sabato, 7 Dicembre, 2019

La Valse, come l’opera di Ravel comprende ‘tutto’

0

Con il presente articolo vorrei inaugurare una rubrica dove mi azzardo a consigliare le mie références interpretative di alcuni capolavori della storia della musica. Ovviamente, non potrò stilare una discografia completa per ogni appuntamento: mi limiterò solamente a dare consiglio riguardo a una manciata di esecuzioni ritenute fondamentali – ritenute fondamentali dal sottoscritto, e quindi ampiamente contestabili – ed infine, di una perla nera, ossia la registrazione da evitare onde non rischiare di recare gravi danni alla sensibilità musicale dell’appassionato, oltre che al suo apparato uditorio. Dunque diamo il via alle danze – e la scelta non poteva essere più appropriata – con:

Maurice Ravel – LA VALSE

Perché incominciare con questa meraviglia raveliana? La ragione è presto detta, e non potrebbe essere delle più scontate: proprio cent’anni fa – dicembre 1919 – il compositore di Ciboure iniziò a stendere lo spartito di quest’opera, che fu concepita sia in versione pianistica, che in quella orchestrale – e a quest’ultima si farà riferimento in tale sede – la quale venne eseguita a Parigi esattamente un anno dopo, nel dicembre del 1920.
Ma cos’è La Valse? Un poema sinfonico? Un balletto? Nelle intenzioni di Ravel, doveva essere un perfetto mix tra questi due generi. Ma la via del balletto fu subito vista da Sergeij Djagilev come impraticabile in questo poème choréographique, il quale, originariamente, secondo Ravel, doveva essere la rappresentazione di un «grande valzer, una sorta di omaggio alla memoria del grande Strauss, non Richard, l’altro, Johann». Pertanto, in questo lavoro, Ravel voleva cogliere il valzer nel suo apogeo; tuttavia, non appena questa vetta viene raggiunta, il tutto sembra collassare su sé stesso, esplodendo in un folle turbinio orchestrale, che in poco più di una decina di minuti, si espande e si contrae continuamente, trascinando queste schegge viennesi fino al tumultuoso finale, dove il caratteristico tre quarti conflagra in una catastrofe quasi assordante. Questa distruzione/trasfigurazione era già stata tentata dal compositore francese qualche anno prima con le Valses nobles et sentimentales, in cui Ravel aveva cominciato con lo stravolgere tutti gli stereotipi del ballo viennese, in primis mettendo in crisi la linearità del tempo ternario, sfaldando così i caratteri primari della danza emblema delle corti asburgiche. Ciò nondimeno, La Valse è ancor più radicale nei suoi risultati rispetto al lavoro precedente. Detto questo, passiamo al nocciolo della questione: quali sono le incisioni che più riescono a rendere giustizia al capolavoro raveliano?
È d’obbligo cominciare con due registrazioni pionieristiche, risalenti rispettivamente al 1930 e al 1931. La prima vede Pierre Monteux alla guida della Orchestre symphonique de Paris (oggi si trova su dischi Lys), che continuo a preferire alla tarda – e ben più famosa – incisione per Decca (1964) con la London Symphony Orchestra. Monteux qui è assai più sbrigliato rispetto al remake di circa trent’anni dopo, unendo la chiarezza e il rigore tipici del suo approccio interpretativo, ad una lettura frenetica e indiavolata, che si consuma e si esaurisce in poco più di dieci minuti. Più misurata appare l’altra registrazione d’antan, che coinvolge Albert Wolff con l’Orchestre Lamoureux di Parigi (Naxos), registrazione approvata dallo stesso Ravel, il quale proprio con la medesima orchestra lasciò alcune testimonianze discografiche in doppia veste di direttore/compositore. Wolff rispetto a Monteux è ancor più attento al dettaglio e alla minuzia strumentale; il progressivo sorgere dell’intera massa orchestrale dalla bruma sonora iniziale è reso benissimo, nonostante i grandi e spesso invalicabili limiti delle tecniche fonografiche di quegli anni.
Ma va a Manuel Rosenthal – allievo e stretto collaboratore del compositore francese – la palma per una delle migliori incisioni in assoluto de La Valse (Orchestre du Théâtre National de l’Opéra de Paris, su etichetta Adès, 1958). Una lettura spettacolare, vorticosa quella di Rosenthal, che scorre inesorabile e senza freni fino alla coda finale. Il direttore rischia moltissimo, e porta la compagine orchestrale al limite delle proprie capacità: tutto sembra sempre sul momento di deragliare e finire fuori dai binari, ma il risultato finale è esplosivo, oltre che liberatorio. Ravel affermava che l’esecuzione de La Valse doveva essere «sanglant»: ecco Rosenthal, mette in pratica al meglio il suggerimento del compositore. André Cluytens, invece, si muove su un versante differente; l’incisione alla testa della sua Orchestre de la Société des concerts du Conservatoire (Erato, 1961) mostra un approccio meno estroverso e più elegante, tipico di un gentleman del podio come il direttore belga. Questa, tra l’altro, è una delle ultime testimonianze che possono rendere conto delle particolarità timbriche delle orchestre d’oltralpe, prima che, a partire dal decennio successivo, queste andassero perdute in un evitabile processo d’omologazione timbrica, privandosi così delle peculiarità – sicuramente non per tutti i gusti – che le rendevano uniche. Abbiamo così occasione di sentire i legni di un colore assai più chiaro e penetrante rispetto a quelli di scuola allemanna, e gli ottoni, compresi i corni, generosi di vibrato e dal suono particolarmente metallico. Siamo lontano mille miglia dalla timbrica brunita delle orchestre tedesche, e dal suono un po’ per tutte le stagioni di quelle angloamericane.
A proposito di America, il nuovo mondo non è affatto avaro di esecuzioni che meritano di essere ricordate. In primis Charles Munch, con i suoi bostonians rilascia una delle incisioni più osannate di questa singolare opera raveliana. La Boston Symphony Orchestra (1956, per RCA) col suo suono ricco e avvolgente asseconda in pieno la concezione no-nonsense del direttore alsaziano: i tempi stretti, ma eppur giudiziosi fanno il resto, anche se un po’ più d’abbandono non avrebbe guastato. Pressapoco sulla stessa lunghezza d’onda si esprime l’esuberante lettura di Leonard Bernstein (con la New York Philharmonic, Columbia 1958), ma con delle agogiche meno stringenti e una visione d’assieme maggiormente screziata. Sempre con la Sinfonica di Boston, a raggiungere un risultato eccellente è Seiji Ozawa (Deutsche Grammophon, 1974) attraverso una lettura tutta improntata sulla coesione d’assieme e sulla trasparenza dell’ordito orchestrale, in cui ogni sezione della compagine americana ha l’occasione di rifulgere nel suo virtuosismo. Un’aria segnatamente francese invece si respira nella registrazione di Paul Paray con la Detroit Symphony Orchestra (Mercury Living Presence, 1962), tant’è che molta critica del tempo non aveva dubbi a definire la compagine della metropoli del Michigan – che con lui passò dall’essere un’orchestra quasi di provincia ad una di prima fascia, al pari di compagini ben più blasonate ─ come «the greatest French orchestra on record». Paray – «A Frenchman in Detroit», parafrasando il celeberrimo pezzo orchestrale di Gershwin – sembra quasi far danzare l’orchestra sulle note raveliane; la sua è una lettura aerea e ricca di sfaccettature, molto lontana dal colore quasi hollywoodiano plasmato da Munch e da Bernstein.
Avviandoci alla conclusione, è indispensabile citare Jean Martinon, il quale ha dalla sua due incisioni in studio formidabili del pezzo in questione, la prima con la Chicago Symphony Orchestra (RCA, 1967), la seconda con l’Orchestre de Paris (Erato, 1974). Lo stile del direttore lionese, sintetizzato mirabilmente nell’espressione «élan, précision et clarté», traspare in ogni nota delle sue letture de La Valse. La mirabile incisione del periodo americano – che, ahimè, fu fin troppo breve, a causa della stampa che incomprensibilmente lo attaccò su tutti i fronti, costringendolo a lasciare dopo pochi anni il suo posto di music director presso la prestigiosa orchestra – dimostra appieno le caratteristiche suddette: una perfetta combinazione di analisi, di chiarezza e di trasporto che rendono questa performance assolutamente ineccepibile. L’incisione più tarda, altrettanto riuscita, sembra invece quasi permeata da un alone di scuro pessimismo, tragicamente risolto nelle esplosive battute finali. Per una lettura che trascolora in mille nuances orchestrali, esaltate da una ripresa del suono spettacolare, la scelta non può non ricadere che su Charles Dutoit e l’Orchestre symphonique de Montréal (Decca, 1981). La timbrica sontuosa e irresistibile dell’orchestra canadese è abbacinante e rivela minuzie difficilmente ravvisabili in altre esecuzioni. Se proprio dobbiamo trovare un piccolo difetto, talvolta la visione del direttore elvetico, indulge un po’ troppo in toni pastello e in morbidi fraseggi – una sorta di ricerca del bel suono a tutti i costi – rischiando così di smussare eccessivamente l’irruenza e la modernità dell’opera di Ravel.
Infine, una perla nera, i cui protagonisti sono illustri: stiamo parlando nientemeno di Pierre Boulez e dei Berliner Philharmoniker (Deutsche Grammophon, 1995). Di certo le tarde incisioni di Boulez per l’etichetta gialla spesso non hanno avuto degli esiti molto felici. Uno dei punti più bassi, comunque è rappresentato proprio da La Valse, una lettura loffia, pesante, grigia, fredda, totalmente priva di carattere e di mordente. A questo si aggiunge un’agogica rigida e impettita, in cui talvolta è persino difficile ravvisare il movimento di valzer. Il dettaglio c’è, ma non può essere l’unica caratteristica su cui costruire un approccio interpretativo: all’orchestra non resta che trascinarsi elenfantescamente sino alla fine. Peccato, perché il Daphnis et Chloé presente nello stesso disco, viaggia su ben altri livelli.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply