incontrato Larry Summers, importante economista keynesiano e politico statunitense e critico radicale delle modalità di governo dell’economia globale; l’interlocutore, consapevole che la Grecia era solo uno dei casi in cui quelle modalità di governo venivano applicate, ha informato Varoufakis che le istituzioni europee avrebbero fatto di tutto per “eliminarlo”, a meno che non si fosse allineato alle loro direttive. Dopo aver concordato le possibili tattiche da seguire, il futuro Ministro greco delle Finanze ha avuto modo di assistere “personalmente alle particolari circostanze e alle cause immediate della caduta del nostro continente in un pantano dal quale non potrà uscire per molto, molto tempo”.

Dietro gli specifici eventi da lui vissuti in occasione della negoziazione, nel 2015, del secondo “salvataggio” della Grecia operato dall’Unione Europea e dal Fondo monetario internazionale, Varoufakis afferma “di aver riconosciuto la trama di una storia assai più generale –la storia di quello che succede quando gli uomini si trovano nella morsa di circostanze crudeli generate da un invisibile, efferato sistema di poteri”; circostanze, che motivano gli uomini investiti di responsabilità nell’esercizio di tali poteri ad operare “in condizioni che non hanno scelto […], convinti di operare correttamente”, anche se le loro azioni producono effetti negativi ai danni dei popoli che li subiscono.

Per carattere, pur riconoscendo la sua scarsa propensione al compromesso, Varoufakis rivelava a Summers che, nel momento in cui fosse diventato Ministro, sarebbe stato “pronto a negare il suo carattere”, se ciò fosse risultato utile a concludere con la “Troika” un accordo, purché, al contrario di ciò che era accaduto nel 2010 in occasione del primo “salvataggio, fosse stato possibile tenere il popolo greco “fuori dalla galera per debiti”. Per i creditori della Grecia, invece, era cruciale che Varoufakis si piegasse alla loro volontà, per essere cooptato all’interno del sistema (nel caso contrario, sarebbe stato “stroncato” per essere sostituito con un Ministro più malleabile); ciò era reso necessario dal fatto che un secondo “salvataggio” poteva essere effettuato solo se la Grecia avesse accettato le stesse condizioni del primo. Poco dopo essere diventato Ministro, Varoufakis ha continuato a non comprendere perché, nonostante la posizione di bancarotta nella quale versava il suo Paese, si volesse a tutti i costi “salvarlo”. E’ stata Cristine Lagarde (francese), direttrice del Fondo Monetario internazionale, a dichiarargli esplicitamente le regioni del rinnovo del “salvataggio”: i finanziatori avevano investito molto nel “salvataggio”, per cui non era più possibile tornare indietro; i componenti della “Troika”, perciò, dovevano trovare un modo per conseguire la salvezza delle banche; cosa, questa, che non sarebbe stata possibile, se si fosse lasciata alla Grecia la possibilità di dichiarare la propria insolvenza.

Come poteva esser realizzato il salvataggio delle banche francesi e tedesche, unicamente impegnate a trarre profitto dalla loro attività di finanziamento dei Paesi in crisi, sebbene ciò le esponesse costantemente al rischio dell’insolvenza dei Paesi debitori? Poiché esse (le banche) erano “troppo grandi per fallire” (too big to fail), o meglio “troppo potenti per fallire” (too powerfull to fail), la “Troika” ha “sparso la frottola” che si provvedeva al “salvataggio” della Grecia e delle banche come gesto di solidarietà nei confronti dei cittadini greci. In tal modo, la “Troika”, dopo avere aggirato il divieto previsto dal Trattato sull’Eurozona, che vieta il finanziamento dei debiti sovrani dei Paesi membri da parte dell’Unione Europea, ha deciso che la maggior parte dell’onere per salvare le banche francesi e tedesche fosse trasferito, senza alcuna distinzione, “sulle spalle dei contribuenti” di tutti i Paesi dell’Unione e “sugli ignari contribuenti dei Paesi cofondatori del FMI”, tutti “costretti a mandare i bonifici telegrafici alle banche di Francoforte e Parigi”. Qui – afferma Varoufakis – si annida l’imbroglio e la protervia dei Paesi europei politicamente forti, i quali non erano interessati a ricuperare i soldi da loro prestati, perché, “in realtà, non erano soldi loro”.

Il nuovo prestito alla Grecia non sarebbe stato europeo, bensì internazionale con il coinvolgimento del Fondo monetario internazionale; tuttavia, la parte più consistente del prestito alla Grecia non sarebbe stato fornito direttamente dai Paesi dell’area-euro, ma da tutti i Paesi dell’Unione sulla base di prestiti bilaterali, con ogni prestito proporzionato all’economia del Paese erogatore. In ciò, perciò, è consistito, conclude Varoufakis, il “salvataggio” della Grecia: la maggior parte dell’onere per salvare le banche francesi e tedesche cadeva sulle spalle dei contribuenti di tutti i Paesi europei senza alcuna distinzione tra “Paesi ricchi” e “Paesi meno ricchi”, per cui questi ultimi, nell’”assoluta ignoranza” che stavano pagando per la spregiudicatezza dei banchieri francesi e tedeschi, i loro cittadini-contribuenti (slovacchi e finlandesi, ma anche francesi e tedeschi) hanno creduto d’essere chiamati a sostenere i debiti di un altro Paese, mentre in nome della solidarietà comunitaria, “l’asse franco-tedesco” non faceva altro che perseverare nell’attuazione di una politica che, se non sarà riformata, avrà come sicuro esito la disgregazione irreversibile dell’Unione. Varoufakis, consapevole che accettare le condizioni alle quali veniva sottoposta la concessione del secondo “salvataggio” significava costringere i propri concittadini, nell’interesse delle banche, a continuare a vivere nella “prigione per debiti” nella quale erano stati costretti a “costituirsi” già in occasione del primo “salvataggio”, per evitare la perdita della fiducia che essi avevano riposto in lui, eleggendolo a membro del Parlamento nella lista Tsipras, egli ha chiesto che sull’accettazione del nuovo prestito si indicesse un referendum popolare, dichiarandosi platelamente per il “no”. Il risultato del referendum, con la vittoria del “si”, ha indotto Varoufakis, per coerenza, a dimettersi alla fine dello stesso anno nel quale era stato nominato Ministro.

Se le cose stanno realmente come Varoufakis le ha descritte (e non v’è motivo di credere che non stiano effettivamente così), come si può pensare che iniziative quali quelle intraprese da Paolo Savona, in qualità di Ministro per gli Affari Europei, possano avere successo, per conseguire, nell’immediato, il cambiamento delle regole del gioco delle istituzioni europee e, nel medio-lungo periodo, la riforma delle modalità di comportamento del complessivo impianto istituzionale europeo per la realizzazione di una Patria europea più giusta e più equa? Egli, però, resosi conto dei condizionamenti che le banche riescono ad imporre alle istituzioni comunitarie, anziché uscire dal sistema come ha fatto Varoufakis, stanco di non essere ascoltato, ha deciso di accettare la “via di fuga” dall’attuale status di Ministro, offertagli dalla nomina alla presidenza della Consob, l’Istituto la cui attività è rivolta alla tutela degli investitori, all’efficienza, alla trasparenza e allo sviluppo del mercato mobiliare italiano. Da questa nuova posizione potrà egli condurre la sua battaglia per la creazione di una Patria europea più giusta e più equa?.

Se le iniziative di Savona mancassero di avere successo, sarà gioco forza, anche per gli Italiani che ancora credono negli ideali del “progetto europeo”, porsi la domanda (soprattutto in questo momento che sull’Italia spirano venti minacciosi di una nuova recessione) se è ragionevole restare fedeli ad un progetto palesemente tradito dal prevalere degli interessi delle banche, continuando a vivere “in uno stato di eterna pesante depressione”; oppure, se sia d’obbligo l’impegno per spingere l’intera classe politica italiana, al di fuori di ogni logica di schieramento, ad un’azione unitaria per il riscatto dalla posizione di sudditanza e di sfruttamento del Paese.

Gianfranco Sabattini

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